Cosa Mangiare a New York #2 - Tre panini, dammi solo tre panini
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Tre panini, dammi solo tre panini – Cosa mangiare a New York #2

Per pranzare come veri newyorchesi, volando in auto o in metropolitana da Roma all’Avana, via Parigi. Ma parliamo pure di America, Tribeca, Marlon Brando e…


Mi raccomando: non cercate canzoni in tema di cibo dentro questa scaletta. È solo la colonna sonora che mi ha tenuto compagnia mentre scrivevo e quando ero in giro per la mia escursione culinaria. Buon ascolto!

“No, aspettiiii!! Ho pagato!! Ho messo i soldiii!!!”. Il poliziotto non apre bocca, mi guarda con calma, come se fossi un matto, e con una mano mi fa cenno di rilassarmi. Con l’altra tiene un lettore ottico e sta controllando l’adesivo sul parabrezza. Osservando la mia pantomima, due tizi sul marciapiede ridono. Però capiscono bene il mio terrore. A chi non è mai capitato  di tornare all’impazzata verso la propria macchina per evitare una multa per parcheggio scaduto? Io sono in perfetto orario, ma alla vista del poliziotto ho pensato che stesse già scrivendo la sanzione. Invece, stava solo verificando con il suo piccolo terminale che tutto fosse in regola.

Parcheggiare su 5th Avenue, dalle parti del Flatiron Building, è sempre piuttosto complicato. Pochi i posti disponibili per i veicoli non commerciali, e tutti comunque a pagamento. Se vuoi andare a fare la spesa, o a mangiare un boccone al vicino Eataly, non c’è alternativa. Due dollari e cinquanta centesimi per mezz’ora di parcheggio sono un valido investimento.

IMMANCABILE, KATZ’S

Ma perché mai degli italiani in visita in città, e che si chiedessero cosa mangiare a New York, dovrebbero andare da Eataly? Perché non dovrebbero, invece, fiondarsi a mangiare pastrami da Katz’s o salmone affumicato da Barney Greengrass? Non fa una piega: arrivate per la prima volta in questa meravigliosa città, non volete pure voi atteggiarvi a veri newyorchesi, di quelli che passano le loro giornate a ingollare panini infarciti con punta di petto condita alla maniera rumena, magari seduti dove Meg Ryan ha finto l’orgasmo più famoso non solo della Storia del Cinema ma anche di quella del Sesso tra Uomini e Donne? C’è un solo problema: anche quaggiù, come in qualunque grande metropoli o piccolo paesino del pianeta, mangiamo diversamente da quel che tanti credono solo perché l’han visto su qualche guida turistica. E il pastrami, ahi lui, non entra così frequentemente nella dieta quotidiana dei newyorchesi come invece la pizza, e poi ramen, falafel, costine coreane, waffle o pollo halal con riso che si possono trovare in uno dei tantissimi furgoni parcheggiati lungo i marciapiedi all’ora di pranzo.

9 agosto 2021, Houston Street. Almeno i turisti americani stanno tornando da Katz’s.

Oh, sia chiara una cosa. Ogni newyorchese che si rispetti, almeno una volta nella vita, dovrebbe mettere piede da Katz’s. Non a caso, entra sistematicamente nelle liste periodiche dei ristoranti considerati di volta in volta “essenziali” qui a New York dalle locali bibbie alimentari in rete, tipo Eater. E i turisti che in futuro arriveranno in città, soprattutto quelli italiani che riusciranno prima o poi a superare gli ostacoli burocratici e sanitari del Covid, dovrebbero regalarsi una coda per poter vantare d’essere stati anche loro da Katz’s. Sicuramente il deli più famoso al mondo, con il suo particolare sistema per ordinare, e la grande sala zeppa di tavoli e fotografie varie alle pareti, vale sempre la visita. Gli americani possono ricevere i prodotti di Katz’s direttamente a casa, e hanno visto il locale in svariate serie televisive e film. Nonostante io abbia macinato “Harry ti presento Sally” almeno una ventina di volte (una dozzina delle quali nella versione originale di “When Harry Met Sally”), ogni volta che passo davanti a Katz’s penso in realtà a “Donnie Brasco”, che impersonato da Johhny Depp incontrava laggiù il suo contatto dell’FBI. Ma la ragione per andare da Katz’s è proprio il suo favoloso pastrami. Costa un occhio della testa, però è davvero un’impresa trovarne di simile in giro per deli e diner newyorchesi. 

Proprio perché è la sua specialità più famosa a muovere i culi di una città ansiosa, costantemente alla ricerca di nuovi ristoranti, tanto più se adatti alla pornografia alimentare che tutti noi alimentiamo su Instagram, nel 2017 Katz’s ha aperto per la prima volta un punto vendita oltre quello originale di Manhattan: nella “food hall” del centro commerciale City Point, a Downtown Brooklyn, dove è possibile anche mangiare pierogi, hummus, sushi, kebab, noodles, panzerotti giamaicani, pollo alla maniera senegalese e quant’altro. Perché in una giornata qualunque, è più probabile che un newyorchese che si trovasse fuori all’ora di pranzo possa scegliere quelle pietanze, e non un panino con pastrami (e, tantomeno, un bagel con formaggio spalmabile, salmone affumicato e capperi, una delizia comunque da sempre molto popolare qui a New York).

Insomma, a New York City, mangiamo quello che mangiano milioni di immigrati (cioè tutti noi) e poi tutto quello che il Mondo decide di venire a vendere quaggiù, siano essi gelati giapponesi, lumache alla parigina, pasta con i fagioli o spaghetti coreani da accompagnare con pollo fritto (si, Jollibee, sto pensando a te). Funziona allo stesso modo nel resto degli Stati Uniti (d’America. Si, aggiungiamo “America” per tutti coloro che fanno fatica a mandar giù ‘sta cosa che in inglese è normale, e non c’è alcun retaggio imperialista, definirsi “Americani” e non “statunitensi”, senza far riferimento alla dimensione continentale. Quest’ultima è preferita invece dalla lingua spagnola, quella parlata negli Estados Unidos Mexicanos, comunemente conosciuti solo come “Messico”…). 

MANGIA, AMERICANO

Brooklyn, New York, America. Muslim girls playing football while a little kid is nearby with is soccerball.
Brooklyn, quartiere Park Slope, campo da calcio di Washington Park. Ragazze della vicina scuola Al-Madinah giocano a football americano. L’America, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni, è però anche questa cosa qui…

L’America è una Nazione nata dal nulla, fatta da coloni arrivati dove prima c’erano tribù senza sofisticate istituzioni giuridiche. Creata con tenacia e guerre da immigrati o da persone i cui progenitori sono arrivati qui in catene. Le sembianze fisiche e le abitudini alimentari degli americani sono da sempre le più disparate. Gli scandinavi del Minnesota e i cubani della Florida hanno gusti legati al territorio, al clima e alle storie lontane dei loro paesi d’origine. Ma sono entrambi, semplicemente, americani. Anche quaggiù esistono cucine regionali, dove prevalgono gli elementi da sempre rintracciabili più facilmente in loco, e ognuno sfoggia con orgoglio tradizioni che affondano le radici in altre Nazioni, o anche solo nella storia della contea di casa. Ma nessuno penserebbe che non sia americano mangiare la pizza, i frankfurter (hot dog) o il bibimbap. Anzi, non c’è niente di più americano che essere liberi di mangiare quel che si vuole, fare convivere cucine diverse, e poi integrarle, trasformarle, lasciare che la creatività possa spaziare senza obblighi di rispettare una qualche ortodossia culinaria. Non si tratta nemmeno di chissà quale appropriazione culturale, sorretta da presunte smanie egemoniche. Tutto avviene spontaneamente, perché non c’è nulla di più naturale che mangiare (e poi, dopo, far la cacca).

In America il concetto di etnia non è quello rigido degli europei, che infatti faticano molto di più ad avere società aperte e multietniche, e forse non le avranno mai. Quella americana, per ovvie ragioni storiche, è più una nazionalità che un’etnia. Una società dove da sempre si fondono diverse identità nazionali ed etniche per darne vita ad una nuova, onnicomprensiva. È un processo faticosissimo, senza fine, che potrebbe alla lunga diventare ingestibile se ognuno si ostinasse a difendere la propria peculiare identità per vantaggi politici. Qui non esiste un’etnia dominante (tipo i cinesi, i nigeriani o i russi) a cui si affiancano delle piccole minoranze. Posso mangiare la mia pasta con le melanzane fritte e definirmi ovviamente e orgogliosamente americano. E la mia pasta verrà definita italo-americana solo per specificare la lontana origine di un piatto magari rielaborato nel tempo secondo le papille gustative locali. Se sono marocchino e mangio tajine in Italia? Buona fortuna. Il vocabolario, cioè lo specchio più fedele della cultura di una comunità, mi aiuterà ben poco, anche se avrò un passaporto italiano. Marocchino d’Italia? Italiano d’origine marocchina? E ci vorrà tempo prima che il tajine possa diventare una tradizione alimentare “italiana” con radici marocchine o, tantomeno, anche avvicinarsi alle tavole delle festività italiche. Mentre il Giorno del Ringraziamento sta progressivamente aprendosi a piatti che i diversi immigrati, a partire da quelli arrivati negli ultimi vent’anni, decidono di condividere nella festa più sentita in America. E la parmigiana e i tacos sono considerati parte normale della dieta americana, senza che alcuno si preoccupi più di tanto di dove siano nati.

Manhattan, Bowery e Kenmare Street, giugno 2021. Perché noi, qui a New York, mangiamo letteralmente per strada e ci fermiamo giusto il tempo del semaforo rosso.

Tutto questo, e senza troppe elucubrazioni intellettuali, a New York e in America avviene alla faccia dell’ingenua retorica degli idealisti italiani, i quali da settimane si illudono che le recenti Olimpiade di Tokyo mostrino una nuova Italia, rappresentata dalla sua demografia sempre più multicolore. Quell’Italia aperta (che non ha le tensioni sociali americane solo perché è ancora una società chiusa, culturalmente omogenea e con un’identità etnica che domina le altre) potrà iniziare a vedere almeno un minimo la luce non tanto quando scompariranno i populisti e i ciarlatani parlamentari che propagandano a fini elettorali la purezza del sangue; ma soprattutto quando spariranno i fondamentalisti vari del chilometro zero, dell’autenticità alimentare nazionale e del patrimonio artistico senza uguali al Mondo. Quelli che vantano la bontà della carne italiana negli hamburger sono culturalmente più dannosi degli sciovinisti che vorrebbero chiudere le frontiere in mare. Agli estremisti che appartengono alla seconda categoria, pur a gran fatica, la vera libertà gliela puoi fare apprezzare, anche quella che alla fin fine offre spazio a gente diversissima da loro, per religione o idea di famiglia. Con quelli che si iscrivono alla prima, invece, è una battaglia persa in partenza. Possono, senza alcun senso del ridicolo, raccontarti le eccelse proprietà organolettiche che il solo suolo italico avrebbe donato a prodotti arrivati secoli fa da Americhe o Medio Oriente, e poi farti pure la pulce sul fatto che l’hot dog e gli hamburger (da Hamburg) sarebbero tedeschi e non americani. Sono gli stessi che si appuntano al petto i galloni di progressisti aperti all’immigrazione, e pero non perdono un secondo per etichettare qualsiasi alimento secondo criteri etnici, come se il cibo non viaggiasse da sempre, e se ne stesse invece fermo alla frontiera, con un passaporto in mano. Il tutto, senza nemmeno accorgersene, ahimè. In bocca al lupo ai rumeni, ai senegalesi e ai peruviani d’Italia. Guardatevi dai patrioti italiani che vorrebbero proteggervi dal pistacchio iraniano. Tutti gli altri, dovrebbero farsene una ragione: quando mangia hot dog, pizza e gelato, Bruce Springsteen ha ragione a dire che mangia… americano. Punto.

Una volta compreso perché anche il pollo halal con il riso sia newyorchese, e perché le nuove generazioni di immigrati stiano abbandonando il concetto di autenticità etnica per sposare quello delle nuove tradizioni create dalle loro famiglie “americane”, adesso andiamo a farci tre bocconi tra i tantissimi possibili. Perché così decide la Guida Inutile. Amen.

ROMA SULL’HUDSON (SI FA PER DIRE)

A New York ci sono due Eataly. Io sono affezionato al primo, quello su Fifth Avenue, a due passi dal Flatiron Building. A partire dal primo negozio aperto a Torino nel 2007, il concetto di Eataly mi piaceva anche in Italia, e continua a piacermi oggi (alla faccia dei tanti snob invidiosi). Sicuramente un luogo elitario per i suoi prezzi, ma dove potersi togliere uno sfizio di tanto in tanto, senza per forza lasciare alla cassa entrambi i reni. Così, quando sono arrivato a New York nel febbraio del 2013, Eataly Flatiron è stato il luogo ideale per curare la nostalgia delle piccole abitudini passate, tipo la cena del giovedì dopo la nuotata (eufemismo) alla piscina olimpica dello Stadio Comunale. Il secondo punto vendita, al World Trade Center, ha ampliato la possibilità di comprare toma piemontese, speck e chinotto a prezzi dignitosi anche trovandosi a Downtown (ché questi acquisti impulsivi ti possono prendere un po’ ovunque, senza preavviso).

Eataly Flatiron offre una serie di piccoli ristoranti dove poter pasteggiare comodamente seduti. E io prediligo quello di pesce. Ma in una bella giornata, non è meglio potersi accasciare su una panchina all’aperto, magari sotto gli alberi di Madison Square Park? Nel parco è possibile gustare uno dei migliori hamburger da fast food tra i tanti che ho provato qui in America, quello di Shake Shack (questo, tra l’altro, è stato il primo punto vendita, in origine un semplice carretto da strada). Decisamente più caro della media, il panino di Shake Shack, sappiatelo. E ordinando quello doppio, con aggiunta di bacon, ti arriva una dose di sale che corrisponde a quella che sarebbe sufficiente in due o tre giorni. Perché, allora, non esagerare ancora di più? Tanto il mio medico di famiglia non legge questa guida… 

Madison Square Park, nemmeno l’incontro ravvicinato del primo tipo rende l’idea dell’unto che caratterizza il panino con porchetta di Eataly

Presto fatto. Eataly offre anche sandwich da asporto. E la mia scelta cade sul panino con la porchetta. Certo, non stiamo parlando di un campione olimpico come quello che mangiavo a Roma, da Er Buchetto (agli inizi di via del Viminale). Ma anche il panino di Eataly, a suo modo, è semplicemente perfetto. Sovraccarico di porchetta. E, come questa non bastasse a mandare alle stelle i valori di colesterolo, da Eataly aggiungono una sorta di salsa verde, prevalentemente olio, che rende untissimo l’interno del panino. Parliamo di 14 dollari per venti-venticinque centimetri di pura goduria (e la metto giù in questi termini, così magari Google mi indicizza pure tra i racconti porno e alle stelle va pure il traffico sulla mia inutile guida di New York). Il panino ideale da condividere con qualcuno, perché a pranzo la mezza porzione è già sufficiente a sfamare un muratore sveglio dalle cinque del mattino. Se condividerete con la persona amata, vi ritroverete entrambi con le mani untissime. Potrete leccarvi reciprocamente le dita (capito, Google??), ché tanto qui a New York nessuno vi si filerà. Nemmeno la ragazzina sulla panchina accanto alla vostra. Lei sarà tutta intenta ad affondare la forchetta nella sua ciotola di insalata o poke. Il traffico dovrebbe anche essere in grado di coprire il suono dei gas che emetterete con la bocca. Un’ultima precisazione, per i fondamentalisti gastronomici della porchetta: da Eataly non ci dicono se si siano ispirati a quella di Ariccia (Lazio), Norcia (Umbria) o Campli (Abruzzo).

PARIGI SULL’HUDSON (SI FA PER DIRE), CON TANTO DI CELEBRITÀ, POMPIERI E FANTASMI

La porchetta non vi sembra abbastanza romantica, per questa città d’amore e sudore che è New York? Siete entrambi due buone forchette ma volete mettere le gambe sotto il tavolo, e la vista di furgoni, torpedoni e autoveicoli vari non v’ispira atmosfere romane perché all’incrocio sulla Fifth Avenue mancano i pizzardoni? Messaggio ricevuto. Vi porto in un posto dove potrete sfoggiare anche un minimo di conoscenza cinematografica. Si va a Tribeca.

TriBeCa, come si scriveva un po’ di tempo fa, è quel quartiere che, guardando una mappa a partire dalla punta sud di Manhattan, si estende tra Chambers Street e Canal Street, delimitato ad ovest dal fiume Hudson e ad est da Centre Street. Il triangolo (in realtà un quadrilatero) che si trova sotto Canal Street: Triangle (Tri ) Below (Be) Canal (Ca). Non vi sentite meglio, ora che sapete ‘sta cosa? Non riuscite a visualizzarlo davanti a voi, Tribeca? Davvero? E perché mai dovreste. Pensate, alla peggio, a Robert De Niro, al suo film festival che porta lo stesso nome del quartiere in cui vive. Vi basti poi sapere, senza entrare troppo nei dettagli che piacciono solo al sottoscritto, che Tribeca era una zona industriale e portuale, come tante altre aree di Manhattan. Per questo, a fianco dei condomini a venti o trenta piani, si vedono ancora fabbricati relativamente bassi, che una volta erano banali magazzini e oggi sono negozi alla moda, ristoranti o appartamenti di lusso. 

Parlando di ristoranti. Bubby’s in Hudson Street, all’angolo con N Moore Street, vale il prezzo non proprio economico del conto. Nulla a New York costa poco, e dovete sempre aggiungere almeno il 20% di mancia al totale, calcolato prima delle tasse. Bubby’s non vi spenna. Semplicemente, si trova in uno dei quartieri più ricchi di New York. Magari, vai a sapere il caso, potreste fare il vostro brunch a qualche metro da Justin Timberlake o Meg Ryan, che vivono da queste parti così come Jay Z e Beyoncé. Almeno tre volte, da Bubby’s, c’è stata pure la vostra Guida Inutile New York, mica pizza e fichi. Se non siete in vena di grandi spese, e cercate solo un supermercato, al vicino Whole Foods su Greenwich Street, anche se non formalmente a Tribeca per pochi isolati, potreste cozzare contro il carrello di Taylor Swift…

Ma io voglio portarvi a mangiare un panino dove non dovrebbe esserci il rischio di sedersi a fianco di una celebrità. Ci lasciamo alle spalle Bubby’s, dopo aver parcheggiato la nostra macchina con una grande dose di culo, proprio su N Moore St. (tipo verso le 9 di un giovedì mattina, quando sta per scadere il divieto di sosta per pulizia settimanale della strada, e voi sarete sicuramente in città con un’auto). Proseguiamo sulla stessa N Moore fino a quando non raggiungiamo l’angolo con Varick Street. Ma guarda un po’ questa caserma dei vigili del fuoco… Ma si, è proprio quella dei… Ghostbusters!  Con un’altra dose di fondoschiena potreste anche trovare la serranda aperta, e sbirciare all’interno non vi sarà difficile. E se fosse invece chiusa?

Ghostbusters Headquarters a.k.a. “New York Fire Department - Ladder 8 (Manhattan)”
L’interno del quartiere generale dei Ghostbusters nell’omonimo film. Nella realtà quotidiana è una caserma dei Vigili del Fuoco (ufficialmente conosciuta come “New York Fire Department – Ladder 8 (Manhattan”).

Fate due passi indietro, girate l’angolo a sinistra, e bussate alla porta d’ingresso su Varick. Bussate con una certa energia, ma senza esagerare. Prima o poi, qualcuno vi aprirà. L’ingresso in una caserma dei vigili del fuoco, a maggior ragione se siete turisti, non è garantito, anzi. È un lavoro serio, quello del pompiere, mica come fare la guida turistica inutile. Che cavolo volete? Perché rompete le scatole a chi è intento a proteggere la pubblica incolumità? Ma voi chiederete scusa per il disturbo e domanderete: “avete ancora delle magliette in vendita?” A quel punto, e sempre con la vostra sfacciatissima fortuna, vi faranno entrare. Il pompiere di turno, per quanto cordiale, sarà comunque, con buona probabilità, piuttosto sbrigativo (è pur sempre un rude newyorchese!). Preparatevi a pagare 20 dollari per la vostra maglietta. Saranno ben spesi. Quanti vostri amici italiani potranno sfoggiare una t-shirt con i Ghostbusters dell’autoscala numero 8 dei Vigili del Fuoco di Tribeca? Non siate gelosi, poi, se i vostri partner butteranno ben più d’un occhio, lì attorno. I pompieri sono decisamente prestanti e, a volte, pure alquanto bellocci.

Si, ma il panino? Proseguite su N Moore in direzione est e svoltate su West Broadway. Un giorno vi parlerò del fatto che a Manhattan ci sono tre Broadway, e una ciascuno a Brooklyn, Queens e Staten Island. Dopo White Street troverete la vostra meta. Ma fermatevi per un’istante proprio all’angolo con White Street, perché quella sgangherata palazzina bianca, pur non essendo famosa, è un raro pezzo della vecchia New York, sopravvissuto non si sa come al proliferare di grattacieli e palazzi alti. Sembra una casa olandese del ‘700, ma è stata completata nel 1809 per un ricco commerciante dell’epoca. E come la so io, ‘sta cosa? Perché faccio ricerche e scavo tra i libri più impensabili per voi. Per voi che quando venite quaggiù cercate una guida di New York di quelle fighe e divertenti. Che vi racconta in due ore un po’ di tutto, dall’America in generale alla sua esperienza personale, passando per curiosità e dettagli vari. E se avete bambini o ragazzini al seguito, faccio divertire pure loro. Per questo mi pagate i big bucks! Fior di dollari, come diremmo in italiano.

Cosa mangiare a New York, il croque monsieur di “Maman” a Tribeca (211 West Broadway)
Croque-Monsieur con tartufo nero, per il vostro spuntino di metà mattinata a Tribeca. Da “Maman”, 211 West Broadway.

Si… ma… il panino?? Giusto, siamo in giro per mangiare, mica pettiniamo le bambole. La nostra destinazione è al numero 211 di West Broadway e si chiama Maman. Trattasi di una piccola catena di ristoranti francesi, in città ne esistono altri sette. Perché New York non ha mai smesso d’amare la Francia, cui deve pur sempre la sua famosissima Statua della Libertà. Ad oggi, da Maman si può mangiare anche all’esterno, in un dehor ricoperto di piante e fiori. Non vi aspettate nulla di elegante o parigino (non solo perché qui si trovano prevalentemente panini e insalate ispirate al sud della Francia). La pandemia, con tanto di crisi per i ristoratori, ha portato in regalo la possibilità per quest’ultimi di espandersi momentaneamente su marciapiedi e strade, costruendo delle sorte di capanne con assi di legno (non scherzo). Mentre aspettiamo di capire quali saranno le decisioni della prossima amministrazione cittadina in merito a questi grossolani rifugi per viandanti (e siamo lieti di dire ciao ciao a De Blasio, terribile Sindaco), ci accomodiamo all’esterno pure noi. E ordiniamo. La scelta cade sulla loro versione del celebre Croque-Monsieur, il panino caldo parigino a base di prosciutto cotto e formaggio emmental. Poiché siamo pur sempre da una “mamma”, prendiamo il Croque-Madame, cioè il panino con tanto d’uovo calato sopra. E poiché Tribeca se la tira come poche, sul panino c’è pure il tartufo nero. 18 dollari per il mio “truffle croque maman”, servito con tanto di insalata. Qui, se non inizi a guadagnare come Jay Z, there’s nothing you can do (lui cantava can’t).

L’AVANA SULL’HUDSON (SI FA PER DIRE, MA SUL LATO OPPOSTO), TRA CASE E PORTI FANTASMA PURE LORO

Visto che proprio in “Empire State of Mind” Jay Z citava Frank Sinatra… e che non vogliamo andare a far visita a casa di “The Voice”? Lasciamo New York, allora, e andiamo ad Hoboken, nel vicinissimo New Jersey. 

Nonostante io sogni orde di turisti ad intasare le strade di questa città con le loro auto prese a noleggio, è più probabile che una volta quaggiù voi siate costretti ad accontentarvi dei banali mezzi pubblici (senza nemmeno escludere una mascherina a coprire il volto, cosa che potrebbe diventare comune nel lungo periodo di adattamento al Covid). Già che siete a Tribeca, dove avrete fatto il pieno di calorie con il croque-madame, una breve passeggiata in direzione sud vi farà raggiungere l’Oculus di Calatrava, e cioè il World Trade Center con la sua stazione dei treni proprio per il New Jersey. Saltate sulla linea verde del PATH e scendete all’altro capolinea, cioè Hoboken. Se invece partite da Eataly Flatiron, dopo l’unto e bisunto panino alla porchetta, linea blu del PATH alla stazione di 23rd Street e 6th Avenue.

Il vostro Marlon Brando di Brooklyn, a.k.a la Guida Inutile New York va a Hoboken. “I could have been a contender” (tradotto malamente in italiano come “avrei potuto vincere facilmente”) è forse la citazione più famosa di “Fronte del porto”. Robert De Niro la riprende in una scena del suo “Toro Scatenato” (Raging Bull).

In realtà, voi siete andati ad Hoboken per il vostro pranzo, il terzo panino della triade annunciata nel titolo. Anche senza soffrire di digestione lenta, è però altamente probabile che non avrete fame sino a metà pomeriggio. Hoboken merita la vostra visita, ma io qui non voglio scrivere la guida della città. Vi dico solo che è famosa per almeno due cose: Frank Sinatra, come già detto, e poi “Fronte del porto”, il film di Elia Kazan con un giovane Marlon Brando. Quella città di oltre un secolo fa non esiste più, letteralmente, anche se sono rimasti identici i nomi di alcune strade dove vi accompagno. 

“Fronte del porto” (On the Waterfront) fu girato nel 1954 lungo quello che oggi si chiama Sinatra Drive. I moli hanno lasciato il posto a tre parchi: il Pier A Park, il Pier C Park e il Sinatra Park (si è capito che è la gloria locale?). Tutta l’area portuale era compresa tra l’attuale Sinatra Drive e River Street, sopravvissuta almeno nella toponomastica cittadina. Piste ciclabili, spazi verdi e condomini di lusso non vi daranno alcun tipo di idea di cosa fosse quella vecchia Hoboken del film. Ma poco dopo il Pier C Park troverete della segnaletica turistica che ricorda l’epopea ruvida di “Fronte del Porto”. Dalla stazione del PATH servono meno di dieci minuti per arrivarci. Fossi in voi, non escluderei una deviazione minima da Baking Mama, su 88 Hudson Street, per comprare biscotti al cioccolato e spettacolari biscotti all’ube (lo yam viola diffusissimo nelle Filippine). Non ho delle fotografie per dimostrarvelo. Posso però cercare delle briciole residue in macchina.

Dal Sinatra Park, dove sicuramente vi sarete sbizzarriti a fotografare il panorama di New York City, prendete 5th Street in direzione ovest. Dopo un quarto d’ora di camminata digestiva, arriverete all’angolo con Monroe Street. Svoltate a sinistra e, dopo pochi metri, sarete giunti a destinazione: 415 Monroe Street, la casa dov’è nato Frank Sinatra il 12 dicembre del 1915. No… aspetta… ma questo è un condominio moderno, avrà si e no qualche mese. Si chiama Frank’s Place, ed è sorto dove una volta c’era la casa della famiglia Sinatra. Bruciata nel 1967, per lungo tempo questo angolo di città è stato solo un parcheggio. Un uomo d’affari di Hoboken, nel 1996 aveva fatto posare sul marciapiede antistante una stella di bronzo, tipo quelle delle celebrità a Hollywood. Adesso quella stella è visibile sulla facciata del condominio, vicino l’ingresso.

La Guida Inutile New York canta a squarciagola davanti alla stella che ricorda il luogo dove è nato Frank Sinatra a Hoboken, NJ.

La storia di Frank Sinatra, e del suo rapporto con Hoboken, non ve la racconto. Immaginate, però, cosa debba essere stato per un diciassettenne vedere le luci di New York negli Anni Trenta, dal porto della sua grigia città… I posti difficili forgiano il carattere, e anche la New York dove lui ha trovato la sua fama immortale era in realtà un luogo duro. Ancora oggi, non a caso, i newyorchesi sono bruschi, presuntuosi, arroganti, irascibili, sbrigativi. Frank Sinatra era noto per essere pure lui arrogante. Ma alla fine, ha avuto ragione. Ce l’ha fatta davvero, laggiù a New York: “If I can make it there, I’ll make it anywhere…

Noi, molto ma molto più modestamente, facciamo che andiamo. Ci aspetta l’ultimo, sospirato panino. Vi aspetta. Incamminatevi in direzione sud lungo Monroe Street. Svoltate a sinistra su 4th Street e poi a destra su Washington Street. Al numero 104, fermatevi. Siete arrivati a La Isla, ristorante cubano. Come dicono loro, un angolo di Cuba e Miami nel New Jersey, aperto a Hoboken dal 1970 (pur se a metà Anni Novanta ha cambiato gestione). 

Ovviamente, siete liberi di mangiare quel che vi pare. E immagino che qualcuno potrebbe storcere il naso all’idea di ordinare un panino al ristorante, o di limitarsi ad un semplice panino quando il menù offre molto di più. Ma quello cubano, quando fatto a regola d’arte, è cibo per l’anima (come il pastrami di Katz’s). Trattasi dei soliti 20-25 di pane, dentro il quale troverete maiale arrosto, prosciutto, formaggio svizzero (l’equivalente americano dell’emmental, tanto per capirci), cetrioli sottaceto e un po’ di senape. Il pane viene imburrato leggermente all’esterno e, una volta riempito con tutto quel ben di Dio, viene pressato sotto la griglia. Per soli 11 dollari, il più economico della nostra piccola lista. Dove sia nato il cuban sandwich non è noto. Secondo alcuni, sarebbe originario di Cuba e poi perfezionato a Key West, in Florida, a seguito dei viaggi e degli scambi commerciali che si sono intensificati tra la fine del 1800 e i primi anni del 1900. Secondo altri, invece, il panino in questione sarebbe un’invenzione degli immigrati cubani a Tampa. Nella versione di Tampa il cubano contiene anche salame, forse per l’influenza degli immigrati italiani. Quello che conta davvero è che per mandare giù il vostro panino cubano dovete assolutamente bere una Jupina, bevanda gassata a base di ananas. Non dimenticate un cafecito a fine pasto.

Hoboken, NJ, Isla Restaurant, panino cubano con tanto di Jupina

A questo punto, siete pronti per farvi una bella pennichella, magari sul treno che vi riporta a Manhattan. Quanto alla vostra inimitabile Guida Inutile New York, fuhgeddaboudit! Mica posso dormire. Io devo tornare a Brooklyn. E la coda mi aspetta già all’Holland Tunnel…

Baci e abbracci.

Denis

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