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Chiedimi se sono a casa

Mi casa es su casa, come la mia New York è la tua Nichelino. E in ogni casa ci sono colonne…


Ricordo che stavo guidando lungo una strada della collina di Torino, di quelle che salgono verso Cavoretto. Parliamo di almeno quindici anni fa. D’un tratto ho visto sbucare uno scoiattolo davanti alla macchina. Ho sterzato bruscamente per evitare di schiacciarlo. Se un’altra macchina fosse arrivata dalla direzione opposta, credo mi avrebbe centrato in pieno. Vai a sapere, magari sarei morto sul colpo.

Tutto quello che ascoltavo mentre scrivevo questo post

Mentre sto rientrando a casa, qui a Brooklyn, vedo un topo che attraversa il marciapiede. Sta sicuramente cercando qualcosa da mangiare tra le auto in sosta. Ha una coda lunga, folta. Schizza veloce da una parte all’altra, come fosse uno scoiattolo e non un ratto. A pensarci bene, è solo uno scoiattolo. Ma io ho visto un topo e continuo a vederci un topo. Nella Torino del mio passato non così remoto, dove gli scoiattoli si potevano al massimo incrociare in un parco, era comunque più facile imbattersi in uno scoiattolo che in un grosso topo di fogna. A New York gli scoiattoli sono ovunque, e anche i ratti non sono proprio una rarità, mettiamola giù così, eufemisticamente.

SOLO PER I MIEI OCCHI

A New York abbiamo i condomini

Raccontavo alla mia amica Anna, milanese d’adozione, da lustri col cuore diviso tra Torino e Milano, che ormai qui a New York io mi sento proprio a casa. Una sensazione che ha ben poco a che vedere con l’apprezzamento o meno per l’estetica della città, i suoi luoghi pubblici, i miei spazi privati o per le persone che la abitano. Detta meglio, con ancor meno connotazioni soggettive, New York è semplicemente casa, come per altri potrebbe essere casa Cecina o Vittoria. In genere, sentirsi a casa mette di buon umore. I più fortunati, poi, ci costruiscono sopra nozioni di vera e propria felicità. Insomma, a casa c’è sempre qualcosa che ci piace e regala pace al cuore.

Per anni, nella mia vita italiana da scapolo ho vissuto in un appartamento dove gli angoli della camera da letto, del tinello e pure dell’ingresso erano nascosti da alte colonne di giornali, e l’armadio a muro nascondeva i segreti di lavatrici sempre rimandate. Rientrando a tarda sera dovevo fare zig-zag sul marciapiede, per evitare le cacche dei cani non raccolte da padroni tutti intenti a lamentarsi dei cocci delle bottiglie di vetro lasciati sui medesimi marciapiedi dagli spacciatori che litigavano tra loro prima di eclissarsi. Era la mia casa. Rassicurante nella sua familiarità, come lo erano le inferriate auliche all’ingresso del locale teatro lirico o i miasmi della discarica ai margini della tangenziale. La mia felicità torinese era fatta di piccole certezze, anche quando erano ben poco desiderabili e puzzavano. Che anche New York arrivi dritta al naso, sono certo abbia favorito la mia veloce integrazione quaggiù.

A New York ci mettiamo le mani nei capelli

La sensazione d’essere a casa riesce a coesistere con l’idea che puoi sempre decidere di fare le valigie e trovarne un’altra, di casa. Lo scoiattolo di Brooklyn che fa la scena, fingendo d’essere un volgare topo di fogna, mi rammenta ancora una volta che è solo tutta una questione di prospettiva. “Come si cambia”, cantava struggente Fiorella Mannoia. “Per non morire”, aggiungeva con lo stesso tono tormentato. Io sto cambiando e basta, spero. Anche se il mio medico dice che dovrei evitare il sale. Adesso, nella mia sempre meno nuova esistenza newyorchese, dove lo scapolo ha pure lasciato spazio al buon padre di famiglia, un semplice scoiattolo mi sembra un altrettanto banale topo delle chiaviche, e non ci trovo alcunché di strano in questa diversa normalità.

Al mio sguardo, topi e scoiattoli hanno perso il privilegio d’essere eccezione. La nuova familiarità con gli spazi fisici di New York, e con i soggetti che la popolano, siano essi umani o animali, influisce sulla mia idea della città. Condiziona dove cadono i miei occhi, cosa sentono le mie orecchie, perché il mio naso si arriccia, dove non appoggerei mai la mano e se mangio di tutto senza fare più lo snob con la fissa dell’autenticità a centimetro zero. A meno che qualcuno non decida un giorno di pagarmi a peso d’oro per una campagna promozionale su questa città, anch’io finisco spesso per raccontare una New York che fa a pugni con quella che devono vendere gli studi di Hollywood e gli editori della Lonely Planet.

A New York abbiamo i cestini dei rifiuti

Proprio non riuscivo a vedere perché, per invitare qualcuno a cena o a dormire a casa mia, avrei dovuto disfarmi di quei giornali ammassati all’ingresso in forma di precarie colonne. Erano il mio personalissimo punto di vista. Così, se oggi voglio vendervi una passeggiata per la città che chiamo casa, e voi desiderate conoscere New York attraverso le mie lenti, questo è quanto. Prendere o lasciare. Esiste una città, assolutamente predominante, che si estende lontana dagli occhi dei turisti, in centinaia di quartieri di cui è impossibile ricordarsi il nome e in migliaia di strade senza particolare fascino. Non diversamente da quello che voi vivete ogni giorno in una qualsiasi città italiana, anche se le dimensioni intimidiscono meno. Ed esiste una città, molto ma molto più ridotta, fatta di luoghi canonici, quelli che da sempre risaltano nelle immagini delle cartoline e della narrazione cinematografica. I miei occhi vedono la “seconda” New York sotto l’influenza della “prima”.

VERO O FALSO?

A New York possiamo comprare sigarette, caffè e pastiglie per il raffreddore, tutto vicino alla fermata dell’autobus

La “mia” Roma, per esempio, era molto più un supermercato Crai su via di Torrevecchia che non il Pincio o una trattoria a Trastevere, per quanto questi ultimi due non fossero ad appannaggio dei soli turisti. E ho ricordi bellissimi, indelebili, di passeggiate fatte lungo via Baldo degli Ubaldi, costeggiata da comuni palazzine degli Anni Sessanta, o di corse in tram su via Prenestina per andare a casa dell’amico Gavino. Allo stesso modo la mia New York è molto più una panetteria kosher a Midwood o del pollo fritto in un fast food coreano alla Port Authority che non Central Park o un famoso ristorante francese a Soho. Quaggiù le mie Baldo degli Ubaldi hanno treni della metropolitana che sferragliano sulla mia testa mentre cammino lungo la via di Astoria dove vado a comprare la feta di cui sopra (e pure le olive kalamata che metto in qualunque pietanza). E comunque, se siete a Manhattan, il Riverside Park lungo il fiume Hudson è forse anche più suggestivo del pur spettacolare Central Park. Le curve di quel viale alberato, poi, che si snoda per quasi cinque chilometri, mi riportano con la mente al Lungo Tevere nel quartiere Flaminio. ‘Sta cosa che tutte le strade porterebbero a Roma non se ne vuole proprio andare.

Ovviamente, queste ipotetiche due New York sono fuse in un’unica grande metropoli. Cresciuta a dismisura e in tutta fretta, come il resto dell’America. Un po’ per caso, per disperazione, e un po’ per qualche scelta visionaria. In realtà, non esistono due New York, una presunta vera per chi ci abita e una ostentatamente non autentica per chi è solo turista. Esiste invece “New York City”, e basta. E come qualunque altra città al mondo, è un insieme delle realtà più disparate. Solo che quaggiù, tutto questo, avviene all’ennesima potenza. Qui in America c’è un’espressione perfetta per rendere l’idea di qualcosa che sia più grande e gonfiato del normale: si dice “on steroids”, facendo riferimento agli steroidi con cui i quali molti atleti pompano i loro muscoli.

A New York abbiamo strade con lo spartitraffico

Anch’io, piano piano, cerco di non fregarmi più da solo con le distinzioni artificiali e pretestuose. Erano e sono una trappola, che spesso adottiamo nella errata convinzione d’avere una forma mentale aperta e tollerante. O solo per commercializzare un prodotto, ché tutti abbiamo famiglia e bollette da pagare. Anch’io, per lungo tempo, ho insistito con l’idea della città dei veri newyorchesi. Se solo ce l’avessi, ora andrei davanti al mio camino per cospargermi il capo di cenere.

Pure i “veri” newyorchesi possono salire sulla Statua Libertà o sull’Empire State Building, solo che ci andranno al massimo una volta in tutta la loro vita. E no, comunque non riusciranno ad amare più di tanto Times Square, perché per quella facciamo sempre un po’ di fatica. Quando mi sono trasferito quaggiù, ho accantonato abbastanza in fretta la semplice visione stereotipata che inevitabilmente caratterizza chi arriva da fuori: perché la stessa curiosità che avevo già in Italia, quando andavo a perdermi nei confini meno conosciuti di città grandi e piccole, mi ha portato a navigare la mia New York in lungo e in largo. Adesso che mi sento a casa in questa città, che sento interamente mia, anche se non mi basterà una sola vita per girarla tutta quanta, posso tornare a guardare pure io, quasi con genuino stupore, la New York che tanti vogliono venire a visitare. La mia presunzione è che quelli come il sottoscritto, le spugne umane che raccolgono grasso e sapone, riescano anche a farvela conoscere un po’ più a fondo, andando oltre la superficie.

Inizio a pensare non sia proprio un caso che io abbia un occhio miope e uno ipermetrope.

MA QUANT’È GRANDE NEW YORK, CHE BELLA CASA NEW YORK, MA QUANT’È FORTE NEW YORK

A New York abbiamo le motociclette

Vivo in una città che trent’anni fa mi sembrava immensa. Nel 1992 il viaggio dall’aeroporto di JFK a quello di La Guardia, viaggiando su autostrade urbane, nel buio illuminato da luci senza fine, era una roba che lasciava a bocca aperta. Adesso, invece, New York non mi sembra neanche particolarmente grande, perché ci sto immerso dentro tutti i santi giorni. La vedo scorrere e non mi fermo a pensarci. Non che sia una scelta di cui vantarsi, ma oggi mi sembra normale fare tre quarti d’ora d’autostrada e 20 chilometri per andare in un supermercato nel Queens a comprare una tanica da cinque litri d’olio greco ad Astoria, dove al banco dei salumi e formaggi posso comprare almeno otto tipi di feta dalle stagionature più disparate. E se mi gira che voglio andare al grande centro commerciale della Chinatown di Flushing, sempre nel Queens, so bene che quei 25 chilometri diventeranno un’ora e mezza in metropolitana. Mi porto qualcosa da leggere.

Vivendo a Torino, gli 8 chilometri da Mirafiori Sud sembravano una galassia a parte, dal centro di Piazza Castello, anche se Google dice che erano solo 0.0000000000008456007 anni luce. Solo e sempre questione di banale abitudine e abituali punti vista. I pendolari tra Pomezia e Roma devono sobbarcarsi almeno 60 chilometri al giorno, e non battono ciglio. Lo stesso vale per l’amico Sandro, che mi ha regalato il nome e l’idea originale per questa guida. Quotidianamente lascia la piana eporediese per andare a lavorare in Val di Susa, almeno 150 km tra andata e ritorno. L’amico Vittorio, per anni, ha macinato migliaia di chilometri in aereo ogni settimana. Quando gli dicevamo che lo invidiavamo, dal basso dei nostri insignificanti lavori in ufficio, lui ci prendeva per mentecatti.

A New York cantiamo

Proprio Roma mi aiuta spesso a capire quale sia adesso la mia percezione di New York. Non perché le due città abbiano così tanto in comune, anche se la Tiburtina è simile a tante strade che io percorro quaggiù. Quanto perché la mia idea di Roma si è evoluta negli anni, seguendo una traiettoria comune a molti altri. C’è stato davvero un momento in cui guidare lungo il perimetro del Colosseo, per andare verso la Pontina, non era diverso dal percorrere una qualunque rotatoria. Adoravo il Colosseo, ma la sua familiarità me lo aveva reso quasi invisibile. A casa non ricordi quasi più dove sia quel particolare quadro, e la sua immagine è comunque stampata nella tua memoria.

A casa non guardi quanto sia alto il soffitto. Se vivi in una casa con tante camere, ti accorgerai di quanto fosse grande solo quando andrai a vivere in un monolocale; e anche una camera e cucina ti sembreranno anguste. Nella mia casa torinese da scapolo, in cucina non avevo manco l’acqua calda, cosa che saltava all’occhio delle ospiti che avessero avuto la malaugurata idea di sciacquare le tazzine del caffè. A New York nessuno punta lo sguardo verso l’alto, consideriamo Philadelphia un prolungamento della città, quasi un sesto borough, e fa veramente freddo solo se si ghiaccia pure l’acqua dell’Hudson.

A New York ci vestiamo di nero

Se vivi in perfetta solitudine, la tua casa sarà sempre perfetta: che tu passi l’aspirapolvere ogni giorno o solo dieci minuti prima che gli amici bussino alla tua porta. Potrai lasciare le mutande sullo stendino per giorni, a seccare. E mangiare comodamente sul letto, davanti alla televisione, incurante delle briciole sulla coperta. Anche quando rientravo poco prima di mezzanotte nella mia tana ero capace di mettermi ai fornelli per farmi un risotto al radicchio. Non dovevo rendere conto ad alcuno delle mie scelte demenziali. Quando invece hai famiglia o anche solo condividi casa con qualcuno, la tua libertà finisce davanti alla porta del frigorifero. Le relazioni sociali in ambiente urbano, soprattutto se sovraffollato, seguono la stessa dinamica.

A Roma condividere una stanza e fare la coda al cesso erano problemi insignificanti di fronte al padrone di casa integralista musulmano, che non ammetteva presenze femminili nemmeno in pieno giorno, e nemmeno per studiare su un tavolo scalcagnato in cucina. L’irreprensibile amica Stefania, che vantava un nonno giudice della Corte Costituzionale, si è dovuta arrendere di fronte ad un’interpretazione rigorosa della sharia a quattro chilometri dalle colonne del Vaticano. La coesistenza in molte città è esattamente come quella in un appartamento condiviso. Ma New York va oltre, perché vuole sempre strafare.

A New York ci vestiamo di bianco

Questa città è come una camera d’ostello con quattro letti a castello in quindici metri quadri. Gli ospiti di questo ostello arrivano letteralmente da ogni luogo possibile e immaginabile della Terra, e parlano nei modi più svariati. Le statistiche comunali dicono che qui a New York si parlano almeno duecento lingue diverse, pari più o meno alle nazionalità riconosciute ufficialmente dall’ONU e dalla FIFA. Un’associazione che si occupa di salvaguardare le lingue a rischio d’estinzione (ELA) ha fatto un censimento. Secondo loro, in città si parlano almeno 600 tra lingue e dialetti. Per dire. Se in Istria ci sono solo più un migliaio di persone che parlano “Istro-rumeno” (o Vlashki/Zheyanski, dal nome dei villaggi d’origine), a New York se ne conta qualche centinaio. Nella parte più settentrionale del Mustang in Nepal, regione di cui nemmeno sospettavo l’esistenza sino a dieci minuti fa, ci sono cinque villaggi dove circa 700 persone parlano “Seke”. Qui a New York un centinaio di nepalesi parlano “Seke”, in una manciata di famiglie sparse a Flatbush (Brooklyn) e Jackson Heights (Queens). Non so quanti riescano ad esprimersi correttamente in piemontese quaggiù, e se sappiano pronunciare lo scioglilingua dei due peperoni nell’olio. Ma pare che a fine Ottocento i piemontesi, insieme ai liguri e ai toscani, avessero iniziato a lasciare Little Italy ai meridionali per muoversi poco più in là, nel West Village.

A New York ci strappiamo i pantaloni

Cosa fai in una città dove almeno un quarto della popolazione ha problemi a parlare inglese; quasi la metà parla anche un’altra lingua oltre l’inglese; dove le incomprensioni linguistiche trovano terreno fertile; e dove l’aggressività verbale è un dato culturale insito nella società? In questa casa sovraffollata, e dove il sangue si scalda più facilmente che in Danimarca, puoi anche odiare con tutto il cuore il tuo prossimo. Ma iniziare una faida si tradurrebbe nella necessità di lavare il pavimento di qualche camera della casa ogni santo giorno, per far sparire almeno le tracce di sangue più vistose. Tu, invece, non c’hai testa per queste rogne. Vuoi solo andare a spasso, fare la coda per un trancio bisunto di pizza che mangerai in piedi su un lurido marciapiede o per entrare in quel bar a Williamsburg dove ci sono tutti i tuoi amici. Diventi per forza tollerante, qui a New York, anche se vorresti strangolare migliaia di metaforici vicini di letto con le stesse calze puzzolenti che hanno abbandonato nell’unica doccia del terzo piano dell’ostello. Solo la pandemia ci ha fatto dimenticare la puzza nella metropolitana più squallida dell’universo. Ad oggi, meno della metà di noi prende regolarmente la metro. E tra le stesse migliaia di vicini con le calze maleodoranti, in genere, c’è pure quello che prova gongolante ad ammazzarti spingendoti sui binari mentre arriva il treno.

A New York viviamo da favola

Non dimenticatelo mai: la Guida Inutile New York è l’unica guida turistica al mondo che cerca di dissuadervi dal venire in vacanza quaggiù. Perché a farci distrarre dalle vetrine luccicanti, dai grattacieli e dalle modelle con tacchi a spillo e décolleté da vertigine siamo capaci tutti. Ma voi? Di fronte alla prospettiva di una città sporca, disorganizzata e poco amichevole? Nulla, imperterriti e temerari. Niente può svegliare dal sogno di ritrovarsi nella Greatest City in the World. Tanto vale, allora, regalarsi qualcosa di speciale. Ricordatevi di prenotare il miglior tour della città. Con il sottoscritto, ovvio. L’unico che potrebbe dimenticarsi l’anno di costruzione dell’Empire State Building ma ti sa dire dove sederti in metropolitana e come ordinare un caffè senza ritrovarti con due dita non richieste di zucchero. Non solo. In cinque minuti ti può portare da Manila al Tibet. E sulla via del ritorno in albergo ti fa fotografare un panorama mozzafiato di Manhattan. Perché non esiste miglior guida di New York di questa qua. Fuhgeddaboudit.

A New York facciamo la spesa

E che fa questa Guida Inutile, la domenica, quando non ci sono visitatori italiani che richiedono la sua compagnia per una passeggiata indimenticabile? Ma santifica il divano, che domande!

BRACCIOLI RUBATI ALL’AGRICOLTURA

L’amico Elio non ci vuole credere. È domenica. Da me, a Brooklyn, è appena iniziato il pomeriggio. Da lui, a Nichelino, sta giusto arrivando la sera. La nostra videochiamata su Whatsapp è una cosa naturale, come lo era un telegramma cent’anni fa. Ho rivisto Elio a luglio di quest’anno, quando sono andato in Italia a trovare la mia famiglia. Mi ha portato a pranzo in una piccola trattoria a Moncalieri, dove abbiamo mangiato degli ottimi primi a base di pesce. Parlare dei vecchi tempi trascorsi insieme sarebbe stato complicato. Perché io ed Elio, prima di quel pranzo a luglio, ci siamo visti l’ultima volta nell’estate del 1980. Era la fine della nostra quinta elementare. Ci siamo ritrovati per merito suo, e grazie al caso di un gruppo Facebook dove si parla di Torino.

A casa un solo schermo non basta mai
A New York, la domenica pomeriggio, guardiamo due partite di calcio alla volta

Elio non vuole credere al fatto che io, la domenica pomeriggio, me ne stia a casa. “Cioè, tu vivi a New York e non esci? Con tutto quello che potresti fare laggiù? Non è mica Nichelino!”. Mentre me lo dice, io sono semi affossato nella mia poltrona. Moglie e figlio sono ai giardini, io l’ho scampata. Se avessi altre due creature, e non ci fossimo fermati con la scusa dell’età, adesso potrei tranquillamente canticchiare gli Skiantos della buonanima di Roberto “Freak” Antoni: “con una moglie e tre bambini, tutte le domeniche ai giardini”. Invece posso rilassarmi e contarmela un po’ col mio amico lontano. Provando a convincerlo che tra New York e Torino c’è meno differenza di quel che possa pensare lui. E non è un’eresia.

A New York ci sembra di stare a Miami

Se così non fosse, se New York fosse davvero questo posto idilliaco dove vivere, non si spiegherebbe perché nei decenni questa città abbia visto milioni di persone andarsene via, poi rimpiazzate dai nuovi arrivi. O perché molti newyorchesi sognino di poter vivere a Parigi o andare in Canada o, perché no, vivere in Italia, magari a Roma o Venezia. I luoghi comuni, tipo che tutto il Mondo sia paese o che l’erba del vicino sia sempre più verde, iniziano a ronzare fastidiosamente nelle orecchie, eh? Perché un po’ di verità se la portano appresso pure loro. I pregiudizi, tutti, non sono mai completamente infondati. Sono solo delle iper-semplificazioni (come quella che sto facendo io adesso!), quando dovremmo invece sapere, soprattutto se adulti, che la complessità e le contraddizioni rendono la nostra esistenza ben diversa da quella che avevamo immaginato quando eravamo in quinta elementare. Io, tanto per dire, alla fine Giulia ed Ester non le ho mai baciate, perché ero un bambino timido. Sono invecchiato bene, però.

GUIDA DA MARCIAPIEDE

A New York abbiamo archi di trionfo

Cerchiamo di capirci. Ma certo che la Nichelino di Elio e la mia Brooklyn sono quanto di più differente possa immaginarsi. E sarà così sino a quando i contribuenti di Nichelino non vorranno costruire un ponte gigantesco e farne cartoline notturne con la Mole Antonelliana e il Palazzo della Regione disegnato da Fuksas sullo sfondo. Spremendoci in tanti in un spazio relativamente piccolo, la folla e il traffico sono ovunque, qui a New York, e i giorni della settimana sembrano spesso tutti uguali. Anche in questo periodo dove la pandemia modifica le abitudini di lavoro degli impiegati e riduce il numero dei turisti per strada, una passeggiata per le vie commerciali di Soho a Manhattan, in un qualunque giorno feriale, sono come il sabato pomeriggio in via del Corso a Roma o in via Garibaldi a Torino. La zona dell’Atlantic Terminal a Brooklyn, dove si incrociano grandi strade e si concentrano stazioni, centri commerciali, negozi di grandi marchi e pure il palazzo dello sport dove giocano i Nets, è sempre caotica. I grattacieli in costruzione nella limitrofa Downtown Brooklyn renderanno questi marciapiedi sempre più saturi. Nel Queens di Jackson Heights, dove tra Roosevelt Avenue e Broadway arrivano cinque linee di metro, la confusione è la regola. Ai fumi delle macchine si sommano quelli dei carretti che vendono arepas e i profumi dei ristoranti indiani. Magari i profumi saranno completamente diversi, ma il giorno di mercato a Susa e Piombino sono altrettanto colorati e affollati. Fare la spesa è un’esperienza basilare a qualunque latitudine.

A New York ci sediamo nei parchi

Gli studenti della New York University, che arrivano da tutta America, sembra che non abbiano idea che esistano altri quartieri fuori dal Village. Gli studenti che si ammassano nelle San Lorenzo o nelle Vanchiglia sparse per l’Italia seguono lo stesso istinto (l’ha fatto pure il sottoscritto). Nessuno di loro è così diverso dai ragazzi che arrivano dalle San Lazzaro, dalle Nichelino e o dalle Paderno Dugnano di New York per divertirsi. Ogni fine settimana i treni da Long Island sono affollati di ragazzi che vengono in città, per poi tornare a notte fonda nelle loro cittadine, sbronzi come pochi. Chi prende Uber o la metro per andare nella Bushwick “alternativa” di Brooklyn ha gli stessi obiettivi d’ogni giovane del pianeta: alcool, fumo e, soprattutto, sesso. La vera differenza, quaggiù, è al massimo che la marijuana per uso cosiddetto ricreativo è adesso completamente legale. Ciò non ha modificato le abitudini dei giovani. Ha invece sdoganato i comportamenti di quanti fumavano già in precedenza ma solo nel chiuso delle mura domestiche o del cortile. Adesso, tutti ostentano. E così, puoi tranquillamente passeggiare un pomeriggio con la prole per Park Slope, uno dei quartieri preferiti dalle famiglie newyorchesi a Brooklyn, e sentire profumo di canne che aleggia di fronte ai bar, ai ristoranti o alle classiche scalinate dei brownstones dove tutti vorremmo vivere.

Nessuno si senta offeso, poi, ma in questo momento non cambierei New York per nessuna delle città sopra citate (e chi pensasse “grazie al cazzo” sarebbe fuori strada). Non perché non mi attraggano, tutt’altro. Chi non vorrebbe vivere a Roma, Venezia o Parigi. A Parigi mi accontenterei di qualunque condominio anonimo dietro il parco di Belleville. A Venezia potrei fare carte false per Sant’Elena ed essere vicino allo stadio (e l’amico Gabriele sa che non scherzo). A Roma vorrei affacciarmi e vedere il gasometro, e scriverei una guida sulla città industriale, se non si deciderà a farlo l’amica Elena.

A New York vogliamo vederci bene

Davvero non è snobismo. Una delle ragioni principali per cui adesso non cambierei New York per un’altra grande città è molto banale: anche le città più belle e famose hanno le loro magagne. Quale dovrebbe essere la differenza, allora? Cosa c’è da guadagnare? Quando metti radici in luogo, anche se solo per un tempo che potrebbe essere limitato, non hai tutta ‘sta smania di muoverti, nemmeno per il posto più incantevole del mondo. Ogni città ha le sue colonne di giornali negli angoli dell’ingresso e armadi a muro che nascondono camicie sporche. Ma sono le nostre case. Francamente, non penso che casa mia sia meglio di casa tua, anzi. Penso solo che mi sento a casa quaggiù, e ho raggiunto un’età in cui uno ha voglia soprattutto di tirare il fiato, anche se l’aria tutt’attorno è a volte asfissiante. Le cose che vedi accadere a New York, e la cronaca nera cittadina, sono tutto tranne che un idillio e un invito a vivere in questa città.

La mia New York non è diversa dalla tua Catania (dove però c’è un Liceo Spedalieri che mi rende orgoglioso) o dalla tua Nichelino. E sono pronto a scommettere dollari pesanti che tanti giovani newyorchesi apprezzerebbero la vita notturna di Benevento o di Pavia se solo avessero modo di metterci piede. Poiché ho vissuto a lungo nelle “vostre” case italiane, e adesso vivo in una nuova casa americana dal 2013, posso ripetere all’infinito sempre lo stesso concetto, che dovrebbe essere intuitivo anche senza aver viaggiato: a livello di marciapiede, di vita quotidiana delle persone normali, le città più disparate hanno tante cose in comune. Una di queste è che, alla fin fine, facciamo la nostra vita in un quartiere e in poche altre zone più o meno vicine. In città grandi come New York questo paradosso diventa inevitabile. Non è che siamo affezionati alle quattro strade vicino casa. È che andare a provare un nuovo ristorante a 20 chilometri da casa non è cosa che puoi fare tutti i giorni. Questa è una città dove si contano non meno di 250 quartieri. Già un miracolo se conosciamo un quarto dei loro nomi.

A New York ci piacciono tutte le ruote

Se a livello stradale le vite e gli spazi pubblici dei mortali si assomigliano, come quando ti muovi da un aeroporto all’altro, è invece quando si sale in altezza che iniziano i sogni. Raggiungi la punta dell’Empire State Building al tramonto, vedi tutte quelle luci in basso e… wow!! Magia, certo. Provate a portare dei newyorchesi al Monte dei Capuccini, a Torino, per vedere la città dall’alto, l’orizzonte con montagne, e rimarranno impressionati allo stesso modo. Quando si torna a terra, il risveglio può essere brusco. Le cartoline diventano immagini più sgranate, a volte pure un po’ sgualcite. Se l’industria turistica, quella delle relazioni pubbliche e dell’intrattenimento di massa non producessero sempre nuove cartoline, se non alimentassero i sogni, sarebbe la fine per milioni di posti lavoro. I filtri fotografici e il ritaglio esistevano anche prima di Instagram.

LA MIA CASA È OVUNQUE ( E NON È COLPA DI UN MOBILIFICIO SVEDESE)

Nelle centinaia di quartieri che compongono New York, e dove si parlano ancora più lingue, c’è sempre la testimonianza di tante altri Paesi e città al mondo. Mio figlio gioca a calcio con la sua maglia del Toro e nel campetto a fianco ci sono uomini che si urlano le peggio cose in spagnolo, indossando maglie del Barcellona e della Juve. Esistono decine di enclave etniche che spaziano dall’Egitto alla Polonia, passando per Brasile, Corea, Ecuador, Yemen e via discorrendo. Nelle comunità più grandi, si trovano addirittura delle sotto-enclave. Così nella zona est della vecchia Chinatown di Manhattan, esiste una Little Fuzhou dove si sono insediati gli immigrati dalla provincia cinese di Fuijan. Non troppo distante ha provato a farsi largo una Little Saigon visibile nei ristoranti vietnamiti. Parlando di città, a New York abbiamo una Little Odessa a Brooklyn e una Little Manila nel Queens. E quando una comunità, pur numerosa a livello cittadino, non si sente adeguatamente riconosciuta, si sbatte per ottenere visibilità. Così, in queste settimane, uno sparuto manipolo di attività commerciali francesi a Nolita sta tentando di creare una Little Paris. Sans blague, come direbbero seriamente a Parigi (no shit, come diciamo noi da queste parti; mica cazzi, come si direbbe in Italia).

A New York ci piacciono i calzini bianchi

Sentirsi a casa in una città come questa è facile, perché c’è spazio per chiunque, nessuno escluso. Anche per quelli che vorrebbero far piazza pulita di questa metropoli e di tutto ciò che rappresenta, dal capitalismo più rampante alla tolleranza del multiculturalismo. Pur non avendoci mai messo piede, è facile per chiunque sentire di possedere almeno un piccolissimo pezzo di New York. Non è solo il fatto che il cinema, la musica e la letteratura globali ce l’abbiano resa familiare. Quelle espressioni di cultura popolare newyorchese sono diventate globali perché in questa città sono rappresentati i quattro angoli della Terra.

È un po’ come se tutte le città del mondo, in qualche modo, arrivassero col tempo qui a New York. E frammenti di questa grande metropoli, a loro volta, facessero poi il viaggio in direzione opposta, raggiungendo progressivamente quelle stesse città, in un’interscambio continuo. New York raccoglie da almeno due secoli il mondo intero, sforzandosi non poco di far convivere la sua eterogenea popolazione di immigrati. Da sempre questa città alterna lunghe fasi di crescita a fasi di declino, punteggiate da episodi di violenza e brutali crisi economiche. Ma è il luogo dove dalla fine dell’Ottocento è partito proprio l’esperimento della città moderna, tuttora in corso ed entrato con la pandemia nell’ennesima fase di trasformazione. Allo stesso modo in cui New York accoglie come una spugna tutto quello che attracca sulle sue coste, siano esse ambizioni o disperazioni, lo restituisce poi al Mondo intero sotto forma di archetipo della vita urbana contemporanea.

A New York ridiamo

Ciò non avviene solo attraverso l’opera dei diplomatici o delle grandi multinazionali alla ricerca di mercati da conquistare. I newyorchesi tutti, anche inconsapevolmente, sono i primi ambasciatori in quest’opera di proselitismo e promozione territoriale, perché in America chiunque ha radici culturali che affondano anche in Paesi lontani, e mantiene più o meno in vita questi legami con i luoghi d’origine. Una volta erano le rimesse degli immigrati, poi sono arrivate le vacanze al paese dei nonni e adesso è il flusso ininterrotto dei social media, alimentato anche da quelli come il sottoscritto. Che poi questo modello di società complessa possa essere sposato con convinzione da urbanisti visionari, imitato maldestramente da politici alla ricerca di facile consenso o rigettato con disprezzo da attivisti per il ritorno alla natura, è un altro discorso. Il punto in questione è che in ogni città contemporanea, volenti o nolenti, c’è un po’ di New York. Così come New York, con la sua estrema diversità etnica e razziale, porta nel suo dna le speranze fuggite da altre città, allo stesso modo queste ultime hanno sempre un po’ di New York nella loro anima, anche quando non ne sono nemmeno consapevoli.

A proposito. Ora che ci penso. A Torino c’è un bar che si chiama New York, a due passi dal grande mercato di Porta Palazzo, da sempre il centro dell’immigrazione in città. Un caso? Io non credo!!1!

COLONNE

La “casa” della “Guida Inutile New York”
A New York abbiamo rosso di sera

Anche prima del Covid ogni settimana macinavo decine e decine di chilometri a piedi. Per accompagnare i miei ospiti nella visita della città o per esplorare nuovi percorsi. Adesso, aspettando che l’ondata passi, mi lascio soprattutto trasportare da pensieri in libera uscita. Se vago vicino casa, quando ho un po’ di tempo libero nel tardo pomeriggio, mi limito a fare 7/8 chilometri. Se invece esco dopo pranzo, finisce sempre che marcio per 15 o 20 chilometri. Non una maratona, come quella più famosa al mondo (che guarda il fottuto caso, si svolge proprio in questa allegra cittadina). Ma quando rientro per cena, sono io quello cotto.

Per questa ragione, nel fine settimana, non penso che questa sia “New f**king York” e che io debba approfittare dell’energia inesauribile di questa città. Le mie forze sono decisamente più limitate. E condivido questa poco affascinante realtà con milioni d’altri disgraziati. Quaggiù, nei fine settimana, la gente vuole riposarsi. Si, anche in questa casa con tante camere dove ci pestiamo i piedi a vicenda e strilliamo contro chi occupa il cesso. Tanti newyorchesi escono, vanno per ristoranti, locali e teatri. Ma tanti altri, la maggioranza, tutti quelli che non finiscono nei resoconti dettati ai giornalisti dalle agenzie di pubbliche relazioni, vogliono le stesse cose di qualunque essere umano medio che viva nella parte ricca del Pianeta: rilassarsi, guardare un film, seguire le partite, invitare gli amici per due chiacchiere. Piccole cose. Magari andare ai giardini coi bambini è l’ultimo dei desideri possibili, ma si fa pure quello.

A New York, beh si, a New York per strada guardiamo le gambe delle ragazze

Nelle mie camminate estenuanti guardo raramente verso l’alto, perché lassù non accade nulla di particolare. In genere, mantengo lo sguardo a livello marciapiede, dove posso incrociare sguardi, sorrisi, smorfie. Oppure mi distraggo completamente nella musica che sempre ho nelle orecchie, e faccio attenzione solo a non farmi arrotare mentre attraverso la strada. L’orizzonte diventa una specie di sfondo sfocato, o solo la cornice del quadro. Che nuovi grattacieli vadano ad affiancarsi a quelli esistenti, magari ostruendo una visuale nota fino a qualche mese prima, quaggiù è un’ovvietà come asfaltare una strada.

Ovviamente, devo tenermi aggiornato su tutto quello che presto a tardi finisce sulle guide turistiche. Il prolungamento della High Line, la costruzione del Vessel nel nuovo complesso di Hudson Yards o l’apertura di una nuova stazione ferroviaria dove prima c’era un immenso ufficio postale, possono essere interessanti anche per chi, come me, ha pur sempre l’occhio rivolto soprattutto alla varia umanità che rende New York un magnete. Ma con i grattacieli, fatico proprio. Mi piacciono, architettonicamente parlando, e alcuni sono dei veri e propri gioielli. Solo che non riesco a farmi entrare in testa la recente ondata di torri longilinee che sta spuntando su 57th Street, la cosiddetta fila dei miliardari. Il resto di Midtown non è da meglio, salvo un’eccezione: One Vanderbilt.

A New York abbiamo tutte le comodità

In America, molto spesso, il nome dei grattacieli coincide con quello del loro indirizzo stradale. One Vanderbilt sorge esattamente al numero uno di Vanderbilt Avenue, adiacente a Grand Central Terminal, la storica stazione dei treni che raggiungono le contee a nord di New York City. Inaugurato nel settembre 2020, con i suoi 427 metri è il quarto grattacielo per altezza qui in città, dove esistono almeno cento costruzioni che superano i 200 metri. Ha una forma particolare, che sicuramente lo renderà riconoscibile in futuro come il vicino Chrysler Building e il notissimo Empire State Building. È costituito da quattro elementi che diventano più stretti via via che salgono verso la cima, creando quella che appare una sorta di spirale. Gli architetti di professione non me vorranno se questa descrizione fa cagare.

Quando ho letto che a fine ottobre 2021 One Vanderbilt avrebbe aperto al pubblico la sua nuova terrazza panoramica sospesa nel vuoto, ho pensato che prima o poi avrei dovuto metterci piede pure io. Ma ciò che ha davvero catturato la mia attenzione è stato un particolare inaspettato. Casualità pura.

A New York abbiamo colonne e “colonne”

Un pomeriggio di qualche settimana fa stavo uscendo da Grand Central Terminal quando ho notato qualcosa proprio nell’atrio di One Vanderbilt. Ho spinto la porta girevole e sono entrato, fermandomi di fronte a tre colonne sinuose color argento. Ci ho messo un istante a riconoscerle. Erano di Tony Cragg, un artista inglese che ho imparato a conoscere ed apprezzare quando vivevo a Torino. Queste tre colonne newyorchesi fanno parte di una lunga serie chiamata “Points of view” (punti di vista) e, a guardarle bene, racchiudono dentro di se i profili di alcuni volti. Ne avevo viste di piccole, in vendita ad almeno 200mila euro, ad Artissima, la fiera d’arte contemporanea che dal 1994 si tiene a Torino all’inizio del mese di novembre. Ma le più famose, nella mia vecchia città, stazionano davanti allo Stadio Grande Torino, dai tempi epici delle Olimpiadi Invernali del 2006. Mi sono sempre piaciute e per lungo tempo sono state occasione per ciondolare nell’area che le ospita.

Qualche anno fa, se non ricordo male, lungo la banchina verde di Park Avenue sono state esposte altre sculture di Tony Cragg. Ma io, a meno di non dover andare al Consolato Italiano, o di passarci in macchina, non ho grandi interessi che mi spingano in quella zona. Così avevo perso l’occasione di vederle. Adesso, invece, ero di nuovo davanti alle mie colonne preferite. Ho preso il telefonino e ho iniziato a scattare alcune fotografie. Uno dei custodi si è avvicinato e mi ha gentilmente ricordato che non potevo fare fotografie all’interno del palazzo, una regola che si ripete praticamente in molti atri di New York, con o senza opere d’arte. Così sono uscito fuori e, come un voyeur qualunque, mi sono messo a scattare col telefono appoggiato al vetro.

A New York non abbiamo più le mezze stagioni, signora mia

Quando qui a New York cerco segni della mia amata Torino, e non sono in vena di scovare Arte Povera per i musei cittadini, vado a fare un po’ di spesa da Eataly o a comprare cioccolata da Venchi. Sono contento quando vedo in giro il marchio Lavazza. Ho scoperto solo di recente che hanno un punto di vendita all’interno di un cinema su Broadway, vicino Union Square, e ho pure fatto una fotografia al loro stand agli US Open di tennis di quest’anno.

A proposito di tennis. A metà novembre la mia vecchia Torino ospiterà le ATP Finals, il torneo che conclude la stagione con i migliori otto tennisti al mondo. Ci sarà anche il russo Medvedev, che io ho visto qui a New York a settembre, nel quarto di finale più noioso a memoria d’uomo. Le ATP Finals inizieranno giusto dopo la fine di Artissima 2021. E si terranno al PalaAlpitour, il palazzo dello sport che si trova a fianco dello Stadio Grande Torino. Dove ci sono… le colonne di Tony Cragg.

Casualità, tante. Non a caso, invece, conto di rivedere quelle colonne torinesi molto presto. Ma non credo avrò tempo per vedere qualche incontro di tennis, magari con il “nostro” Berrettini. Pochi giorni di trasferta, prima di rientrare a casa e aspettare che i turisti italiani tornino finalmente a visitare New York. Pare che le frontiere americane riapriranno agli europei domenica 7 novembre. Due giorni dopo quell’agognato liberi tutti, io faro il check-in in direzione opposta.

A New York ci amiamo il doppio

Prima di chiudere. Avete presente quelle colonne del mio vecchio appartamento da scapolo? Quelle in giornali, dove ammassavo mesi e mesi di copie del Sole24Ore, della Stampa e della Repubblica? Quelle che non avrei levato per nessuna ragione al mondo, perché quella era casa mia? Bene. Le mie colonne avevano un solo e unico ispiratore: Tony Cragg.

Adesso sono talmente vecchio e rincoglionito che potrebbe pure scapparci la lacrima.

Saluti da New York, the Greatest City in The World.

Casa, dolce casa.

Denis Spedalieri, la “Guida Inutile New York” davanti allo Stadio Grande Torino insieme ad una colonna di Tony Cragg
(E poi, anche qui a New York, avremo sempre Torino, dove la vostra “Guida Inutile” va a farsi un bell’autoscatto con una colonna di Tony Cragg)
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