Persone

Paolo, l’italoamericano perfetto che non mi aspetto – Gente di New York #16

Venezia e Firenze? Roma? Napoli? Fuhgeddaboudit, néh! Perché non tutti gli americani amano solo le più famose città d’arte italiane.


Martedì 29 novembre 2022


“Da dove venite?”, domanda in italiano perfetto, 

e lieve accento americano, 

l’uomo con la mascherina in mano e in testa un berretto.

Fermo pure lui davanti alla stessa colorata vetrina, 

ha appena finito d’osservare il nostro gustoso siparietto.

Si, lo ammetto, un po’ l’ho cercata, 

questa cantilena sbarazzina. 

Ma la rima alla Rodari m’è balenata così, di getto!

Va bene, prometto, 

adesso smetto… 

Ops!

Sono sicuro d’averlo già accennato altre volte, su questa Guida Inutile che in realtà è più un blog sconclusionato (e forse manco quello). Una delle più consolidate abitudini newyorchesi è quella di attaccare discorso con perfetti sconosciuti. Per il puro piacere di parlare, di scambiare qualche parola e nulla più. 

Il tutto avviene quasi sempre in una manciata di istanti, non è che ci lanciamo in conversazioni approfondite. Per strada come in metropolitana o in fila davanti a un negozio. Una cosa che nel resto degli Stati Uniti è spesso considerata maleducazione quando non segno di evidente squilibrio mentale. Qui è la regola. 

Il panorama perfetto di New York? Alla Lego!

Ieri, per esempio, ero da Uniqlo a Brooklyn, con mia madre (si, Nonna è tornata in città, per festeggiare il suo primo Ringraziamento, a distanza di 30 anni esatti dal mio primo). Stavo cercando una maglia per lei, di quelle in materiali ultra tecnologici, che tengono caldo anche se sono molto più leggere di un maglione tradizionale. Mentre ero lì che scavavo per trovare la taglia giusta, un signore ha iniziato a parlarmi. Ha elencato per filo e per segno le virtù della maglia (che peraltro conoscevo già pure io), e mi ha spiegato la differenza tra i tessuti disponibili. Era lì con sua moglie, e ci siamo messi a chiacchierare almeno per cinque minuti. Era evidente che avesse proprio voglia di parlare e la moglie faceva gesti con la mano per dirmi che era un gran chiacchierone. Io traducevo dall’inglese quasi in simultanea per mia madre. Mi ha chiesto dell’Italia, dove si trovasse Torino, quale fosse il clima in inverno e poi mi ha anche rifilato un’inesorabile lezione di geografia. “Vivo a New York da quarant’anni”, mi ha detto, “vengo dall’unica nazione del Sud America dove si parla inglese”. “Dalla Giamaica?”, ho chiesto io. “Eh no”, è stata la sua replica. “Quella si trova in Centro America. Io e mia moglie siamo originari della Guyana”. Poi è scoppiato a ridere. “Parlo tanto perché sono stato un professore!”

Adesso sono davanti alle vetrine del negozio della Lego, a due passi dal Flatiron Building. Io, la mia mamma e la Ragazza dai Capelli Rossi siamo appena usciti da Eataly, dove ci siamo fermati per il caffe pomeridiano. Ho detto a mia madre che la stavo portando alla Statua della Libertà. Le ho indicato la vetrina e lei, dopo un attimo di perplessità, ha capito lo scherzo. Alle sue spalle campeggiava una copia tozza e squadrata di Lady Liberty, tutta rigorosamente in mattoncini Lego. Dopo averle scattato la rituale foto ricordo, con il mio obiettivo dichiarato di scatenare l’invidia delle sue amiche, noto che lì vicino un uomo sta osservando divertito tutta la nostra pantomima. Si mette a sorridere e ci rivolge la parola. “Da dove venite?”. Il suo accento americano è appena percettibile.

Come da migliore tradizione cittadina, rispondo al perfetto sconosciuto. “Io vivo a Brooklyn, ma mia madre arriva da Torino. È venuta a trovarci per il Ringraziamento”. A quel punto, il caso vuole che un botta e risposta alquanto comune, fatto apposta per morire lì, di morte quasi istantanea e indolore, dia invece il là ad un scambio un po’ più lungo di quello che le regole di buona maleducazione newyorchese considerano socialmente accettabile. 

“Sono italoamericano”, continua l’uomo col berretto. “La mia insegnante d’italiano è di Torino. Sono stato a Torino di recente”. Prende il suo telefonino e mi mostra le prove: usa come sfondo uno scorcio della Mole Antonelliana. Quasi non ci credo. Torino non è proprio popolarissima tra gli americani, e non solo perché Roma, Firenze, Venezia e Napoli fanno sempre la parte del leone… e poi pure Milano, Pisa e… Bologna, Palermo, Genova, Verona… E i torinesi possono solo prendersela con la loro innata incapacità di raccontarsi senza fare i primi della classe se quaggiù in pochi conoscono la quarta città d’Italia. Così, quando a New York trovo l’unicorno che porta Torino nel cuore, e la vede ogni volta che risponde al telefono, mi si allarga anche a me, il cuore.

“No, dai, mitico! Vieni quà!”, parto tutto squillante come fossi ancora un quindicenne degli Anni Ottanta. “Dobbiamo farci assolutamente un selfie!” Negli Anni Ottanta, anche a viaggiare con una macchina fotografica dietro, avremmo al massimo tentato un autoscatto.

Autoscatto d’ordinanza con Paolo

Si chiama Paolo, il newyorchese che ha la passione per Torino. E pure Neil, ma un po’ per caso, per una di quelle storie contorte che si insinuano in tutte le famiglie. La sua, originariamente, è arrivata qui in America da un piccolo paesino dell’Emilia. Lui è nato e cresciuto a Chicago, ma poi è venuto a New York. Un po’ come un torinese che va a vivere nella sempre invidiata Milano, e poi non la lascia più, ché in fondo in fondo ci si trova bene. Questa cosa qua non gliela dico, a Paolo, ma la penso. Gli racconto invece che faccio la guida, che sono arrivato quaggiù quasi dieci anni fa e che ho sposato mia moglie, americana come lui, proprio nella “sua” amata Torino. Non so come, ma finiamo per parlare anche del nostro pranzo di matrimonio nelle Langhe. E ovviamente, Paolo non può che adorare le Langhe.

“Stavo giusto andando da Eataly anch’io, ma per comprare del vino piemontese”, continua l’italo-americano che smonta tutti gli stereotipi degli italiani in America, senza nemmeno saperlo.

A quel punto, io e la Ragazza dei Capelli Rossi ci lanciamo come due sommelier. Gli consigliamo di comprare assolutamente una bella barbera del Monferrato un po’ vivace, frizzante, come “La Monella” di Braida. Una delle nostre preferite prima di scoprire quella di Ercole.

“Oh… a me piace il vino fermo…”

Va bene, Paolo, va bene. Questa te la perdoniamo. Ché nessuno è perfetto (ops!).

Paolo e la Mole

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