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Curtis Sliwa, che non sarà Sindaco – Gente di New York #13

Curtis Sliwa, dai Guardian Angels nella metropolitana violenta degli Anni Settanta alla corsa impossibile per diventare primo cittadino di New York. Senza mai togliersi il berretto rosso, in oltre 40 anni di romanzo criminale.


“Torino, Trento, Trieste!”. Sembra quasi uno ritornello per bambini, di quelli che solo la buonanima della compianta Raffaella Carrà poteva cantare. E invece ricevo questa piccola chicca di geografia elementare dall’ultimo degli insospettabili: Curtis Sliwa, lo storico fondatore dei Guardian Angels alla fine degli Anni Settanta, e ora candidato per i Repubblicani alla carica di Sindaco qui a New York.

Musica per immaginare New York tra gli Anni ‘70 e i ‘90

È un pomeriggio di metà luglio. No, non adesso che butto giù quest’articolo. Ora siamo a novembre. Come da previsione, Eric Adams è diventato Sindaco di New York, stracciando Sliwa. Ma non ho testa per scrivere al passato e poi arrivare al presente. È un pomeriggio di metà luglio quando io e la mia allegra famigliola siamo in macchina, direzione Villabate Alba, la pasticceria palermitana nella Brooklyn italiana di Bensonhurst. Mentre siamo fermi ad un semaforo lungo New Utrecht Avenue, vedo una figura familiare, che ho imparato a riconoscere sui giornali e in tv. Si, quel berretto rosso non può che essere sulla testa di Curtis Sliwa.

BERRETTO ROSSO NON TRIONFERÀ

Curtis Sliwa, Guida Inutile New York, Brooklyn, New York City
La vostra Guida Inutile New York (a.k.a. Denis Spedalieri) con Curtis Sliwa, il leggendario fondatore dei Guardian Angels

Parcheggio rigorosamente in seconda fila, all’angolo con 54th Street, chiedendo al resto della famiglia d’aspettarmi in macchina per qualche minuto. Che sarà mai lasciare l’auto quasi sulle strisce pedonali, proprio davanti al semaforo? Voglio solo andare a scattare qualche foto. Sono un cittadino modello, che vuole solo esercitare il suo sacrosanto diritto al selfie quotidiano, e che diamine. A prescindere dalla politica, e dalle opinioni espresse nelle sue frequenti apparizioni sui media, Curtis Sliwa è un pezzo di storia newyorchese.

Siamo a Borough Park, uno dei due quartieri di Brooklyn dove si concentra la più grande comunità di ebrei ortodossi esistente fuori dai confini dello Stato di Israele. La vicinissima 13th Avenue, sempre affollata, è il centro commerciale del quartiere. A sud, Borough Park confina con Bensonhurst e, in piccolissima parte, con Bay Ridge, quartieri dove da sempre si sono stabiliti gli italiani di New York. Si tratta di una vasta area con popolazione conservatrice. Non sono solo enclave demografiche, ma anche politiche.

Nell’oceano di voto predominante per i Democratici in città, queste sono aree dove i Repubblicani riescono a farsi strada. Cosa per niente facile, a queste latitudini. A New York, per ogni votante che si registra come elettore Repubblicano ce ne sono altri sette registrati pubblicamente come Democratici. Curtis Sliwa sa di non avere alcuna possibilità contro Eric Adams, il candidato che ha vinto le Primarie Democratiche di giugno. Ma viene comunque quaggiù per tenere in vita la sua campagna elettorale, e forse dimostrare che potrebbe avere un futuro politico in competizioni statali o anche nazionali.

LA CONNESSIONE FRANCESE E LA SCENOGRAFIA INTATTA

Sopra le nostre teste, qui su New Utrecht Avenue, passa la metropolitana. Chi volesse avere un’idea della New York del passato, di quella città che negli Anni Settanta era tanto ruvida, nuda e bel po’ cruda, dovrebbe venire in posti come questo. Non perché siano zone rischiose, tutt’altro. Qui a Borough Park, per esempio, la comunità hassidica esercita un forte controllo del territorio, informalmente e anche con servizi di vigilanza privata. La visita in quartieri come Borough Park e Bensonhurst è consigliata perché l’architettura non è cambiata di molto in cinquant’anni, a partire dalla invadente sopraelevata su cui scorrono i treni della metro. Anche certi negozi sembrano essersi fermati nel tempo.

A pochi isolati da qui, all’angolo con 62th Street, c’è una fermata della metropolitana che può richiamare alla mente proprio la New York grigia e difficile degli Anni Settanta. Chi proseguisse verso sud, seguendo in macchina la linea D della metropolitana a Bensonhurst fino a Stillwell Avenue, e avesse una qualche memoria cinematografica, potrebbe pensare a qualche spericolato inseguimento. Uno, in particolare: quello famosissimo de “Il braccio violento della legge”, film del 1971 con Gene Hackman e Fernando Rey.

Il Braccio Violento Della Legge, The French Connection
“The French Connection”, quando prendere la metropolitana a Brooklyn era un film

Il titolo originale del film è “The French Connection”, perché la storia ruota attorno al traffico di droga tra Marsiglia e New York, una costante della cronaca nera di quegli anni. Le scale della stazione su 62th Street comparivano nella locandina del film e in una delle scene più famose. Al termine del lungo inseguimento in auto e in metro, Jimmy “Popeye” Doyle (il poliziotto interpretato da Gene Hackman) riesce a colpire il sicario che, poco prima, aveva provato a ucciderlo davanti alle case popolari di Stillwell Avenue. Quando mi deciderò a scrivere il libro su New York e i tanti film che l’hanno resa eterna, “The French Connection” avrà un ruolo speciale.

In quel film, come in altri della stessa epoca, si vede una New York dove la criminalità violenta e il degrado sono una caratteristica comune in tante aree della città, soprattutto quelle più lontane dagli uffici di Manhattan, nel Bronx e a Brooklyn. Nel 1971 Curtis Sliwa è un giovane appena diciassettenne. Nato nel 1954 a Canarsie, un quartiere a Brooklyn sud, da papà Chester (di origini polacche) e mamma Francesca (di origini italiane). La città, continuamente sull’orlo del collasso economico, non ha risorse per assumere poliziotti e vigili del fuoco, nel momento in cui ne avrebbe invece più bisogno. E la situazione peggiora anno dopo anno. Nel 1975 la bancarotta sembra vicinissima.

LA NEW YORK DELLA PAURA E DELLA CASSE VUOTE

La spesa dell’amministrazione cittadina aumenta ogni anno del 12% mentre i ricavi dalle tasse non crescono più del 4%, creando un buco sempre più largo. I politici newyorchesi chiedono aiuto al Governo Federale. Anche all’estero cresce la paura per una possibile bancarotta della città. Il Cancelliere dell’allora Germania Ovest, Helmut Schmidt, avverte che un fallimento di New York potrebbe avere ripercussioni internazionali, legate al cambio del dollaro. Ma il Presidente dell’epoca, il Repubblicano Gerald Ford, non è intenzionato a offrire aiuto. Il 29 ottobre di quell’anno, in un discorso di fronte al Club della Stampa Nazionale, Ford dice che è pronto ad esercitare il diritto di veto su qualunque provvedimento legislativo che si traduca nel salvataggio economico di New York, perché la città ha problemi simili ad altre metropoli americane ma un’amministrazione peggiore.

La rigida presa di posizione di Ford diventa famosa non tanto per le parole da lui effettivamente pronunciate, quanto perché il giorno successivo uno dei due tabloid cittadini, il New York Daily News, sintetizzerà lo stesso concetto sparando a tutta pagina un titolo ad effetto: “Ford to city: drop dead” (Ford alla città: crepa). L’amministrazione di New York è costretta ad incassare il colpo e a trovare una soluzione d’urgenza per evitare il fallimento. Dopo aver espresso la propria contrarietà, il locale e potente sindacato degli insegnanti si impegna a comprare le obbligazioni comunali per garantire liquidità alla città. Il Governo nazionale accetta alla fine d’estendere il prestito a New York ma solo a condizione che la città metta mano ai suoi conti. Vengono così approvate misure d’austerità, con il licenziamento di migliaia tra insegnanti, lavoratori pubblici, vigili del fuoco e poliziotti.

Benvenuti a New York, la città della paura (1975)

Sempre nel 1975, (quando il nostro Curtis Sliwà è poco più che ventenne e osserva la sua città) durante un negoziato con l’amministrazione cittadina, gli aderenti al sindacato della polizia iniziano a distribuire un volantino ai turisti in arrivo a New York. Il volantino diventa famoso. “Welcome to Fear City”, è la scritta a caratteri cubitali, sopra un teschio avvolto da un mantello nero. Il benvenuto nella Città della Paura è letteralmente una guida per la sopravvivenza nella New York afflitta dalla criminalità. Tra le altre cose, il decalogo consiglia di non stare in strada dopo le sei del pomeriggio, di non muoversi dal centro di Manhattan e di non prendere la metropolitana.

Quando i produttori italiani traducono “The French Connection” nell’improprio “Il braccio violento della legge” fanno una scelta linguistica (e moralista) che mostra l’abisso tra l’esperienza criminale italiana di quegli anni, con tanto di venature ideologiche, rispetto alla quotidiana esperienza della violenza newyorchese. Ben prima del mal di testa causato da frange di poliziotti corrotti come quelli accusati dall’agente Frank Serpico (e indagati dalla Commissione Knapp), o che che interpretano la legge come fossero giustizieri, New York ha un problema quasi insormontabile con la criminalità del tutto fuori controllo.

(QUASI) TUTTO TORNA

Nel 1975 a New York si contano oltre 1600 omicidi all’anno, più del doppio rispetto a un decennio prima. Con riferimento allo stesso periodo, i furti d’auto triplicano e così pure le violenze sessuali e le rapine a mano armata. I furti semplici aumentano di dieci volte, e nemmeno le cassaforti negli alberghi per turisti sono considerate sicure. In questa atmosfera di degrado inarrestabile, proprio la metropolitana, per tantissimi newyorchesi, diventa il luogo pericoloso per eccellenza. Nonostante le statistiche ufficiali dicano che i reati commessi sui treni siano solo una piccolissima frazione dei tanti crimini violenti che accadono quotidianamente, nelle carrozze la percezione di insicurezza e il clima di paura diventano la regola.

Qui ci piacerebbe solo parlare della storia di Curtis Sliwa. Ma senza avere un bel po’ di contesto diventa difficile comprendere certi eventi, e poi le scelte politiche che hanno condizionato anche la New York contemporanea. La crisi fiscale di New York degli Anni ‘70 e la crescita esponenziale della criminalità violenta, che toccherà l’apice con il record di 2245 omicidi nel 1990, nel pieno dell’epidemia di crack e delle guerre tra gang per il controllo del territorio, non nascono dal nulla. Sono frutto di molteplici fattori economici e sociali, che si sono piano piano accumulati in città a partire dalla Grande Depressione degli Anni ‘30.

Negli anni successivi alla grande crisi economica del 1929, New York, diversamente dalle altre grandi città americane, ha messo le basi del suo modello amministrativo di stampo europeo socialdemocratico. E lo ha fatto attraverso politici Repubblicani di peso, come il Sindaco Fiorello La Guardia e il suo braccio destro Robert Moses. La mano dell’amministrazione cittadina è entrata ovunque: dalla gestione degli ospedali a quella della polizia, passando per le scuole, l’assistenza sociale, l’edilizia pubblica e quant’altro. Sono stati gli immigrati europei a creare questa cultura politica di fiducia nell’intervento pubblico. Un’eccezione tutta newyorchese nel panorama ideologico americano, che supera le banali semplificazioni tra repubblicani conservatori e democratici progressisti.

Negli Anni Settanta, come si dice quaggiù, si sviluppa la tempesta perfetta. Nemmeno quel vasto sistema di governo e rete di protezione sociale riesce a farvi fronte. Anzi, viene travolto dalle trasformazioni economiche, da quelle demografiche e dalle innovazioni tecnologiche. Il governo locale le aveva in parte anticipate con studi effettuali già a metà degli Anni Cinquanta. Ma non aveva compreso la portata del loro impatto e aveva sopravvalutato completamente la capacità della città di cavalcarle a suo favore.

New York City movie, 70s in NYC, New York nei film degli Anni Settanta
La New York spensierata nei film degli Anni Settanta

La de-industrializzazione che interessa la produzione d’abbigliamento (persa a vantaggio dell’Asia) e di beni elettronici (persa a vantaggio della Silicon Valley e di Boston). Il calo dell’impiego portuale, che segue l’introduzione dei container e lo spostamento delle attività di scarico in New Jersey. L’arrivo dalle campagne povere del sud e dai Caraibi degli afroamericani e dei portoricani, che vanno a concentrarsi nelle periferie della città e faticano a trovare occupazione. La perdita della base imponibile con l’esodo della classe media bianca verso la provincia newyorchese dei “suburbs” benestanti.

Sono questi gli elementi principali che scatenano la tempesta perfetta degli Anni Settanta, resa ancora più dura da due recessioni a livello nazionale. In quegli anni New York si impoverisce e la violenza dilaga. Perde 800.000 abitanti e 600.000 posti di lavoro. Per ritornare al picco raggiunto nel 1968 con 3 milioni e ottocentomila posti di lavoro la città dovrà aspettare fino al 2010.

Adesso, torniamo invece e finalmente al nostro Curtis Sliwa. Tanto la lezione del passato non l’abbiamo imparata nemmeno quaggiù. C’è sempre qualcuno che pronostica futuri luminosi o tragedie imminenti. La storia, un po’ ovunque, ci dice che le previsioni, siano esse legate ad una pandemia, ad una catastrofe naturale, ad una tecnologia rivoluzionaria o a chissà che altro, sono sbagliate quasi sistematicamente. Possiamo prepararci quanto vogliamo, ed è buona cosa esserlo. Ma dobbiamo anche imparare a vivere con le nostre paure, e accettare che nella vita ci sono rischi. Da sempre, noi esseri umani, ci adattiamo alle situazioni peggiori. Essere isterici serve a poco.

ENTRA IN SCENA CURTIS SLIWA

Nel 1978 il ventiquattrenne Curtis Sliwa lavora come responsabile notturno di un ristorante McDonald’s su Fordham Road, nel Bronx. Un giorno arruola alcuni dei suoi dipendenti e li convince ad armarsi di scope per pulire le strade del quartiere dalla spazzatura non raccolta dai netturbini. Con questo gruppo di volontari, chiamato “Rock Brigade”, si accampa poi davanti alla City Hall, il palazzo dove si trovano l’ufficio del Sindaco e l’assemblea del Consiglio Comunale. “Rock” è il soprannome di Sliwa. Rimangono lì sino a quando il Sindaco Ed Koch non va a congratularsi con loro. Perché il giovane Curtis Sliwa comprende da subito l’importanza della pubblicità e dei media per realizzare i suoi obiettivi.

Nel 1979 Curtis Sliwa e la sua giovane “Rock Brigade” decidono di indirizzare le loro energie al contrasto della violenza in metropolitana. Il pattugliamento notturno dei treni da parte della polizia era sempre oggetto di contese sindacali, a causa dei problemi di bilancio. Nei primi due mesi dell’anno si contavano già 6 omicidi in metropolitana, quando in tutto il 1978 erano stati nove. Il 13 febbraio Curtis Sliwa e il suo gruppo di tredici volontari fanno per la prima volta la loro comparsa sui treni della linea 4, che connette Woodlawn nel Bronx ad Atlantic Avenue a Brooklyn. L’idea è quella d’essere presenti dalle 8 di sera alle 4 del mattino.

La linea, ufficialmente chiamata Lexington Avenue Express (perché corre spedita e fa poche fermate su Lexington Avenue a Manhattan), è conosciuta col nomignolo di “muggers’ express”, cioè l’espresso dei criminali (“mugging”significa propriamente aggredire, rapinare). Curtis Sliwa e il suo gruppo si fanno adesso chiamare “I Magnifici 13”. Ognuno di loro è ben visibile, perché indossa un berretto da boy scout di colore rosso e una maglietta bianca. Quasi tutti arrivano dal Bronx, ci sono ispanici e afroamericani. Sembrano anche loro una gang, dai loro volti non traspaiono che sguardi duri. Ma sono disarmati, e lo saranno per sempre. Hanno l’obiettivo di tenere al largo i malintenzionati. Sanno che anche i cittadini possono effettuare arresti e poi richiedere l’intervento della polizia. Sono pronti.

Curtis Sliwa, Rock Brigade, The Bronx, February 1979, Guardian Angels
Gli inizi di Curtis Sliwa detto “Rock” e della sua brigata nel Bronx

VIOLENZA (IN) METROPOLITANA

Il periodo scelto da Curtis Sliwa per la prima comparsa pubblica in metropolitana con i suoi “Magnifici 13” non sembra affatto casuale. Il 9 febbraio del 1979 esce infatti ufficialmente nei cinema americani “I Guerrieri Della Notte” (The Warriors). Un film mediocre, con dialoghi assurdi come quelli di un qualunque spaghetti western. Ma che nella sua visione edulcorata e romanzata, quasi da coraggiosi cavalieri del santo sepolcro, ruota però attorno ad un tema reale, vissuto in tutte le grandi città americane dell’epoca: quello delle gang di giovani criminali. Al posto dei lunghi canyon, ci sono i tunnel della metropolitana.

“I Guerrieri Della Notte” è ambientato a New York in un futuro non definito e non particolarmente distante. Narra la storia di una piccola gang di Coney Island, The Warriors. I suoi membri sono accusati della morte del leader supremo del gruppo più potente, dopo che questi, durante un affollato raduno nel Bronx, aveva proposto una tregua tra bande e incitato alla presa definitiva della città. Per salvare la pelle, e sfuggire alla rabbia vendicativa di tutte le altre gang di New York, The Warriors intraprendono in metropolitana e a piedi il rischioso viaggio che dal Bronx deve riportarli nella loro casa di Coney Island. Aspetta. Almeno 100.000 appartenenti alle più disparate gang criminali di New York, in una notte in cui potrebbero conquistare la città, si mettono invece ad inseguire per cinquanta chilometri una banda di scalcagnati che scappa in treno?

Amiamo i film ridicoli, e li facciamo diventare di culto, proprio perché sono improbabili e ridicoli. La violenza de “I Guerrieri Della Notte” è davvero ben poca cosa rispetto a quello che si vedeva in film dello stesso periodo, basti pensare ad “Arancia Meccanica”. Soprattutto, non ha nulla a che vedere con la violenza reale e il degrado che caratterizzano vaste aree di New York in quegli anni. Una violenza talmente stilizzata, quella di “The Warriors”, che sembra d’essere di fronte a un fumetto. Difficile non parteggiare per questa banda multirazziale di criminali disgraziati, che nella loro odissea sotterranea cercano di ritrovare la libertà scappando a casa. Il film, in quel febbraio del 1979, esce in ben 670 sale, incassando tre milioni e mezzo di dollari in appena 3 giorni, e oltre nove milioni dopo le prime due settimane di programmazione. Non male per un film prodotto con quattro milioni e promosso con altri due milioni attraverso trailer trasmessi in radio e televisione.

La pellicola, però, genera polemiche fin da subito. I critici, anche quelli che forse non lo hanno nemmeno visto, temono che il film possa incitare violenza generalizzata e addirittura provocare scontri tra gang. Almeno nell’immediatezza della proiezione nelle sale, il timore relativo ad un incremento della conflittualità tra gang per il controllo del territorio, sembra infondato. Secondo quanto riporta un articolo del New York Times il 23 febbraio 1979, la polizia newyorchese non nota, per esempio, alcuna incidenza nell’attività tra gang che possa essere collegata al film. Ma che il medesimo possa eccitare gli animi di una certa frangia di giovani, e indurre alla violenza, risulta difficile da negare. Nella prima settimana di proiezione si contano ben tre omicidi connessi a “The Warriors”. Come non bastasse, due di questi hanno anche una connotazione razziale.

Le cronache raccontano che il primo omicidio avviene il 12 febbraio in California, a Palm Springs, in un drive-in dove si proietta il film. Durante l’intervallo, nasce una discussione animata tra una ragazza bianca e una gang di ragazzi neri, The Blue Coats. Quando gli amici della sua gang, The Family, arrivano per aiutarla, inizia una sparatoria. Il diciannovenne Marvin Kenneth Eller, membro della Family, viene ucciso sul colpo. Il secondo omicidio avviene il 13 febbraio, sempre in California, a Oxnard. A seguito di una rissa nella quale sono coinvolti almeno una dozzina di giovani afroamericani che si sospetta fossero ubriachi e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, il diciottenne bianco Timothy Gitchel viene ucciso a coltellate all’interno del cinema Esplanade. Il terzo omicidio non ha motivazioni razziali e si verifica il 15 febbraio a Boston. Ad una fermata della metropolitana una gang di giovani bianchi di Dorchester, di ritorno dal cinema Saxon dove avevano visto “The Warriors”, aggredisce a coltellate il sedicenne Marty Yakubowicz, anche lui di ritorno dallo stesso cinema. Pare che un membro della gang conoscesse il giovane e abbia urlato “I want you”, una delle battute chiave del film.

Il 16 febbraio, a seguito di questi tre omicidi violenti, e di altri episodi meno gravi relativi a risse in alcuni teatri dove si proietta il film, la Paramount che lo ha prodotto decide di fermare la campagna pubblicitaria. Garantisce ai titolari dei cinema la possibilità di cancellare i contratti di proiezione senza incorrere in penali, e offre anche denaro a chi voglia rafforzare le misure di sicurezza. Fatti i conti tasca, e visti gli incassi ai botteghini, meno di dieci sale danno disdetta. Molte altre assoldano invece guardie private. Perché, come riportano tanti giornali locali, gli esercenti sanno bene che questo genere di film attraggono anche un pubblico che cerca qualunque pretesto per fare caos e lasciarsi andare ad atti di vandalismo, ma senza particolare violenza.

TUTTI GANG E BOTTEGHINO

The Warriors, I Guerrieri Della Notte, Coney Island, New York
“The Warriors” ovvero tutto ‘sto casino per tornare a Coney Island?

Anche la Paramount sa bene che la sua campagna pubblicitaria è una sorta di specchietto per le allodole, che deve solleticare gli istinti. Il manifesto e lo slogan che fanno riferimento alle “armate della notte”, e ai 100.000 pronti a conquistare New York, esprimono una violenza che fatica a trovarsi in tante scene di questo film grottesco, anche quando uno potrebbe aspettarsela. Le case di produzione di Hollywood, nelle stesse settimane in cui arriva nelle sale “I Guerrieri Della Notte”, hanno in programma di far uscire almeno tre cosiddetti “gang movie”. Perché nelle periferie delle città americane di fine Anni Settanta le gang sono dappertutto. Quelle più violente e quelle che cercano solo di proteggere i loro quartieri dalle vere bande di criminali. È un tema che si vende facilmente.

Ma l’impatto reale del film nella vita quotidiana, con gli omicidi e altri disordini durante le proiezioni di “The Warriors”, suggeriscono alla Paramount un passo indietro. Quando dopo circa una settimana la campagna pubblicitaria riprende, contiene solo il riferimento al titolo del film e alle sale dove è in programmazione. Nessun cenno ad eserciti della notte e a poliziotti sopraffatti dal numero dei combattenti di strada. Uno spot pubblicitario ammiccante allo strapotere delle gang, e che può ritrovarsi a passare in tv al termine di un telegiornale con cronache di omicidi e di risse legate al film, sembra controproducente anche per chi, ad Hollywood, deve pensare solo agli incassi.

A New York, nella prima settimana di proiezione, non si verificano gravi incidenti. Le cronache riportano solo episodi di turbolenze causate da gruppi di esagitati, all’entrata e al termine degli spettacoli. Una decina di giovani sorpresi a saltare i tornelli in metropolitana, al momento dell’arresto dichiarano d’aver visto fare la stessa cosa nel film. Davanti ad alcuni cinema, nel secondo fine settimana di programmazione, si creano delle piccole manifestazioni di protesta. Condannano quello che ritengono un incitamento alla violenza contenuto nel film e il fatto che, contrariamente all’esplicito divieto, vengano ammessi in sala minori di 17 anni non accompagnati da un adulto.

In un servizio per il tg locale della ABC, una giornalista intervista un quattordicenne che dichiara d’aver acquistato il biglietto senza che nessuno gli chiedesse l’età. Nello stesso servizio vengono intervistati anche due tra i giovani manifestanti radunatisi davanti ad un cinema di Broadway per protestare contro “The Warriors”. Uno dei due diventerà ben presto famoso: è Curtis Sliwa, con il suo berretto rosso e la maglietta dei “Magnificent 13”. Dal “muggers’ express” della Linea 4 nel Bronx alla metropolitana che riporta a Coney Island i “Guerrieri Della Notte”, il passo è breve.

Accusandolo di glorificare l’immagine delle gang, i critici del film tendono ad attribuirgli una forza retorica che questa mediocre eppure imperdibile pellicola non possiede, e gli fanno una pubblicità gratuita. Difficile credere che i suoi produttori non l’abbiano pensato prima di mandare il film nelle sale. Hollywood, con i suoi “gang movies” sapeva benissimo dove stava andando a rovistare. A distanza di trentacinque anni, in un’intervista a Esquire il regista dirà che la ragione degli incidenti durante le proiezioni era molto semplice: il il film era popolare tra i giovani delle gang di strada, molti di questi si odiavano a vicenda; quando si sono ritrovati nelle stesse sale, le risse sono scoppiate.

Nonostante una recensione come quella del New Yorker si sforzi di farci credere che con “I Guerrieri Della Notte” i “film siano di nuovo tornati al loro ruolo socialmente consapevole di espressione della rabbia degli spossessati” (zzz…), il film e i suoi dialoghi sono realistici quanto Ulisse e la sua Odissea per tornare a casa. Ma quei recensori altrettanto fuori strada nella loro critica sul messaggio di violenza propagandato dallo schermo, in realtà mostrano d’essere molto più in sintonia con la società in cui vivono. Comprendono l’ovvio, e cioè che la premessa del film è vera: nelle grandi città la criminalità è fuori controllo. Lo deve ammettere, anche se un po’ a denti stretti, pure il recensore del Village Voice, settimanale di sinistra, quando scrive che degli scuri e pericolosi cavalieri stanno sorgendo dalle rovine: “la città sta morendo, isolato dopo isolato, per la paura, l’odio, gli incendi e l’abbandono”.

I newyorchesi medi, quelli che ogni giorno devono prendere la metropolitana, non hanno bisogno di leggerlo dalle pagine di una critica cinematografica. Lo sanno già. E così pure il nostro giovane Curtis Sliwa.

“L’ARMATURA NON L’AVRÒ, AHI SETTEMBRE PARTIRÒ”

Nel marzo 1979 la metropolitana di New York festeggia il suo 75esimo anno di attività. Ci sono piani ambiziosi di rinnovamento, politici e autorità hanno voglia di tagliare nastri. Il capo della polizia speciale addetta al servizio di trasporto pubblico (Transit Police) dichiara che i reati in metropolitana sono in calo rispetto all’anno precedente. Insiste che la percezione di insicurezza sarebbe dovuta ai pregiudizi degli adulti nei confronti dei giovani capelloni (proprio come quelli rappresentati ne “I Guerrieri Della Notte”).

Ma ovviamente non è vero. E la banale propaganda viene smascherata da un’inchiesta del New York Daily News che mette in discussione le statistiche della Transit Police. Il Sindaco Ed Koch, Democratico, chiede ai comandanti di tutte le forze di polizia cittadina di elaborare un piano per contrastare l’aumento della criminalità sui treni della metro. Alla fine di marzo, gli omicidi in metropolitana sono già nove, come il totale dell’anno precedente. E in strada la situazione è anche peggiore. Anche se fosse vero che i reati sui mezzi di trasporto sembrino in aumento perché in passato non erano denunciati con la stessa frequenza, i cadaveri sono comunque difficili da nascondere.

Curtis Sliwa, Guardian Angels
Nessun dubbio che Curtis Sliwa abbia anche geni italiani

A seguito dell’interessamento dei giornali, la popolarità di Curtis Sliwa e dei suoi “Magnificent 13” aumenta, così come cresce il numero di coloro che accettano di far parte del gruppo e sono disposti a pattugliare disarmati le linee più pericolose. Molti politici e giornalisti non li vedono di buon occhio, considerandoli alla stregua di pericolosi vigilanti. I poliziotti, per voce dei loro rappresentanti sindacali, si sentono messi in discussione dalla presenza di questi volontari, pensano che possano solo creare problemi e non siano preparati ad affrontare i veri criminali. Secondo il capo del Commissariato che comprende Central Park, questi gruppi farebbero sempre una brutta fine e, prima poi, aggrediranno qualcuno. Nulla di tutto questo si avvererà.

Il Sindaco Koch, forse ancora indispettito dai tempi della “Rock Brigade” ad aspettarlo sotto il suo ufficio per congratularsi con loro, è tra primissimi ad usare l’etichetta dispregiativa di vigilantes. Il Vice Governatore dello Stato di New York, Mario Cuomo, è invece un loro sostenitore e pensa che non siano in alcun modo dei vigilantes. Crede, anzi, che con la loro forza e il loro coraggio siano quanto di meglio la società possa offrire, mettendo a repentaglio le loro vite e garantendo un importante servizio pubblico senza alcuna ricompensa.

Nel frattempo, i “Magnifici 13” si organizzano e si danno una struttura stabile. I membri devono sottostare a un periodo di formazione, durante il quale imparano tecniche di autodifesa e i rudimenti legali per poter effettuare arresti. Prima di prendere servizio, si perquisiscono a vicenda, e quest’usanza non verrà mai più abbandonata. A settembre 1979 i volontari sono almeno 700. Ogni settimana si contano circa 250 crimini vari in metropolitana. Curtis Sliwa decide che è il momento di cambiare nome. Nascono i “Guardian Angels”.

Ah, dimenticavo. A settembre del 1979 il capo della Transit Police è costretto a dimettersi.

ANNI ‘80, LA NEW YORK DA FUMARE

Nel 1980 Curtis Sliwa e il nuovo direttore della Transit Police testimoniano davanti alla Commissione speciale del Consiglio Comunale in tema di sicurezza e trasporti. I reati commessi in metropolitana sono in calo, anche se sempre a livelli impensabili in qualunque grande città europea. Ma Sliwa chiede che venga aumentato il numero dei poliziotti di pattuglia sui treni, soprattutto nelle ore serali e notturne.

Nonostante quel primo segnale di miglioramento, in realtà negli Anni Ottanta i crimini, soprattutto quelli violenti, continuano a crescere esponenzialmente, qui a New York. La diffusione del crack, come nel resto d’America, alimenta questa crescita. Il mercato del crack non ha in pratica barriere all’ingresso, perché la droga si vende in quantità piccole. Questo si traduce in migliaia di giovani spacciatori e in guerre senza fine per la conquista e il controllo dei quartieri.

Crack is wack, Keith Haring
Harlem River Drive, “Crack is wack” (il crack fa schifo), Keith Haring, 1986

Curtis Sliwa diventa onnipresente, nei giornali e nei talk show in tv. Il suo messaggio arriva contemporaneamente ai conservatori che chiedono “legge e ordine”, e alle minoranze afroamericane e ispaniche che vivono nelle zone della città più colpite dalla criminalità violenta. Questo gli vale l’accusa di populismo che l’accompagnerà per il resto della sua vita pubblica. Ma l’uomo non se ne preoccupa. Nelle interviste racconta d’essere cresciuto con i valori che gli sono stati trasmessi dal nonno materno, italiano: senso civico, lavoro duro, non aspettare che gli altri risolvano i tuoi problemi.

Nonostante venga spesso criticato da politici e media, Curtis Sliwa riesce però ad essere in sintonia con la più generale opinione pubblica newyorchese. Quando negli Anni ‘80 vengono effettuate ricerche sull’efficacia dei Guardian Angels, o anche solo quando i giornalisti provano a testare il sentimento della cittadinanza, la risposta è sempre la stessa: la presenza dei volontari col berretto rosso, anche se non riduce il numero dei reati, offre però un senso di sicurezza. Questo avviene soprattutto nei quartieri dove la popolazione si sente alla mercé dei criminali, e abbandonata o presa di mira da quella polizia che dovrebbe invece proteggerla.

La diversità etnica e razziale dei Guardian Angels dimostra quanto la preoccupazione nei confronti della criminalità violenta non fosse poi solo una prerogativa di quella classe media bianca che provava a lasciarsi alle spalle la città per rifugiarsi nei suburbs. Durante le interviste sono spesso i pendolari afroamericani del Bronx a esprimere gratitudine per la presenza degli Angels sui treni nelle più pericolose ore notturne.

Sorpresi da questa generale benevolenza dell’opinione pubblica, alcuni osservatori iniziano a domandarsi cosa possa diventare nel tempo la creatura di Curtis Sliwa, dal momento che le scarse statistiche disponibili lasciano dubbi sulla capacità di fermare e prevenire i reati. Qualcuno arriva a pronosticare l’eventualità che i Guardian Angels possano trasformarsi in una forza sociale distruttiva. Ma anche questa previsione non si materializza. Con la sua retorica, che forse alimenta la stessa paura che vorrebbe contenere, Curtis Sliwa è invece in grado di coinvolgere comunità marginalizzate. Sa quanto possa essere immediatamente gratificante per molti giovani disagiati l’appartenenza ad una gang. I Guardian Angels sono un’alternativa concreta, offerta a chi ha perso ogni fiducia nella società.

…CHÉ DAI NEMICI MI GUARDO IO!

I Guardian Angels di Curtis Sliwa possono essere compresi meglio se si considerano due aspetti radicati nella cultura popolare americana: la generale sfiducia degli americani nelle istituzioni di governo e l’intraprendenza che si manifesta in oni ambito della vita sociale, anche quello legato all’amministrazione della giustizia e del controllo del territorio.

In qualunque nazione europea esistono forze di sicurezza private, basti pensare agli agenti che si occupano di trasportare valori o a chi si occupa della sorveglianza nelle grandi imprese. Ma in America il fenomeno ha dimensioni enormi in proporzione al numero delle forze di polizia. Semplificando in eccesso, per ogni poliziotto ci sono due cittadini impiegati nel settore privato della sicurezza. Romanzi, film e fumetti ci hanno fatto conoscere investigatori privati e cacciatori di taglie perché erano e ancora oggi rimangono una caratteristica degli Stati Uniti. Così come le guardie del corpo, che non sono ad appannaggio delle sole celebrità.

I vigilanti appartengono alla stessa grande categoria. Si sviluppano in luoghi dove non c’è legge o dove gli ufficiali di polizia hanno scarse risorse economiche o hanno deciso d’abdicare al loro ruolo pubblico. Sono associati alla storia americana dell’espansione verso ovest, il Wild West. Quando alcuni studiosi paventano il rischio di vigilantes che possano trasformarsi in forze distruttive del tessuto sociale hanno in mente organizzazioni come il Ku Klux Klan. Nati come una semplice confraternita, sono poi degenerati velocemente. I membri del Klan credono che le autorità abbiano smesso di difendere i cittadini, e cosi decidono di fare da se contro i neri, gli ebrei, i cattolici, gli immigrati dal sud Europa (come eravamo noi italiani).

L’idea che le autorità abbiano fallito nel loro compito di protezione delle comunità, soprattutto dei soggetti più deboli, è il fondamento di un gruppo come i Guardian Angels di Curtis Sliwa. Ma non c’è nulla di più lontano dall’idea di vigilantes che possano degenerare nella violenza.

A metà degli Anni Settanta, a New York ci sono almeno 100.000 guardie private. Fanno parte di un’industria che in tutta America vale qualcosa come 12 miliardi di dollari secondo un rapporto del centro studi Rand Corporation. Le guardie private non vengono assunte solo dalle grandi aziende. L’associazione dei commercianti di Third Avenue a South Bronx, per esempio, assume tre guardie per un totale di 75mila dollari all’anno.

Lisa Sliwa, Guardian Angels
Lisa Sliwa, la prima delle quattro mogli di Curtis, di pattuglia in metropolitana con i Guardian Angels

Il New York Times, in un articolo intitolato “In guards we trust” (gioco di parole con “In God we trust”), insiste sul fatto che secondo le statistiche la New York del settembre 1976 sarebbe ben più sicura di altre città. La qual cosa è possibile, e al tempo stesso terrorizza al pensiero di cosa possa essere la vita altrove, lontano dai media. Ma deve poi in qualche modo dare ragione ad esperti di sicurezza che considerano le guardie private alla stregua di efficaci “spaventapasseri”, in grado di confinare la criminalità nelle strade non protette dalla polizia privata. L’articolo riporta casi di persone che, osteggiando inizialmente per principio il concetto di polizia privata, dopo aver subito aggressioni e rapine nei loro quartieri benestanti hanno cambiato idea.

Ma non sono solo i ricchi a pensare di provvedere alla loro sicurezza in un periodo di austerità fiscale e tagli alla spesa pubblica per evitare il fallimento della città. Nelle case popolari di New York, i “projects”, si formano spontaneamente gruppi di controllo per prevenire reati e aiutare gli anziani. Quando ancora è un quotidiano davvero attento a ciò che avviene in città, sempre il New York Times riporta che alla fine del 1980 esistono cosiddetti “watch group” in 764 case popolari dove vivono almeno 13mila persone. Non gira nemmeno troppo attorno al problema, perché sono ancora lontani decenni gli anni della ipersensibilità in tema razziale (propagandata in primo luogo a fini politici, per immobilizzare il voto degli afroamericani a vantaggio dei Democratici). L’articolo, fin dal titolo, si concentra sul ruolo attivo che i neri della città provano a perseguire nel contrasto alla criminalità commessa da altri neri.

Curtis Sliwa e i suoi Guardian Angels rientrano nello stesso modello di comunità dove l’aiuto non arriva dall’esterno ma si concretizza attraverso il coinvolgimento dei membri di quelle stesse comunità afflitte dal problema. La differenza è che i Guardian Angels sono molto più visibili, perché viaggiano quotidianamente in metropolitana. E Curtis Sliwa impara presto ad usare i media a suo vantaggio. Anche sfruttando le ambiguità politiche in tema di complessità etnica e razziale. Uno degli episodi più noti della sua vita pubblica si verifica quando con 450 Angels va a piazzarsi sotto le finestre di Gracie Mansion, la casa dove vivono i Sindaci. Sliwa cerca il riconoscimento pubblico da parte del Sindaco Koch. In un’intervista dice: “so che Koch è a disagio con l’idea dei neri e degli ispanici. E allora io vado a mettergli sotto le finestre, mentre dorme, 450 neri e ispanici”.

Curtis Sliwa è ben consapevole degli stereotipi che circondano gli afroamericani e i latinoamericani, ritenuti i principali responsabili del degrado e della criminalità in città. Ma i suoi Guardian Angels non sono in grado di sradicare mentalità e pregiudizi sedimentati nel tempo. Gli Angels sono a volte vittime di questi pregiudizi. Come nel caso di un Guardian Angel scambiato per un criminale e ucciso dalla polizia a Newark. Secondo altri, sono invece gli stessi Angels a rafforzare il pregiudizio che ogni giovane nero sia un criminale o uno spacciatore di crack.

Che nella New York degli Anni ‘70 e ‘80 neri e ispanici siano i responsabile della grande maggioranza dei reati violenti (come omicidi, stupri, aggressioni) e di quelli contro la proprietà (rapine a mano armata, furti), è un dato di fatto. Le cause del fenomeno sono, come sempre, molto varie. Ma la spiegazione più usata e abusata, quella delle condizioni economiche e della povertà, non aiuta quasi mai a comprendere il problema nella sua gravità né, tantomeno, a risolverlo. Con la sua visione nostalgica e conservatrice, di un “ritorno ai vecchi valori”, Curtis Sliwa prova almeno ad offrire un modello dove sono in primo luogo i cittadini, con la loro presenza fisica, a fare da deterrente per i criminali.

QUEI MERAVIGLIOSI ANNI NOVANTA

Chi studia la criminalità e i numeri dei reati negli Stati Uniti conosce a memoria una data: il 1992. È l’anno di quello che appare come un calo improvviso degli omicidi, che diminuiscono a livello nazionale quasi del 10% rispetto ai dodici mesi precedenti. Tra il 1991, con 2154 omicidi, e il 1992, con 1995 omicidi, a New York il calo è di poco inferiore al 9%. Ma il picco di violenza in città si tocca nel 1990, come già visto più sopra, con 2245 omicidi. La situazione sta progressivamente migliorando. E non è dettata da fattori prevalentemente demografici, perché la popolazione sta aumentando: alla fine degli Anni ‘90 New York torna vicino alla soglia degli 8 milioni di abitanti dopo essere caduta a poco più di 7 milioni alla fine degli Anni ‘70. Nel 1978 si contano 1733 omicidi, contro i 629 del 1998.

Anni Novanta. Almeno al cinema, New York è un paradiso anche per i bambini da soli in città

Ovviamente, i demografi ci aiutano a comprendere che non è solo una questione di numeri puri della popolazione. I giovani commettono più crimini degli anziani, quindi occorre guardare l’invecchiamento. Ma il calo rapido degli omicidi non si spiega con dinamiche demografiche che richiedono anni per dispiegarsi progressivamente. Le ragioni della riduzione della criminalità in America, e in grandi città come New York, è da sempre oggetto di dibattito. Le azioni dei Guardian Angels e la retorica usata da Curtis Sliwa, in questo dibattito, sono legate all’affermazione delle politiche conservatrici in tema di giustizia criminale negli Anni Novanta e poi alla successiva fase di riqualificazione urbana, accompagnata dalla sostituzione dei residenti più poveri con quelli più benestanti.

Semplificando agli estremi (per non dimenticarci che questa è solo una guida, peraltro inutile, ad una città grande e complessa come New York, e non un luogo dove si faccia ricerca sociale). I progressisti ritengono che il miglioramento delle condizioni economiche, il calo della disoccupazione, la riduzione della povertà estrema, siano sempre le cause principali collegate al decremento dei reati. I conservatori, invece, ritengono che la criminalità possa calare solo di fronte ad un approccio fatto di rafforzamento dell’attività di polizia, somministrazione di pene esemplari, rigida applicazione della legge penale. I moderati, che si tengono ben lontani dagli estremi di questi due campi, visti come la morte negli occhi, credono che ci sia spazio per interventi che spazino dall’ambiente al comportamento personale. In genere, chi sta in mezzo ha qualche probabilità in più di non sbagliare in pieno.

Quello che risulta abbastanza chiaro, leggendo resoconti di fine Anni Ottanta, è che praticamente nessuno si aspetta un simile calo nei crimini violenti e nemmeno nei reati più generali. Anzi, circolano previsioni apocalittiche, come se l’America avesse raggiunto un punto di non ritorno e da lì si potesse andare solo verso abissi ancora più profondi. Come si spiega? No, non tanto l’incapacità di prevedere, ché quella deriva da scarsa fiducia nelle abilità degli esseri umani di adattarsi ai cambiamenti (cosa che facciamo sistematicamente da qualche milione di anni, come ci ricordano i resti dell’australopiteco Lucy). Quanto il fatto che si verifichi l’opposto di quello che la generalità degli osservatori prevede.

Non ho la risposta nemmeno io. Provando, però, a saltare a destra e a manca, a scavare tra fonti varie, dall’FBI alla CDC; guardando dati sulla disoccupazione, la crescita economica, l’andamento demografico. Tutta roba noiosa, a meno di non essere impallinati come il sottoscritto. Ecco, muovendosi in ordine sparso tra numeri, informazioni, articoli su disparati provvedimenti legislativi adottati in luoghi distanti come la California e lo Stato di New York, sono sempre più propenso a credere che il polo estremo della causalità socio-economica spieghi ancora meno del polo opposto fatto di “Law & Order”.

Ci sono poi da tenere a mente alcuni fattori culturali. Di sicuro per gli europei l’America è un posto strano e mediamente più violento. Però l’America è un Paese fatto non solo di cinquanta Stati ma anche di macro-regioni diversissime tra loro per geografia, usanze, storia e quant’altro. Alcune di queste aree non sono diverse, nemmeno sotto il profilo dei tassi di criminalità, dalle medie riscontrabili un qualunque Paese europeo. Altre presentano invece da sempre caratteristiche ideali per alcune tipologie di crimini, come quelli contro la persona. I sociologici americani conoscono bene il codice d’onore che pervade parte della mentalità del Sud, senza alcuna differenza razziale. E la lunga storia di conquista del Wild West, popolato per lungo da tempo da uomini senza donne e con abbondanza d’alcol, ha lasciato tracce anarchiche invisibili ma forse indelebili, che i sociologi di queste latitudini conoscono.

E L’ULTIMO CHIUDA LA FINESTRA

Anche a New York gli Anni ‘90 sono il periodo del declino della criminalità e della riqualificazione di vaste aree della città. Ma la criminalità di New York, in confronto ad altre grandi città americane, sembra calare a ritmi più veloci. Nel 1998, per esempio, secondo le statistiche ufficiali dell’FBI si contano 2150 reati ogni 100.000 abitanti. Che succede nel resto degli Stati Uniti?

Nella californiana San Diego questo numero sale a 2373, cioè 10.3% più che a New York. A Denver sono 2605 (+21.1%), a Los Angeles 2637 (+22.6%), a Pittsburgh 2851 (+32.6%), a Boston (+37%). Nella vicina Newark, in New Jersey, con una storia di criminalità e con densità di popolazione paragonabili a New York City, sono 4330 (+101.4). Situazioni simili, con un tasso di reati doppio rispetto a quelli commessi a New York, si riscontrano a New Orleans (4341, +101.9%), Washington (4389, +104.1%), Dallas (4474, +108%), Phoenix (4593, +113.6%), Baltimore (4809, +123.6%), Seattle (4928, +129.2%) e pure nella Salt Lake City dei mormoni (4991, +132.1%). Ma non è finita. A Detroit si commettono 5625 reati ogni centomila abitanti, pari a +162.8% rispetto a New York. A Miami 5925 (+175.5%). A St. Louis 6417 (+198.4). Ad Atlanta si supera il triplo, con 6636 (+208.5%). Ma è a Orlando che nel 1998 il tasso di criminalità è più elevato, con ben 6718 reati ogni centomila abitanti (+212.4%).

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Io e Curtis Sliwa

Come mai a New York si registrano meno reati che in tante altre grandi città americane? I suoi cittadini sono forse diventati più tolleranti e il modello di coinvolgimento delle comunità proposto da Curtis Sliwa, con i suoi Guardian Angels, è un deterrente che funziona? Non proprio. Ma la cultura conservatrice e i valori espressi da quest’ultimo trovano rappresentazione nell’Amministrazione che entra in carica nel 1994, quella del Sindaco Rudolph Giuliani. Con il Repubblicano Rudy Giuliani la polizia, il sistema giudiziario e l’apparato penitenziario newyorchesi cambiano marcia, e accelerano.

Le scelte di politica criminale e la loro effettiva rilevanza nel calo dei reati a New York sono sempre oggetto di controversie (e di poderosi mal di pancia tra progressisti e Democratici). L’amministrazione di Giuliani mette in piedi un vasto sistema di tracciamento dei crimini, e obbliga molti agenti a tornare in strada, perché la polizia deve essere visibile e camminare per i quartieri. Torna letteralmente di moda il termine “flatfoots”, piedi piatti, a indicare l’attività primaria degli agenti. I poliziotti non devono più occuparsi solo dei reati più gravi, ma anche di tutta una lunghissima serie di infrazioni minori come: praticare l’accattonaggio aggressivamente, abbandonare rifiuti sui marciapiedi, imbrattare i muri con scritte, consumare bevande alcoliche in luogo pubblico, urinare in strada, estorcere denaro agli automobilisti in sosta al semaforo dopo aver forzatamente lavato i parabrezza delle loro auto.

L’idea di fondo è che strade ordinate e pulite (come quelle del nonno di Curtis Sliwa, che spazzava sempre di fronte casa sua) siano un chiaro segnale che la polizia e i residenti si prendono cura della loro città, vogliono pace. Mentre un ambiente urbano dove il vandalismo e il degrado sono la regola segnala che nessuno è in carica, in quel territorio, e che tutto è possibile. Questa teoria prende il nome di “Broken Windows” (finestre rotte, uno dei tanti indicatori visibili del degrado urbano). Giuliani e la sua Amministrazione attribuiscono alla rigida interpretazione di questa teoria, e al controllo capillare del territorio da parte della polizia, il loro successo nel contrastare anche la criminalità più violenta. Nel 1993, ultimo anno dell’Amministrazione del Democratico afroamericano David Dinkins, a New York si contano 1946 omicidi. Nel 1994, primo anno dell’era Giuliani, gli omicidi sono 1561. E continuano a calare anno dopo anno.

Se Giuliani, il suo pugno duro e l’ossessione per il ripristino dell’ordine e della legalità a tutti i livelli della vita sociale siano davvero la ragione del declino più vistoso della criminalità a New York, non lo sapremo mai. Ciò che risulta chiaro è che anche in questa metropoli sregolata, e dove le tendenze al caos sono insite nella diversità dei suoi milioni di abitanti, la maggior attività della polizia, unita all’incremento delle pene e della carcerazione, hanno contribuito a ridurre il numero di persone che potevano commettere reati. È un meccanismo che si ripete regolare in ogni società. Possibile, poi, che abbia influito anche il declino della contro cultura affermatasi negli Anni Sessanta.

Indagare se esistono cause più profonde dei comportamenti devianti criminali, quali possono essere la povertà e il razzismo, è assolutamente importante. Ma se queste ricerche faticano a tradursi in politiche che poi conducano ad un reale progresso nelle comunità afflitte dalla criminalità, l’ultima e più efficace risorsa sarà sempre e solo il richiamo alla conservazione dell’ordine e al ripristino della legalità.

PALLOTTOLE E PAROLE

Il declino della criminalità a New York negli Anni ‘90 si traduce in minori spazi d’azione per Curtis Sliwa e i suoi Guardian Angels. Lentamente perdono visibilità dopo un decennio di crescita, quello degli Anni ‘80, che li ha portati ad espandersi in altre città americane e pure all’estero. Già in quel periodo era difficile mantenere alta l’attenzione dei media, anche se Sliwa diventa una personalità radiofonica, e lui e sua moglie Lisa (modella da cui poi divorzierà) sono spesso ospiti di programmi radio e tv. Sliwa ammette d’aver finto alcune aggressioni ai danni degli Angels e pure d’aver organizzato un falso rapimento ai suoi danni proprio con l’obiettivo di farsi pubblicità. Ma in una fase di rinascita per la città, il ruolo dei Guardian Angels è destinato a diminuire per forza di cose.

Curtis Sliwa, volente o nolente, riesce comunque a rimanere sulla scena anche quando i riflettori iniziano a spostarsi. Nel 1992 si salva miracolosamente da un attentato per ucciderlo, messo in piedi da John Gotti Jr, figlio del famoso boss della mafia. Gotti padre è conosciuto come Teflon Don (si, come il politetrafluoroetilene delle pentole aderenti a cui nulla si attacca), perché riesce a resistere a qualunque tentativo di incastrarlo. Ma l’FBI, un bel giorno, gli mette le cimici in un appartamento dove è solito riunirsi con altri mafiosi e lasciarsi andare nelle chiacchiere. Gotti padre inizia a raccontare di omicidi e racket, mentre le sue parole sono registrate. Nell’aprile del 1992 viene condannato per 10 omicidi e altri reati. Morirà in carcere dieci anni dopo.

Curtis Sliwa
Giugno 1992, qualcuno cerca di fare la pelle a Curtis Sliwa…

Curtis Sliwa, nelle sue trasmissioni radiofoniche con la moglie Lisa, usa spesso parole pesanti nei confronti di Gotti e della mafia. John Gotti Jr., furioso per le offese al padre, decide di fargliela pagare. Il mattino del 19 giugno 1992, Sliwa sta andando in radio. Di fronte al suo appartamento nell’East Village ferma un taxi. Ma si tratta di un taxi fasullo, di un agguato. Mentre è in macchina, dal sedile anteriore sbuca un uomo che inizia a sparargli. Quattro colpi, allo stomaco, alle gambe e alla schiena. In qualche modo, anche se ferito, Sliwa riesce a buttarsi fuori dalla macchina e a salvarsi. Qualche giorno dopo, lui e la moglie Lisa sono già ospiti di uno show televisivo, e Sliwa scherza come nulla fosse. Quando nei mesi e negli anni successivi gli chiedono chi avrebbe voluto la sua fine, risponde sempre allo stesso modo: John Gotti Jr.

Gotti Jr. viene arrestato e condannato nel 1999, per racket e organizzazione di scommesse clandestine. Nel 2004, un anno prima del suo rilascio, viene accusato del tentato omicidio di Curtis Sliwa. Ma tre diversi processi si concludono in un nulla di fatto, perché la giuria è sempre bloccata e non riesce a trovare un consenso sul verdetto. Durante un processo nel 2012, l’uomo che guidava il taxi dell’attentato, un mafioso diventato poi collaboratore di giustizia, chiede pubblicamente scusa a Sliwa prima di scontare una condanna a 4 anni di carcere.

Nel settembre 2019, Curtis Sliwa e John Gotti Jr. si incrociano al matrimonio di un conoscente comune, presso l’Hilton Garden Inn di Staten Island. Perché New York è piccola. Sliwa gli lancia occhiatacce per tutto il tempo, ma la cosa finisce lì , senza avere alcun seguito,

ATTENTI A QUEI DUE NEWYORCHESI

L’angolo di Brooklyn dove scambio due chiacchiere con Curtis Sliwa è quanto di più lontano dalla New York ormai “gentrificata” del Village, del Meatpacking Distric e di Williamsburg, la cui riqualificazione è iniziata negli Anni ‘90 che hanno visto la marginalizzazione dei suoi Guardian Angels. Quaggiù il primo ventennio del 2000 non è arrivato, e a nessuno sembra interessare. Che la città scintillante creata dal Sindaco Bloomberg dopo la ripulita di Giuliani stia pure lontana, qui c’è altro da fare.

Il guaio è che la città di Bloomberg ha iniziato a perdere colpi sotto le due amministrazioni di De Blasio. Forse è il destino di tutti i socialisti che sognano la rivoluzione. Promettono il migliore dei mondi possibili, la cancellazione delle diseguaglianze, case a buon mercato per tutti. E poi non sono capaci manco dell’ordinaria amministrazione, e le città si riempiono di nuovo di disgraziati. Negli 8 anni di De Blasio il numero dei senza tetto è aumentato, e questo ben prima della pandemia che sta costringendo New York a fare per l’ennesima volta i conti con il suo futuro.

De Blasio sucks
A Bensonhurst, Brooklyn, qualcuno ha le idee chiare sul Sindaco Bill De Blasio: fa schifo

New York è ancora una città relativamente sicura, i numeri dei primi Anni ‘90 sono lontanissimi. A fine del 2013, il primo anno di De Blasio sindaco, gli omicidi erano 335. Nel 2017 il punto più basso, con appena 292. Sempre più alti di qualunque grande metropoli europea, ma questa è l’America, prendere o lasciare (e vi assicuro che quaggiù pochi piangono se gli altri lasciano). Nel 2018 inizia a intravedersi una microscopica inversione di tendenza, e gli omicidi salgono a 295. Insomma, tutto è stabile. Però, nel 2019, continuano a salire e arrivano a 319. Gli incidenti con arma da fuoco seguono la stessa dinamica, passando da 749 a 772. Nel 2018 aumentano pure gli stupri, mentre il resto dei reati diminuisce. Evidentemente, c’è qualcosa che sta cambiando. Ma De Blasio è troppo occupato con il suo futuro politico, con la sua campagna fallimentare per le Presidenziali 2020 e con un occhio alla poltrona lontana di Governatore di New York ad Albany.

Il 2020 è l’anno della pandemia del novello coronavirus, che trova New York completamente impreparata nonostante decenni di discussioni, piani e aria fritta ben pagata. È anche l’anno della morte di George Floyd a Minneapolis, delle manifestazioni definite pacifiche anche quando Manhattan era saccheggiata da bande di vandali che non incontravano nessuna resistenza. Gli stessi che razziavano negozi anche nei quartieri più poveri del Bronx e di Brooklyn. La polizia newyorchese, come nel resto d’America, è sotto pressione per la decisione sciagurata di un solo poliziotto a Minneapolis, e decide di fare un passo indietro. Nessuno, per un errore o un’operazione andata a male, vuole rischiare di diventare l’ennesimo caso da macello mediatico e politico.

Nella città svuotata dal virus e con i poliziotti sul chi va là, i criminali trovano strada libera. Le tendenze che si intravedevano appena, adesso diventano marcate. Basta pure una mascherina chirurgica e nessuno ti riconosce più. Le sparatorie quasi raddoppiano, e arrivano a 1.531. Si contano 462 omicidi. I furti generici passano da 10.909 a 15.463, quelli d’auto da 5.422 a 9.038. Ci sono incrementi simili in tutta America, ma nello Stato di New York sono aggravati da una recente riforma in tema di giustizia criminale che consente a tanti recidivi di tornare in strada. E quando vengono arrestati, anche per possesso illegale d’armi da fuoco, ritrovano la loro libertà quasi immediatamente.

Il 2021 inizia con qualche segnale di speranza. Le sparatorie sono sempre tante rispetto ai corrispondenti periodi pre-pandemia, ma il ritmo di crescita è inferiore rispetto a quello del 2020. La linea inizia a scendere. Si verificano, però, alcuni incidenti gravi che allarmano l’opinione pubblica, perché coinvolgono bambini o anche i turisti che stanno tornando in zone un tempo ritenute sicure, come Times Square. Curtis Sliwa, adesso candidato per il Partito Repubblicano alla carica di Sindaco, sembra essere in sintonia con le reali preoccupazioni di tanti newyorchesi. Ma la vera novità si registra nel campo dei Democratici.

Eric Adams, Presidente del Borough di Brooklyn ed ex poliziotto nato nel difficile quartiere di Brownsville, da sempre alla prese con la criminalità delle gang, vince le Primarie del Partito Democratico. Mentre l’ala progressista del Partito, radicata nei quartieri benestanti, non capisce che per tanti newyorchesi la città sta tornando ad essere un luogo pericoloso, dove fa di nuovo paura anche prendere la metropolitana. Non è una novità, in realtà. Perché nonostante il calo generalizzato dei reati che è in atto da decenni, poliziotti e sociologi sanno bene che il crimine si sta concentrando in particolari punti della città. Non si tratta nemmeno di quartieri, ma soprattutto di poche strade, responsabili per oltre la metà di tutti i fatti più violenti. Adams lo sa bene, e fa una campagna tutta centrata sulla sicurezza. Si fa vedere ai funerali delle vittime, mentre De Blasio è assente come al solito.

Quando a giugno 2021 Eric Adams vince le Primarie, i newyorchesi sanno che una manciata tra loro ha già virtualmente eletto il prossimo Sindaco. Le elezioni di novembre saranno . Per la seconda volta nella sua storia, New York avrà un primo cittadino afroamericano. Curtis Sliwa può mettersi il cuore in pace, e accontentarsi della presenza sui media.

“La mia famiglia arriva dall’Italia, da Bari” mi dice Sliwa mentre un suo collaboratore prende il mio telefonino per scattarci qualche fotografia. Poi il collaboratore aggiunge la chicca: “Bari, la piccola Parigi”. Non so nemmeno io cosa mi trattenga dal dire che se Parigi avesse lu mere, sarebbe… vabbè. Saluto Sliwa e lo ringrazio. Lui mi porge il suo santino elettorale d’ordinanza e mi invita a fare pubblicità tra chi vota.

Santino

EPILOGO

Torno a casa col resto della famiglia, dopo aver fatto tappa a Bensonhurst, per i cannoli di Villabate Alba. Laggiù, quando io ancora qualche giorno fa ero a Torino, anche loro hanno fatto festa grande per la vittoria dell’Italia di calcio agli Europei. Hanno issato un’enorme bandiera sulla facciata del palazzo dove c’è la pasticceria. Tutto contento mostro le foto con Curtis Sliwa a Minerva, una vicina che abita di fronte casa nostra. È una vecchia newyorchese, che qualche volta mi racconta cosa fosse la città ai tempi del crack. La droga era ovunque, anche in questo isolato adesso tranquillo e dove, al massimo, ci lamentiamo perché la futura pista ciclabile toglierà parcheggi.

“Ma pensa… Curtis!”, esclama Minerva quando vede le foto. “Ehi, George, vieni a vedere. Denis è con Curtis Sliwa”. Minerva è una presenza fissa, la conosciamo tutti. Ci regala il basilico che fa crescere nei vasi davanti alla palazzina modesta dove vive con il marito, un veterano del Vietnam. Quando a volte, a fine pomeriggio, arriva un panettiere con un sacco di bagel avanzati, Minerva ci chiama per sapere se ne vogliamo pure noi.

Adesso arriva anche George. È di origini portoricane, anche lui ha sempre vissuto in questo isolato e nei suoi racconti c’è la stessa New York ruvida dei tempi andati. Quando nevica, George spazza la neve dal marciapiede anche di fronte alle case degli altri. Minerva pronuncia la “o” di George aperta, come una vera newyorchese. Ma questo suo accento di Brooklyn si sta piano piano perdendo, sostituito da quello dei nuovi arrivati. Guardo il mio piccoletto, che salta da un parte all’altra e spara mille parole al minuto mentre parla con Minerva. E lei gli fa pure un sacco di domande.

È impossibile non amare New York.

I Love New York, I ♥️ NY, Brooklyn, New York City, New York
I miei vicini, che sono veri newyorchesi, sono gli unici che possono davvero indossare le magliette con “I ❤️ NY”
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