Cibo,  Cultura

Ciao, 2020, fai largo al 2020+1

Un benvenuto al nuovo anno, tra contaminazioni culturali, tradizioni culinarie e un pizzico d’ottimismo.


Merluzzo, calamari, gamberetti, salmone. Ed eravamo a quattro. Ero certo d’avere ancora una minima riserva d’acciughe sottolio, per cui sarei arrivato a cinque. Stavo dimenticando le vongole per la pasta, sei. Me ne mancava ancora uno e poi avremmo potuto affrontare serenamente la vigilia di Natale. Per la cena del 24 dicembre di questo indimenticabile 2020 avevo infatti deciso che in Casa Spedalieri avremmo seguito la più classica delle tradizioni italoamericane. Solo pietanze a base di pesce e frutti di mare, per quella che qui si chiama la Festa dei Sette Pesci, “Feast of the Seven Fishes”. Quanto sia davvero classica e vecchia questa usanza, non ne ho la più pallida idea. Leggendo qua e là alcune fonti storiche, e soprattutto il lavoro di studiosi di professione, l’impressione è che la versione contemporanea di questa interminabile cena della vigilia si sia consolidata solo negli ultimi 50-60 anni. Il Natale del 2020, con tutto il suo pesante carico d’annata storica, mi sembrava il momento più propizio per adottare una celebrazione altrettanto carica di simbolismi e attese di rinascita.

Natale a Casa Spedalieri, la Festa dei Sette Pesci: gamberetti

Come avviene in tutte le grandi comunità della multietnica e multirazziale America, anche gli italoamericani mantengono riti legati al cibo che si sono sviluppati nel tempo e che nel tempo hanno soddisfatto esigenze diverse. Per i primi immigrati italiani, quelli della fine dell’Ottocento, il cibo era prima di tutto un elemento per fare gruppo, creare identità e senso di appartenenza durante condizioni di vita difficili. Non bisogna dimenticare, infatti, che insieme ai migranti dall’est Europa erano considerati inferiori rispetto agli immigrati delle generazioni precedenti, i quali provenivano invece da Germania, Scandinavia e Gran Bretagna. Gli italiani arrivavano da un Paese decisamente povero e, sebbene poveri anche in America, quaggiù potevano però permettersi cose impensabili in Italia, come la carne. Non che ne mangiassero comunque molta, di quest’ultima, perché ancora agli inizi del Novecento erano abituati alla loro vecchie diete, quelle delle regioni italiane di provenienza, dove le verdure imperavano. In Italia i nostri nonni, soprattutto quelli che avevano trascorso la loro infanzia nelle campagne, raccontavano che da piccoli i loro pasti erano fatti prevalentemente di polenta o zuppe di cicoria, perché le alternative erano un lusso riservato ai benestanti delle città. Ma in America, soprattutto in occasione delle festività, l’enorme abbondanza di cibo consentiva anche ai nostri connazionali di godere e sognare almeno per qualche giorno all’anno. A Natale pure gli immigrati italiani con le risorse economiche più modeste potevano sentirsi parte di una Nazione ricca.

A proposito di quelli che lavorano anche sotto le feste: “quest’anno pure Babbo Natale sta lavorando da casa”. Perché nel 2020 del covid, la sicurezza è tutto. Miracolo sulla 34esima (I magazzini di Macy’s a Manhattan).

Prima o poi, anche approfittando di quella gigantesca rappresentazione del Mondo che è realmente New York, mi prenderò la briga di esplorare un po’ più a fondo tutto quello che ha a che vedere con il cibo qui in America. Non esiste oggi un’altra grande Nazione che si sia formata tanto velocemente negli ultimi 400 anni, attraverso la sovrapposizione di continue immigrazioni volontarie, migrazioni forzate, assimilazioni e conquiste militari. Questa complessa storia americana abbraccia un arco geografico vastissimo, dall’Europa all’Asia. Insieme alle innovazioni tecnologiche che hanno interessato prima la produzione di massa e poi la commercializzazione del cibo su scala nazionale, i segni di questo processo storico sono visibili nelle usanze alimentari americane. Ovviamente, gli europei che negli occhi hanno il Fonzie di “Happy Days” o le commedie di Netflix pensano che gli americani passino il loro tempo solo a mangiare hamburger e bere frullati alla vaniglia. La realtà è invece fatta di tante cucine regionali, dove la maggior disponibilità di certe materie prime si è tradotta nel tempo in piatti diversissimi. Così come in Italia abbiamo la fiorentina e gli spaghetti allo scoglio, gli americani hanno le bistecche del Texas e le zuppe di vongole del New England. Queste tradizionali alimentari sono diventate disponibili per tutti a partire dalla rivoluzione dei trasporti che ha coperto l’America di ferrovie. Ma è il miscuglio di milioni di umani dalle più svariate origini e culture che ha determinato quello che mangiamo. In Florida e nel Sudovest degli Stati Uniti le usanze degli spagnoli si sono fuse con quelle degli indigeni. Nel Nordest gli inglesi, i francesi, gli olandesi e i tedeschi hanno portato le loro tradizioni culinarie e le hanno mescolate con le usanze dei nativi che già si trovavano nelle stesse terre. Nel Sudest sono stati gli africani, gli inglesi, gli scozzesi, gli irlandesi e i francesi a fondere le loro usanze con quelle dei nativi americani. Dopo queste ondate migratorie che hanno caratterizzato il Seicento e il Settecento, nell’Ottocento sono continuati ad arrivare britannici, irlandesi e tedeschi, a cui si sono aggiunti gli scandinavi, gli ebrei dell’Est Europa, gli slavi, i cinesi, i messicani e gli italiani. Oggi arrivano soprattutto i latinoamericani. Le tavole quotidiane e gli scaffali dei supermercati americani riflettono questa Storia e il suo cammino inarrestabile. In America il concetto di autenticità culinaria è inutile, se non come strumento di marketing. Ma non è diverso altrove, a meno di non credere che miliardi di esseri umani vivano in microscopici villaggi autosufficienti. Noi italiani dovremmo saperlo per primi, invece di inalberarci contro chissà quali crimini della globalizzazione o delle cattive multinazionali del cibo. Senza esploratori in quel “nuovo” Continente sconosciuto agli europei, e poi chiamato America in onore del “nostro” Amerigo Vespucci, non avremmo avuto pomodori e patate. La mia passione per le melanzane fritte non è insana, ma le “mele insane” non sarebbero mai arrivate in Sicilia senza gli arabi.

Ai tempi del Covid, si può mangiare nella capanna trasparente (Eataly, 23rd Street, Manhattan)

Viaggi per migliaia di chilometri e contaminazioni gastronomiche. Viaggiavano anche le malattie, e uccidevano. Più che le spade degli spagnoli, attirati dai racconti di Cristoforo Colombo, poterono i germi letali, già lo sappiamo. Il fatto è che nel 2020 abbiamo dimenticato che per poter mangiare taralli pugliesi a Torino come a New York occorre farli viaggiare. E che con loro si muovono pure gli esseri umani, anche quando sono malati e carichi di qualche virus mai visto prima. Lo stesso discorso vale per i telefonini che torturiamo di continuo, e i cui pezzi viaggiano da un continente all’altro prima d’essere assemblati. O le automobili, il caffè e gli spaghetti. Un cretino che ha fatto soldi con un blog che non avrebbe mai potuto nemmeno immaginare se non fosse stato per dei militari americani, anni fa era contrario ai treni ad alta velocità e diceva che avremmo dovuto far viaggiare non i biscotti ma le ricette per produrli. Non vedo l’ora di mangiare biscotti preparati con il cioccolato prodotto sulle colline di mezza Italia. Di prendere un vascello da Brooklyn, arrivare a Stoccolma dopo qualche settimana e poi procedere a cavallo sino al confine di Bardonecchia. Un fiorino per lo dazio e uno per la tavolaccia dove potrò finalmente assaporare lo delizioso biscotto.

Nel 2020 del coronavirus in arrivo dalla Cina qualcuno spera di poter tirare fuori dalla naftalina la vecchia autarchia, forse pure quella che preferiva il “rosbiffe” al roastbeef e le “castagne candite” ai marrons glacèe. Sarebbe sicuramente una buona cosa se nei paesi occidentali riuscissimo a produrre più mascherine, senza aspettare che arrivino sempre e solo dalla Cina. Le 3M sono spettacolari, sono americane e in America non si trovano nemmeno a peso d’oro. Ma il 2020, in realtà, dovrebbe aver seppellito una volta per sempre ogni illusione d’autosufficienza. Nel mondo contemporaneo siamo pericolosamente interdipendenti, facciamocene una ragione. Già un miracolo che non ci facciamo le guerre per l’acqua, e nemmeno dovremmo essere così sicuri che prima o poi non le combatteremo. Le battaglie per la purezza alimentare, il chilometro zero e l’autenticità a tavola le lascio volentieri a chi crede alle favole dei ricettari. Se si inventano un vaccino contro il virus dell’autarchia gastronomica, faccio al volo pure quello. 

Presepe a Park Slope, Brooklyn, Dicembre 2020

Dice che gli italoamericani hanno usato la Festa dei Sette Pesci per rafforzare i legami familiari. Con il passare dei decenni, e con l’abbandono delle ristrettezze cittadine per la ricchezza del sogno americano nei “suburbs”, anche le famiglie italiane si sono disperse geograficamente. E come avvenuto tra le usanze alimentari di una Nazione di Immigrati, si sono mescolate con gli altri americani. Il sesso e il cibo seguono logiche e istinti millenari. Per gli italoamericani la tavola e la cucina della Vigilia di Natale sono diventate l’occasione per rinsaldare i rapporti di nuclei familiari allargati, e poi per dare nuova vita alle tradizioni. Tra i meridionali in Italia, il pesce per la vigilia è una regola. Ma quello che conta davvero, fin dai preparativi per la celebrazione della festa, è la famiglia, dove ognuno è chiamato a fare la sua parte nel rito. In questo 2020 dove le famiglie sono lontane e i nostri genitori stanno invecchiando tra solitudine forzata e un virus che sembra fatto apposta per colpire i più anziani, devo aver inconsciamente avvertito il bisogno per una tradizione natalizia dove la famiglia è fondamentale in ogni fase che precede la festa e non solo nel momento in cui tutti quanti mettiamo le gambe sotto il tavolo. Avere una cuoca in famiglia aiuta, soprattutto quando tu sei consapevole della tua “inutilità” e l’unica tradizione meridionale che conosce il tuo piccoletto ossessionato dagli scacchi è la difesa siciliana. Una famiglia di tre può fare miracoli, e non dimentica chi nel 2020 è rimasto da solo.

L’ultimo giorno di questo lungo 2020, almeno qui a New York, è stato grigio. Una perfetta chiusura per un anno che vorremmo dimenticare e che invece rimarrà indelebile nella memoria. Soprattutto la primavera del coronavirus, con le sirene delle ambulanze e le celle mortuarie negli autotreni parcheggiati davanti agli ospedali. Ma anche le passeggiate nei cimiteri o quelle per la città deserta. Una giornata non fredda ma nuvolosa, questo 31 dicembre 2020. Al mattino è caduta della pioggia e nel pomeriggio il sole non è riuscito a farsi largo. Non c’è fretta, anche per il meteo arriveranno giorni più luminosi. Il 2021 partirà lento, non ci facciamo troppe illusioni. Abbiamo speranza nel vaccino e sappiamo che servirà tempo per ritrovare una parvenza di normalità. Anche quella attuale è, in realtà, una nuova normalità. Ma sta lasciando troppi vuoti e non sappiamo quando e se verrano colmati. In tanti hanno perso il lavoro: a New York non si vedono turisti (problema pure per il sottoscritto) e gli uffici ancora vuoti significano bar e ristoranti chiusi, con migliaia di persone a casa, appese al sussidio di disoccupazione. Tanti altri hanno perso la vita. Sono già 25.000 i newyorchesi morti per il covid. Anche questa città resiste, e aspetta che passi la lunga nottata. 

Times Square, 26 dicembre 2020

Per la notte di San Silvestro, anche se in America non si usa questo nome, la Famiglia Spedalieri è pronta. Avremo tortellini, forse del sushi, magari ancora dei gamberetti, un’ottima robiola, dello speck, una focaccia ligure fatta in casa (perché abbiamo finiti i grissini stirati a mano dal sottoscritto), e pasteggeremo con un rosee frizzante di vino Primitivo. Non mancheranno, ovviamente, il cotechino e le bene auguranti lenticchie. Perché noi ci crediamo, al futuro. E dopo un 2020 tanto balordo, è bello ripartire con una tradizione familiare.

Buon Anno a Tutti!

Sempre vostra,

Guida Inutile New York

New York City, Atlantic Terminal, Brooklyn, 2020
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