Sheepshead Bay, the pedestrian bridge
Luoghi

Che bella cosa è ‘na jurnata a Sheepshead Bay

Sole e buon umore nel quartiere della più improbabile riviera di New York.


“Hey man, brother, puoi aiutarmi?”, mi urla l’autista del B4. “Puoi chiedergli di fare un po’ marcia indietro, così riesco a passare?”. Se procedesse, lo specchio retrovisore del suo mezzo andrebbe a frantumarsi contro il dehor del ristorante. Ma adesso non può neanche arretrare, e sterzare quel tanto per evitare il danno, perché dietro di lui si sta già creando una coda di auto. È quasi impasse totale. Ma l’autista dell’autobus B4 è in giornata di grazia: ha trovato il suo angelo custode. Sto giusto camminando all’altezza della fermata di questa linea che corre lungo Sheepshead Bay Road, a Brooklyn sud. Capisco il suo mal di testa al volo, ancor prima che possa spiegarmi il da farsi. Gli faccio un cenno con la mano, mi metto il costume da vigile urbano e parto per la mia missione.

“Signora, l’autobus è bloccato. Può fare un poco retromarcia?”. Nonostante io faccia ampi gesti con le braccia per provare a farmi capire, vedo che la ragazza sigillata nel SUV nero mi guarda confusa, quasi fossi un matto in mezzo alla strada. Come accade spesso, da quando c’è il coronavirus, avere la bocca coperta rende complicate anche le comunicazioni più banali. Poco male, ho un lampo da Super Eroe geniale: mi abbasso la mascherina sul mento, così da poter sorridere mentre supplico nuovamente la mia richiesta d’aiuto. A questo punto, sorride pure la ragazza, e inizia a muovere lentamente la sua macchina. Intanto, io mi sbraccio verso le altre auto dietro la sua, e tutti sembrano sintonizzati per fare i gamberi. Siamo una squadra fortissimi, fatta di gente fantastici (Checco sarebbe orgoglioso di noi). L’autobus riesce finalmente a riprendere la sua strada, e così pure io. Quando arrivo al semaforo, e aspetto che diventi verde, un sonoro colpo di clacson mi fa girare la testa. È l’autista del B4, mi sta ringraziando col braccio alzato. Lo saluto pure io, portando il mio indice sinistro alla testa e poi, più lentamente, al suo indirizzo. Dovere, dico tra me e me, pensando a quanto sono stato figo. Con la maschera nera d’ordinanza sul naso, e i miei immancabili occhiali da sole, potrei quasi lasciare la firma: la vostra amichevole Guida Inutile di quartiere.

La “Guida Inutile New York”, perché c’è sempre bisogno di super eroi…

GITA AL SUPERMERCATO

Vengo a Sheepshead Bay ogni due settimane, circa. Quasi venticinque chilometri, tra andata e ritorno, e almeno un’ora al volante quando mi dice bene. Valgono comunque la pena e il costo del carburante di fronte ai prezzi di Aldi, il mio nuovo supermercato preferito. Prima dell’infatuazione per Aldi c’era quella per Trader Joe’s, con le sue etichette colorate, lo stile finto scritto a mano e quello a grandi lettere, come i negozi di alimentari (grocery stores) che esistevano nella vecchia America. 

Nata in California, Trader Joe’s è davvero una catena di supermercati il cui obiettivo è farti infatuare. Le dimensioni dei punti vendita sono molto più  ridotte rispetto ad un supermercato tradizionale, anche se la peculiarità tutta newyorchese, e cioè quella della saturazione degli spazi, è capace di rendere il tipico Trader Joe’s un quasi-gigante tra moltissimi nani (le “bodeghe” e i supermercati di quartiere) e pochissimi immensi colossi (tipo Whole Foods e, ancor di più, il solitario Wegmans di Brooklyn). I prezzi molto contenuti non sono nemmeno la parte più importante della cotta tra le corsie. Quello che ti frega, e riempie il carrello di prodotti dei quali avresti potuto tranquillamente fare a meno, sono le confezioni colorate. Il marchio di casa, Trader Joe’s, è piazzato con il suo stile uniforme e allegro, praticamente su tutto, dalla pasta ai cereali della colazione, passando per dumplings, burritos e spettacolare parmigiano. Dei geni, che riescono a farti spendere offrendoti un decimo di quello che troveresti altrove. Come genio è stato il gruppo tedesco che dieci anni fa si è comprato la catena. Chi sono questi brillanti tedeschi con l’amore per la California? Gli stessi che posseggono Aldi.

ALDI supermarket, Sheepshead Bay
Al supermercato ALDI di Nostrand Avenue, a Sheepshead Bay, ti ricordano le coordinate geografiche, ché forse gli indirizzi non vanno più di moda.

A differenza di Trader Joe’s, Aldi è un supermercato più dimesso. Non è triste come certi discount presenti solo in Europa, che sembrano usciti da un dramma ungherese in bianco e nero, ma non prova nemmeno ad ammiccare a hipster e aspiranti tali. Aldi è spartano, senza fronzoli, e con la stessa ampia scelta di prodotti organici che puoi trovare dal suo cugino californiano. Se avesse anche il parmigiano, sarebbe perfetto. I suoi pochi punti vendita si trovano in quartieri popolari e periferici, come East Harlem a Manhattan, South Bronx, Rego Park nel Queens, East New York e Sheepshead Bay a Brooklyn. Non so se tutti abbiano lo stesso assortimento di prodotti, ma quest’ultimo, ha una spettacolare offerta di salmone. Mi mancano i dopo cena del mercoledì sera, quando con i miei due fidati compari italiani andavamo a fare la spesa al Trader Joe’s di Cobble Hill, quartiere benestante nell’area del Brooklyn Bridge Park. 

DI FALSITÀ, VIRTÙ

Ma il covid ha fatto piazza pulita delle nostre vecchie abitudini, e andare in una delle aree più affollate della Brooklyn di tendenza, anche solo in un tardo pomeriggio, significherebbe fare una coda interminabile, perché le capienze massime consentite sono ancora ridotte. All’Aldi della popolare Sheepshead Bay, invece, non c’è quasi mai folla, e posso parcheggiare direttamente la macchina senza impazzire a trovare un buco libero in qualche via laterale. La vera lotta è quella per il carrello della spesa. Come in Europa, devi avere una moneta per poterne utilizzare uno, e questa usanza è un’anomalia per qualunque supermercato americano, dove i carrelli si prendono invece liberamente. A disposizione, qui da Aldi, ce ne sono pochissimi, forse alcuni sono stati anche rubati. Così, ti devi piazzare nel parcheggio e aspettare che qualcuno esca col suo carrello pieno per raggiungere la propria macchina. A quel punto, come un avvoltoio, cercherai di battere la concorrenza di altri disgraziati come te. E brandendo il tuo quarto di dollaro chiederai di poter usare lo stesso carrello una volta che il suo contenuto sia stato trasferito nel portabagagli. A tua volta, quando avrai finito di fare la spesa, qualcuno si avvicinerà a te, per lo stesso romantico rituale. Oggi, colpa del sole e della temperatura mite, siamo tutti più allegri e in vena di battute. Quando un sorridente gentiluomo si avvicina per avere il mio carrello, mi chiede: “anche oggi il prezzo è lo stesso?”. Ridiamo insieme e gli rispondo che è fortunato, l’inflazione non ha ancora colpito. 

New York City, Brooklyn, Sheepshead Bay
Brooklyn, Sheepshead Bay Road. Quaggiù anche le statue indossano la mascherina anti-Covid. Anzi, soprattutto le statue.

Da mesi, vedere qualcuno sorridere per strada è un’impresa quasi impossibile. Le mascherine coprono i nostri volti, anche quando potremmo farne a meno perché camminiamo a distanze ben superiori da quelle ritenute di sicurezza. I primi mesi drammatici della pandemia, con mortalità superiore al resto degli Stati Uniti, e medici che ancora conoscevano poco della malattia, hanno lasciato un segno che sembra indelebile su noi newyorchesi. Viaggiando per qualche giorno lontano da New York, ti accorgi come in tante zone dell’America, nelle aree all’aperto, molti americani non indossino la maschera o, al massimo, la tengano a portata di mano. Alcuni, purtroppo, non la indossano anche quando sarebbe ancora richiesta, come all’interno dei locali, pure di quelli che espongono cartelli grandi e grossi con la prescrizione di usarla. Avendo da sempre l’America l’abitudine di politicizzare e battagliare su tutto quanto, le estremizzazioni sono all’ordine del giorno in questo Paese: usare sempre e comunque la mascherina all’aperto, anche quando siamo a distanza da altre persone, non offre particolare protezione; non usarla in ambienti chiusi, dove siamo in prossimità di altri individui, e dove l’aria fa più fatica a circolare, fa aumentare i rischi di contagio, perché ad oggi solo un terzo della popolazione è completamente vaccinato e non sappiamo quanto sia diffusa l’immunità. I newyorchesi che camminano per strada con la mascherina, anche in quasi perfetta solitudine, non sono più intelligenti di quelli che girano senza coprire naso e bocca tra gli scaffali delle stazioni di servizio del sud. Ma nella loro spesso patetica inutilità, i primi sono sicuramente più innocui dei secondi, che invece un minimo di rischio lo creano. A New York, se cammini senza mascherina, anche stando ben lontano dagli altri passanti, troverai sempre qualcuno che ti guarderà storto, provando a lanciarti uno sguardo di riprovazione. Come si dice in America, in questa città siamo dei campioni di “virtue signaling”, non di rado ipocrita: indossando sempre e comunque la nostra bella mascherina, vogliamo solo mostrare agli altri quanto siamo moralmente superiori, anche se non lo siamo neanche per sogno e non diamo alcun contributo alla lotta contro il Covid. Ma siamo newyorchesi, e cioè sbruffoni per definizione.

Anche nella New York colpita duramente dal coronavirus, fin dall’inizio della pandemia esistono svariate eccezioni di fatto alla regola della maschera onnipresente. C’erano già la scorsa estate, quando migliaia di giovani, non diversamente da milioni di loro coetanei europei e del resto d’America, riempivano i locali dei quartieri più alla moda o improvvisavano affollatissime feste in strada, dove quasi nessuno aveva il volto coperto. Tutto questo, purtroppo, faceva ovviamente a pugni con la favola raccontata dalla CNN dei fratelli Cuomo (Chris il giornalista e Andrew il Governatore dello Stato di New York), e poi dai compagni del New York Times. Nella sua versione più diffusa e amata dai cultori del progresso a domicilio, la favola narrava che i refrattari all’uso della maschera fossero soprattutto, se non esclusivamente, gli elettori di Trump negli Stati più conservatori. Se poi si aggiunge che per gli stessi giornalisti peracottari dal culo di pietra l’elettore medio di Trump non può che essere razzista per definizione, le immagini di folla provenienti da aree come il Queens, dove anche tra i ventenni la diversità etnica e quella razziale sono la regola, erano utili per ricordare quale dovrebbe essere l’approccio più sano nei confronti della stampa americana: diffidare il più possibile dei media di quaggiù, e non provare mai ad incartare il pesce con il tuo IPad, perché non funziona. Diiioooo, se ci manca la carta straccia dei giornali, in bagno se la giocherebbe ancora oggi coi rotoli di carta igienica…

GIÙ LA MASCHERA

Per fortuna dei giornalisti newyorchesi, almeno un gruppo demografico di fondamentalisti reazionari pensava bene d’offrire carne e ossa alla leggenda del malvagio elettore smascherato: questo reietto esisteva e si materializzava negli ebrei delle enclave hassidiche di Brooklyn, da South Williamsburgh a Borough Park, dove il Covid ha circolato per mesi con percentuali nettamente superiori alla già alta media cittadina. Sprezzanti talvolta anche dell’obbligo di indossare la maschera nei negozi, gli ebrei hassidici di New York sono stati elettori fedeli di Trump, anche se il loro voto è stato inutile, così come quello dei nostri connazionali e dei repubblicani di Staten Island, in una città dove i democratici vincono sempre con percentuali che neanche in Bulgaria. Radicate convinzioni religiose e sostanziale segregazione geografica hanno consentito agli hassidici di Brooklyn di non curarsi del buon senso minimo in fatto di mascherine e delle normative stabilite dallo Stato di New York. L’elevata densità di popolazione in appartamenti dalle dimensioni ridotte ha consentito al coronavirus di espandersi indisturbato. Se ogni famiglia di ebrei ortodossi è composta almeno da cinque o sei persone, a tenersi bassi con le stime, non è difficile prevedere la velocità di contagio in una comunità chiusa, con o senza l’uso di mascherina. Ma la copertura di bocca e naso, che avrebbe al massimo solo rallentato un po’ la propagazione dell’epidemia, ha offerto una perfetta occasione per l’ennesima battaglia politica. E finalmente, grazie agli hassidici cattivi cattivi, New York ha avuto i suoi malvagi contro cui puntare il dito. Poco importava che in zone della città con simili condizioni abitative, condivise soprattutto da tanti lavoratori ispanici nel Bronx o da diverse minoranze asiatiche nel Queens, i contagi fossero elevati come nei quartieri delle comunità hassidiche. 

Brooklyn, quartiere Williamsburg. E vabbé, se però adesso ci si mettono pure gli ebrei hassidici, a indossare la maschera, allora non c’è più religione. Più o meno.

Che pregiudizi e semplificazioni varie, come quelle riservate agli hassidici, vengano maliziosamente disseminati anche in una città dove vivono almeno un milione e centomila ebrei, pari a circa il 13% della popolazione, non deve sorprendere. New York è da sempre la somma di tante minoranze, ognuna delle quali viene di volta in volta strumentalizzata per fini elettorali. Vale lo stesso per l’oltre mezzo di milione di newyorchesi di origine cinese oppure per un numero simile di concittadini la cui discendenza è italiana; per i quasi quattrocentomila irlandesi o per i due milioni di afroamericani, gli oltre settecentomila portoricani e altrettanti dominicani. Quando i numeri delle diverse minoranze sono decisamente più piccoli, e meno rilevanti per le lotte politiche combattute a livello municipale, come può essere il caso dei centomila newyorchesi di origine araba o degli appena settantamila filippini, le enclave nelle quali vivono sono pur sempre capaci di influenzare il voto a livello di circoscrizione locale. Vere e proprie discriminazioni, oppure semplici luoghi comuni e banale propaganda nazionalista seguono sempre le linee canoniche di etnia e razza. Sono inevitabili, pur in una città dove tolleranza e diversità multiculturale sono la regola storica. Oggi ti punto il dito contro e ti getto nel fango, domani sei il mio alleato più importante. 

Gli ebrei hassidici, sono spesso fonte di controversie politiche,  perché difendono strenuamente la loro autonomia e i loro valori religiosi. E talora sono fonte di ridicolo imbarazzo, come nel 2019, quando tra alcuni ragazzi afroamericani, soprattutto qui a Brooklyn, è ripresa la periodica moda di colpire  in faccia, senza motivo, i malcapitati hassidici che incrociavano la loro strada. Poiché la razza, prima d’essere un ossessione del dibattito pubblico americano, è soprattutto una questione elettorale (a livello nazionale, quasi il 90% degli afroamericani vota sistematicamente per i democratici e i loro generosi e inefficaci programmi d’assistenza sociale), le immagini di neri che si divertivano a pestare un ebreo vestito di nero da testa a piedi, e pure quasi certamente elettore di Trump, erano imbarazzanti per i politici democratici di New York, che ipocritamente contrabbandano la teoria più fasulla e in voga nell’America contemporanea, e cioè quella del razzismo sistemico. Allo stesso tempo, anche solo criticare gli hassidici per le loro intransigenze, e l’apparente mancanza di rispetto di fronte alle regole sanitarie adottate durante l’epidemia di Covid, è un’operazione delicata: il rischio d’usare triti pregiudizi e d’essere accusati di antisemitismo è sempre dietro l’angolo, e mal si concilia con i grandi numeri degli elettori ebrei a New York. Gli hassidici, infatti, sono solo una minoranza seppur molto vistosa nella più ampia comunità ebraica. La maggior parte degli ebrei newyorchesi sono progressisti e votano fedelmente per i Democratici, ma nessun politico vuole passare per antisemita. Un mal di testa in piena regola.

Brooklyn, Sheepshead Bay, dove gli ebrei di origine russa sono una delle principali componenti demografiche del quartiere.

Qui a Sheepshead Bay non c’è praticamente traccia di ebrei hassidici. Ma tradizionalmente è stato un quartiere dove hanno trovato casa gli ebrei che lasciavano l’Unione Sovietica per cercare miglior vita in America. Ancora oggi, nonostante l’influsso più recente di cinesi e musulmani, Sheepshead Bay è un’area popolata da tanti russi, come il vicino quartiere di Brighton Beach che confina a sua volta con la più nota Coney Island. La nuova e più eterogenea composizione demografica del quartiere è visibile anche tra le corsie di Aldi, dove le nonne afroamericane fanno la spesa esattamente come le nonne russe, cercando le verdure più fresche e i prezzi più bassi (Grandma Denis, la vostra nonna con tanto di pizzetto e lo sfizio per la New York inutile, non sfigura al loro cospetto). Idealmente c’è una linea geografica che connette Sheepshead Bay all’area ortodossa di Borough Park attraverso Midwood, una popolosa enclave ebraica moderata, nota per aver dato i natali a Woody Allen e per ospitare quella che, quaggiù, è ritenuta in assoluto la miglior pizzeria di New York.

Anche tra gli ebrei non ortodossi di Sheepshead Bay, la maschera mentre si è all’aperto, o si cammina per strada, non è universalmente diffusa come in altri quartieri paranoici della città. Così, il gentiluomo della battuta sul carrello al supermercato mi mostra il suo vero sorriso. Siamo comunque a distanza che qualunque studio, pubblicato da un anno a questa parte su riviste internazionali di medicina, considera pressoché impossibile per diffondere il contagio, a meno di non sputarsi a vicenda negli occhi. E non poche goccioline, no, proprio immense quantità di saliva degne del miglior disprezzo. Immagino che il mio simpatico interlocutore smascherato sia ebreo solo perché vedo che indossa una piccola kippah che copre il suo capo. 

A New York è molto diffusa tra gli uomini ebrei che vogliono seguire i precetti della loro religione, così come sono ben visibili tanti altri simboli religiosi, a partire dal velo che copre la testa, quando non il volto, di molte donne musulmane, anche quelle alla guida di enormi SUV con i quali portano i bambini a scuola. Scene spesso impensabili nell’Europa che pretende di dare all’America lezioni di diritti civili e razzismo. Nonostante gli inevitabili atti di intolleranza e odio etnico o religioso, che sono comunque rari e circoscritti, in America nessun governo nazionale o locale ha mai sentito il bisogno di sconsigliare ad alcuna minoranza l’uso di un particolare abbigliamento o di simboli religiosi. L’impotenza dei politici francesi e tedeschi, terrorizzati dall’espansione culturale musulmana o dall’antisemitismo mai sopito e ora più aggressivo, è davvero lontana.

UN PESCE DI NOME…

Emmons Avenue, il ristorante di pesce “Randazzo’s”, ovvero “l’orgoglio di Sheepshead Bay”.

Pur non essendo un grande supermercato con tanto di pescheria (e nemmeno una macelleria, se è per quello), tra i banchi frigo di Aldi a Sheepshead Bay, come già accennato in precedenza, è sempre possibile trovare salmone fresco, oltre a quello congelato. Nessuna speranza di trovare, invece, un archosargus probatocephalus, nonostante a metà del 1800 fosse molto diffuso nelle acque della baia. Trattasi di quello che in inglese si chiama “sheepshead”, un pesce che vive lungo la costa dell’Oceano Atlantico, dalla Nova Scotia al Brasile. È questo pesce che ha dato il nome alla baia e a poi al quartiere omonimo. Negli Anni Quaranta dell’800 quest’area era una nota destinazione estiva per i ricchi di Manhattan e Brooklyn. Arrivavano quaggiù cacciatori e pescatori. Quest’ultimi si vedono ancora, come in tante altre parti di Brooklyn, anche se non si tratta più di gentiluomini benestanti.

Oggi Sheepshead Bay ha perso completamente il suo carattere turistico e nessuna guida seria si sognerebbe mai di segnalare il quartiere per una visita. Nessuno verrebbe quaggiù per il Memoriale dell’Olocausto, quando già la massa dei turisti a Manhattan, anche prima del covid, non faceva a botte per perdersi nelle sale del più interessante Museo dell’Eredità Culturale Ebraica (nella zona di Battery Park). Agli amici e clienti italiani che vogliono l’esperienza della New York marina, anch’io consiglio sempre la gita a Coney Island, dove a me piace davvero andare, per il suo carattere ultra-popolare e per l’assenza di snob tenuti lontani dalla spiaggia affollata dall’umanità più svariata; oppure la gita a Rockaway Beach, quantomeno per sentirsi in sintonia con i Ramones. Per coloro che si accontentano della sola New York fluviale c’è sempre l’immancabile Brooklyn Bridge Park, che già solo negli ultimi cinque anni è diventato un magnete turistico ancora più attraente, con l’apertura dei ristoranti del Time Out Market e la realizzazione di nuovi tratti del parco. Ma chi volesse davvero comprendere il rapporto di New York con il suo elemento geografico principale, l’acqua, dovrebbe proprio visitare quartieri come Sheepshead Bay. 

Gli abitanti della zona, e delle aree limitrofe, amano i ristoranti lungo Emmons Avenue, i cui ampi dehors sono in tutto e per tutto simili a quelli che un italiano potrebbe trovare sulla riviera romagnola o ligure. La stretta baia separa l’omonimo quartiere di Sheepshead Bay, a nord, dal quartiere Manhattan Beach, a sud. Per chi non voglia fare il giro largo, esiste un ponte pedonale in legno che attraversa le acque della baia. La sua realizzazione venne finanziata nel 1882 da Austin Corbin, avvocato con dollari da investire nella costruzione di alberghi e di una ferrovia a Manhattan Beach. Per una di quelle immancabili ironie della Storia, Corbin era un antisemita con i tutti i crismi. Era stato tra i fondatori di un’associazione il cui intento risultava inequivocabile sin dal nome: American Society for the Suppression of Jews (Società Americana per la Soppressione degli Ebrei). Secondo resoconti dell’epoca, Corbin non si limitava però al solo antisemitismo. Pare che in tarda età fosse finito nuovamente all’onore della cronaca per aver impedito ad un passeggero cinese di imbarcarsi su uno dei traghetti di sua proprietà. 

Corbin aveva fatto fortuna e affari, come tantissimi altri industriali dell’epoca, legandosi alla Tammany Hall, la famosa e corrottissima organizzazione politica del Partito Democratico newyorchese. La letterale presa del potere da parte dei Democratici, in quest’area della Nazione, è roba che si perde nel tempo e che nulla ha a che vedere con le presunte visioni progressiste del Partito. Balle. È solo una questione di ingranaggi oliati, nepotismo, regalie, mazzette, che pervadono, senza alcuna soluzione di continuità, il mondo delle grandi e grandissime imprese, e quello delle onnipresenti e immense organizzazioni sindacali. Questo spiega perché un costruire chilometro di metropolitana a New York costa il doppio che a Parigi o Londra, non certo le peculiarità idrologiche locali. E perché l’ex boss della stessa metropolitana, Andy Byford, con un curriculum di tutto rispetto maturato a Toronto, dopo appena due anni a New York, a gennaio 2020 ha dato le dimissioni e si è traferito a… Londra. Insomma, un po’ come il rapporto tra la sinistra italiana e la Toscana.

Sheepshead Bay non è il tipico quartiere che finisce in un film. Ci può apparire di rado, quando le produzioni cinematografiche vogliono qualche immagine della vecchia Brooklyn, oppure se stanno girando o anche solo ambientando dalle parti di Brighton Beach, e hanno bisogno di qualche scena in cui appaia una tranquilla zona residenziale. Sheepshead Bay non ha un fascino particolarmente irresistibile, se non agli occhi di quelli come il sottoscritto, che riescono a vedere bellezza un po’ ovunque. Ma può capitare anche a normalissimi quartieri d’uscire per un po’ dal loro anonimato. Magari non diventeranno famosi, ma avranno fatto la loro parte per dare vita a un personaggio che rimarrà nella memoria dei suoi ammiratori. Il Bill Murray-Vincent MacKenna di “St. Vincent” viveva in una casa a Sheepshead Bay, e così i nuovi vicini che entreranno, non richiesti, nella sua sua vita da asociale. St. Vincent da Sheepshead Bay si muove tra i negozi della piccola Chinatown di Avenue U, dove magari ruba una mela. Ma con la sua macchina si sposta dalla scuola cattolica della mia adorata Bay Ridge, frequentata dal figlio della sua nuova vicina, sino all’ippodromo di Belmont, poco oltre il confine del Queens. Quando va a trovare la moglie, in una casa di riposo in New Jersey, raggiunge tortuosamente il Ponte di Verrazzano passando dall’autostrada che scorre sotto la promenade di Brooklyn Heights, dalle parti del Ponte di Brooklyn. La qual cosa è realizzabile solo sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o quando il regista deve comunque mostrare almeno per un istante i grattacieli di Lower Manhattan.

Sheepshead Bay, Vincent MacKenna’s house (“St Vincent”, the movie)
Brooklyn, Sheepshead Bay. La casa di Vincent MacKenna, lo scontroso veterano interpretato dall’attore Bill Murray nel film “St. Vincent”.

Pur non potendo vantare la fama cinematografica, Sheepshead Bay ha dato però i natali ad alcuni personaggi celebri, almeno qui in America. Il jazzista Buddy Rich l’ho scoperto più di quarant’anni fa, quando bimbetto di dieci anni prendevo la mia paghetta settimanale e il sabato correvo in edicola a comprare le cassette de “I Giganti del Jazz”. Ma solo da poco ho scoperto che le sue radici affondavano qui a Sheepshead Bay. Con lui anche Vince Lombardi, che fu un leggendario allenatore dei Green Bay Packers e a cui è dedicato il trofeo assegnato ogni anno ai vincitori del Super Bowl, la finale del campionato di football americano. In Italia pochissimi conosceranno Larry David, pure lui cresciuto in questo quartiere. Ma in America è un personaggio decisamente famoso: coautore con il comico Jerry Seinfeld dell’omonima serie televisiva “Seinfeld”, e poi protagonista assoluto di un’altra divertente serie, “Curb your enthusiasm”, entrambe nel solco della lunga tradizione della comicità ebraica newyorchese. Nato e cresciuto nella Brooklyn di Sheepshead Bay è pure un personaggio che almeno qualcuno in Italia dovrebbe conoscere. I tifosi del Venezia conoscono sicuramente l’attuale proprietario della loro amata squadra di calcio, l’avvocato italo-americano Joe Tacopina. Io non ne avevo la più pallida idea, almeno prima di fare la mia ricerca per questo post.

Adesso è tempo di tornare a casa. Caricata la macchina, ho quasi tutto quello che mi serve. Quasi perché mi manca della mortadella, del provolone e altre piccole cosucce che, insieme a della pasta italiana di rigorosa importazione (vezzo inutile), andrò a comprare da Coluccio, facendo una sosta a Bensonhurst prima del rientro alla mia base. Il portabagagli è già pieno, perché ho una macchina non così grande. Ma ricaverò in qualche modo dello spazio per un altro scatolone, manco dovessi rifornire la dispensa prima di un attacco nucleare. Non posso nemmeno lamentarmi. Nel parcheggio di Aldi c’è chi sta peggio di me. Vedo un uomo che sta cercando di infilare in macchina, spingendoli in tutti i modi possibili, degli enormi palloncini già gonfiati, di quelli che quaggiù vendono per compleanni e festeggiamenti vari. Lo guardo con sincera compassione, e gli dico scherzando: “qualcuno, oggi, vivrà una giornata speciale. Ma quel qualcuno non sei tu!”. Scuote la testa e mi risponde: “non me lo dire, fratello, non me lo dire…”.

Sembra che oggi, qui a Sheepshead Bay, siamo davvero tutti quanti di buon umore. Vai a sapere, sarà l’aria del mare, del sole e del mare…

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