Narcissus Garden, Fort Tilden

Kusama e la fine dell’estate, o dello specchio delle contraddizioni infinite

Un forte che non è un forte, l’estate che non è finita anche se tutti ripetono il contrario, un’artista che non ama la mercificazione ma ha fatto di tutto per promuoversi. La grande Yayoi Kusama e il suo Narcissus Garden nel caldo di Rockaway Beach.

 

Labor Day. Venti minuti di coda sotto il sole cocente del primo pomeriggio di quello che è considerato l’ultimo giorno dell’estate, anche se l’estate non finirà davvero prima di altre due settimane. Le code a New York sono la regola. Sono anche sempre di tendenza: se non fai la coda per entrare in qualche ristorante o per l’acquisto dell’ultima creazione del più recente tra gli ultimi innovatori arrivati in città, vuol dire che stai perdendo il tuo tempo per qualcosa di irrilevante. Ma questi venti minuti di coda, in una giornata che il bollettino meteorologico cittadino ha definito da “allarme caldo” sono per entrare in un fatiscente magazzino di un ex complesso militare ormai scomparso a Rockaway Beach, la spiaggia resa immortale dai Ramones. Si chiama Fort Tilden, anche se di un forte non solo non ha l’apparenza ma nemmeno l’ombra. Proprio nel senso letterale del termine. L’ombra ai disgraziati in coda come il sottoscritto (e la famiglia che è stata costretta a seguirmi perché sono l’unico che sa guidare l’auto con il cambio manuale) è gentilmente offerta da Bloomberg Philanthropies, il braccio caritatevole del colosso dell’informazione finanziaria posseduto dall’ex sindaco miliardario di New York, Michael Bloomberg. Venti minuti di gloriosa coda per ammirare e specchiarsi come narcisi in un “giardino” composto da centinaia di sfere in acciaio inox. Ultimo giorno utile per la mostra flash dell’estate newyorchese da Instagram.

Lucio Fontana, Yayoi Kusama, Kusama, Narcissus Garden
Lucio Fontana e Yayoi Kusama, 33esima Biennale Venezia 1966 (L’Espresso, 19 giugno 1966)

Nel 1966 erano grandi sfere di plastica riflettente. Per la precisione, le sfere erano mille e cinquecento, tante quante quelle odierne, e si trovavano nel giardino davanti al Padiglione italiano della 33esima Biennale di Venezia. Con l’aiuto finanziario del già affermato italo-argentino Lucio Fontana (quello delle tele tagliate), l’allora trentasettenne artista giapponese Yayoi Kusama aveva allestito, senza alcun invito o autorizzazione ufficiale, il suo grande “Narcissus Garden”.

NARCISISMO A PREZZO DI SALDO

Lo scandalo reale, però, non era legato all’abusivismo, una pratica che noi italiani abbiamo affinato nei decenni successivi al secondo dopoguerra. Ma arrivò quando Kusama, sempre rigorosamente vestita in kimono per dare risalto al pregiudizio delle aspettative culturali in quanto donna giapponese, si mise a vendere le sfere ai visitatori della Biennale. Nelle fotografie dell’epoca, un cartello recitava: “Your narcissism for sale”, “Narcisìzzati”. Con 2 dollari o 1200 lire (l’equivalente attuale di 12 €, se la macchina del tempo del Sole24Ore è affidabile) era possibile acquistare un pezzo dell’immensa scultura. I poliziotti, chiamati dagli organizzatori, riuscirono a far desistere l’artista e la vendita fu interrotta. Ma Kusama aveva ottenuto la pubblicità che cercava, e che spesso nella sua carriera aveva cercato (anche organizzando happening di artisti nudi ad uso e consumo della stampa). A Venezia rilasciò diverse interviste a giornali internazionali. Spiegava che gli artisti contemporanei dovevano integrarsi nella vita economica di tutti i giorni e rendere accessibili le loro opere, come se il pubblico potesse comprarle al supermercato.

POP-ART vs NEW TENDENCIES aka AMERICA contro EUROPA

Love Forever, Yayoi Kusama, Kusama
“Love Forever, Yayoi Kusama 1958-1968”, Catalogo MoMA, 1998

Gli anni sessanta erano quelli in cui Kusama, dopo aver abbandonato prima Tokyo e poi la Francia, si era trasferita in America, trovando residenza stabile qui a New York. Sebbene fosse una presenza costante nei circuiti dell’arte cittadina, (come racconta in dettaglio il catalogo di “Love Forever”, un’importante retrospettiva organizzata al MoMA nel 1998), Kusama faticò ad ottenere comunque quell’ampio supporto economico e di critica che già in quel periodo avrebbe potuto aiutarla a raggiungere lo status di artista affermata. In un mondo dominato dagli uomini, e fortemente legato alla cultura nazionale, era difficile essere donna e asiatica. Ancor di più con un passato e un presente di malattia mentale, che spesso veniva utilizzato per mettere in questione il valore artistico e l’intenzionalità delle sue opere. Erano gli anni in cui l’America combatteva in Vietnam e in cui si affermava l’estetica della pop-art. L’Europa reagiva a quella che riteneva la mercificazione americana dell’arte contemporanea, e la chiusura verso altre culture, con le New Tendencies, con la de-materializzazione dell’arte e con l’idea che in primo luogo vi fosse il processo che porta alla realizzazione dell’opera e non l’oggetto artistico in se e per se.

IL BIGNAMINO DI YAYOI KUSAMA, E FAI LA TUA POIS FIGURA

Nell’opera di Yayoi Kusama si ritrovano con frequenza specchi, pois, reti e reticoli vari. Il tema dell’infinito è una costante. Kusama vede la sua vita come “un pisello perso tra migliaia di altri piselli”. Il riferimento al pisello è proprio in senso letterale, perché Kusama, la cui infanzia è stata traumatizzata dai tradimenti del padre e dalla madre gelosa che la costringeva a spiarlo quando era con le sue amanti, non ha bisogno di metafore e non ha mai lesinato l’utilizzo di falli e simboli fallici nella sua produzione artistica. Le sue opere d’arte, oggi, sono tra le più collezionate al mondo. Quasi novantenne, è nel novero degli artisti più famosi al mondo e le sue mostre sono una garanzia per la casse di qualunque organizzatore alla ricerca di guadagni sicuri. Lo scorso anno il MoMA le ha dedicato un libro per bambini, “Yayoi Kusama: From Here To Eternity”, dove il tema della malattia mentale non è trattato, anche quando le allucinazioni che ha avuto sino all’età di dieci anni sono proprio alla base delle sue visione dei cieli a pois.

LA POP-ART NON FA FINE MA LE BOLLETTE NON HANNO PREGIUDIZI

Sebbene Yayoi Kusama fosse stata accostata dai critici degli anni sessanta proprio all’arte pop, per aver spesso esibito i propri lavori in gallerie newyorchesi dove il nuovo genere artistico americano trovava la sua consacrazione, l’artista giapponese preferiva invece associarsi alle tendenze europee. Ma proprio con il “Narcissus Garden” di Venezia, con la provocatoria vendita di pezzi della scultura e con la continua presenza dell’artista nella sua installazione, ripresa senza sosta dai fotografi, le carte e le presunte appartenenze si mescolano di nuovo. Per alcuni critici, proprio questo consapevole sfruttamento dei media per promuovere la propria persona segna un certo distacco dai canoni più rigidi delle New Tendencies e delle sue critiche al mercato della pop-art. Allo stesso modo di un altro noto artista di quegli anni, Piero Manzoni, e della sua famosa commercializzazione della “Merda d’Artista” in scatola, come fosse un qualunque tonno sott’olio.

OH, NOI NON VOGLIAMO FAVORITISMI… MA SE PROPRIO LA CODA SI PUÒ SALTARE…

Kusama
Il libro per bambini dedicato a Yayoi Kusama

Giusto quando stavamo parlando del libro su Kusama, che abbiamo a casa nella nostra biblioteca di libri per bambini, perso tra Goodnight Moon, Rosa Parks e Llama Llama Mad At Mama. E giusto quando stavo facendo presente al resto della famiglia che già solo tre anni fa l’età del piccolo ci avrebbe fatto saltare la coda ovunque, dall’aeroporto alla pizzeria, una delle organizzatrici della Rockaway Artists Alliance si è avvicinata a noi per farci avanzare rapidamente all’ingresso. Per questo i minuti di coda sotto il sole di settembre per ammirare il “Narcissus Garden” di Yayoi Kusama sono stati solo venti, e non almeno trenta.

Adesso, se volete lamentarvi dell’arte contemporanea e del fatto che non la considerate arte, mi spiegate una cosa: ma allora perché mai vi siete fermati a leggere sino a qui??

Vi voglio bene, comunque.
Proprio come direbbe alla sua mamma la maialina Olivia, quella che dopo essere stata al Metropolitan Museum ripete i dipinti di Pollock sul muro della sua cameretta.
Si, comunque, con tutte le vostre contraddizioni.

 

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