Cultura

Ti amo, (a) New York

È un po’ come per Maometto e la montagna: se a San Valentino non potete venire a New York, allora è New York che viene da voi. E vi porta pure la musica.


It had to be you”, cantava la Diane Keaton di “Annie Hall” in un fumoso club dove nessuno prestava attenzione, il rumore dei piatti caduti a terra sovrastava la sua voce e, come tutto questo non bastasse a scoraggiarla, squillava pure il telefono. “Dovevi essere tu, dopo aver vagato senza una meta finalmente ti ho trovato, e posso essere me stessa, sentirmi giù, contenta d’essere triste per averti pensato”. Una volta fuori dal club, Woody Allen-Alvy Singer consola Annie Hall. E riesce pure a convincerla che quello sia il momento migliore per il loro primo bacio, senza pensarci troppo. Così possono andare a cena, digerire quello che mangeranno, e liberarsi della preoccupazione di fare la cosa giusta prima di concludere la serata a casa di uno dei due. Fine della scena notturna. Un bacio veloce, appena abbozzato, su un marciapiede del Greenwich Village. Nulla di più romantico nella New York dove anche il tempo e lo spazio sono sempre stati un lusso.

FARFALLE, TUXEDO E FARFALLINI

È una canzone quasi centenaria, “It had to be you”. Pubblicata nel 1924, la sua popolarità si è consolidata negli Anni Trenta e poi negli Anni Quaranta, quando anche il celebre Sam di “Casablanca” (Dooley Wilson) la cantò nel nightclub di Rick-Humphrey Bogart. Ma la notorietà definitiva arrivò solo negli Anni Ottanta, ad opera di Frank Sinatra, che finalmente la incise dopo averla cantata per quattro decenni. La versione di Sinatra fa da colonna sonora al momento culmine di una delle commedie romantiche newyorchesi più famose di sempre, “Harry ti presento Sally”. È la notte di San Silvestro, mancano pochi minuti a mezzanotte. Harry passeggia malinconicamente in Washington Square Park, davanti allo stesso arco dove anni prima aveva salutato Sally alla fine del loro lungo viaggio in auto dall’università di Chicago. Adesso Harry è triste. Ma mentre cestina il gelato che non riesce più a mangiare, Harry realizza che Sally è la donna della sua vita. She is the “One”. Così, con Frank Sinatra nell’aria, Harry inizia a correre a più non posso, per raggiungere Sally al gran ballo dove insieme avrebbero dovuto attendere l’arrivo del nuovo anno. Poco prima che Sally riesca a lasciare la festa, Harry si presenta davanti a lei e… Se non avete mai visto “Harry ti presento Sally”, perché siete molto giovani o perché negli ultimi 30 anni siete stati su un altro pianeta, non vi dico come va a finire. Se poi non avete mai visto una commedia romantica, magari c’è davvero il rischio che possiate quasi essere presi alla sprovvista dal finale. In caso contrario, invece, se anche voi come il sottoscritto avete già visto questo film almeno una decina di volte, allora vuol dire una cosa sola: bentrovati nel club dei romantici.

Una doverosa avvertenza prima di proseguire.

Se non siete romantici, questo post(o) non è per voi. Se non siete mai saliti all’ultimo minuto su un treno per fare trecento chilometri e presentarvi a sorpresa sotto la finestra di qualcuno che vi faceva sentire le farfalle nella pancia, non state qui a perdere tempo. Se non avete mai girato in lungo e in largo la vostra città per una settimana intera, fatto le telefonate più disparate e contattato chiunque potesse farvi ritrovare quella persona che si era fermata a parlare con voi mentre stava lavorando pure lei nella stessa fiera; e avevate riso e scherzato per dieci minuti con lei, guardandovi sempre dritto negli occhi, avvicinandovi sempre di più, e poi non le avevate chiesto il numero di telefono; e quando eravate andati al suo stand, al termine del turno, lei non c’era più, e avevate solo un nome; e dopo una ricerca senza sosta per giorni interi vi siete presentati nel suo ufficio, e lei vi ha sorriso malinconicamente, perché eravate di fronte a un crudele caso di omonimia. Bene. Se non avete mai vissuto niente di simile, avete sbagliato indirizzo, siete fuori strada. Andatevene adesso, senza rimpianti e rancori. Anche se la brusca e maleducata New York sarebbe perfetta pure per voi cuori di pietra. 

UN ROMANTICO, PRIMA DI TRASFERIRSI A NEW YORK (QUI SI VA SULLA PREMESSA PERSONALE)

Come avrete capito dai due episodi sopra citati, reali come pochi e vissuti in primissima persona quando ancora era in Italia, la vostra “Guida Inutile New York” è sempre stata romantica. Che in genere è cosa assai più semplice che essere amabili. Si può essere insopportabili e romantici allo stesso tempo. A naso sono convinto che ci siano almeno mezza dozzina di persone contente d’avermi evitato nella loro vita. Dieci anni fa uno dei miei migliori amici torinesi, alla notizia che mi sarei sposato dopo aver sempre spergiurato che non lo avrei mai fatto, mi chiese: “Denis, contro chi ti sposi?”. Per essere romantici, poi, non serve essere sempre follemente innamorati. Con un minimo di attrazione iniziale, necessaria per far partire la carica, possono invece tornare utili delle buoni dosi di sfrontatezza e senso del ridicolo. La prima è merce che in genere abbiamo in abbondanza da giovani. Tipo quando ti trovi sulla macchina di un amico e siete fermi ad un semaforo di una piccola cittadina francese. Vedi una ragazza e lei ricambia con un sorriso ancora più grande del tuo. L’amico riparte e, quando la macchina si trova sulla salita, tu gli urli di frenare e accostare. E scendi in fretta e corri giù per la strada, sino al punto dove avevi visto quella ragazza. Arrivi davanti a lei, esattamente al centro di un ponte. Ti guarda ridendo, come se stesse osservando un matto. Tu prendi la sua mano, ti avvicini alle sue labbra e poi la baci. Ma non un bacio timido, fugace come il primo di Alvy Singer. No, no, un bacio vero, quello che il Verdone di “Maledetto il giorno che ti incontrato” avrebbe chiamato, più o meno, “una passata di lingua sul palato”. Alla fine del bacio, vi guardate sorridendo, vi salutate e tu ritorni alla macchina. Perché negli anni ottanta non c’erano coronavirus in libera uscita e regolamenti sugli ormoni da tenere a distanza.

Se per quel tipo di sfrontatezza paga non essere ancora maggiorenni, per il senso del ridicolo viene invece in soccorso l’aver superato da poco la quarantina. Per sopportare il ridicolo, infatti, serve l’offuscamento delle facoltà mentali, ancor meglio se accompagnato da danni emergenti e progressivi alla memoria. In quel caso ti potrai ritrovare in Basilicata, al matrimonio di un caro amico, dove sembrerà che tutti gli ospiti si conoscano da una vita e tu sarai una specie di pesce fuori dall’acqua. Per tutta la giornata avrai avuto l’occasione di avvicinare una ragazza, scambiare con lei qualcosa in più delle solite due parole di circostanza che avrete già esaurito al momento delle presentazioni. Invece l’imbarazzo e la timidezza ti avranno dirottato per lo più sulla maratona gastronomica (ti poteva andare peggio). A fine pomeriggio, quando il tuo tempo per fare qualcosa, qualunque cosa, starà per scadere, ecco che ti prenderà un sussulto. La ragazza in questione sarà seduta con gli amici al suo tavolo, forse stanca, come tanti altri sopravvissuti al matrimonio monstre. Tu ti alzerai e andrai a piazzarti al centro della grande sala, dove nessuno ballerà più, nonostante l’ostinazione del dj a proporre musica per un guancia a guancia. Sarai completamente da solo, ti sentirai nudo, con addosso gli occhi degli invitati. Sarà il momento fatale dell’ora o mai più. Se le cose andranno male, porterai a casa la più epica delle figuracce. Cercherai con lo sguardo la ragazza, le farai un cenno con la mano, invitandola a raggiungerti dove non ci sarà possibilità di nascondersi. Anni dopo, ancora sorriderai pensando al suo coraggio, e a quel vostro solitario ballo che ha fatto nascere un’improbabile amicizia.

Ora che vi è chiara la mia opinabilissima idea di romanticismo, siete pronti per una passeggiata sonora in una delle città meno romantiche al mondo: New York. Armatevi di una decente connessione internet e di cuffie. Andiamo.

LA CITTÀ DOVE VIVONO I ROMANTICI FINTI (CHE NON SONO FINTI ROMANTICI)

Parigi è romantica, lo sanno tutti. Nessun americano sano di mente infilerebbe mai New York nella lista delle città per innamorati, e tanto meno ci verrebbe in vacanza per un romantico fine settimana. New York è ovviamente una grande metropoli come lo è Parigi (anzi, molto più grande), ma non ha niente di suggestivo e paragonabile alla Senna o Montmartre. Per gli americani, poi, Parigi è un’ossessione da sempre, meglio ancora se cristallizzata in un passato idealizzato. Nel “Midnight in Paris” di Woody Allen, per esempio, ogni notte il protagonista viaggia indietro nel tempo, nella Parigi modernista degli Anni Venti, dove incontra Josephine Baker e Scott Fitzgerald. Poiché il modernismo parigino si è spalmato sulle tele dei quadri mentre quello newyorchese è andato a grattare il cielo, offuscando così il sole, Parigi è rimasta una romantica città dell’Ottocento mentre New York non ha accettato d’invecchiare e continua a crescere senza grazia. 

Sia ben chiaro: io amo davvero New York. E quando un giorno me ne andrò da questa città, la porterò sempre con me e mi considererò un newyorchese. Ma quaggiù mi emoziono molto di più a camminare lungo il Pulaski Bridge che connette Brooklyn e Queens sopra il maleodorante Newton Creek, che non in Washington Square Park. Oppure a sentire il rumore dei treni che sferragliano lungo Jackson Heights o sopra la Chinatown dell’italianissima Bensonhurst. In genere poi, e forse perché ho fatto più di quarant’anni di vita a Torino, sono attratto dalle aree industriali, che New York mi offre un po’ ovunque. Insieme al fascino insuperabile dei topi che cercano la spazzatura tra i binari della metropolitana. Mia moglie mi sopporta, e sopporta le mie eccentricità in fatto di estetica urbana, solo perché quando ci siamo trasferiti abbiamo portato con noi a Brooklyn la memoria di un romantico tardo pomeriggio trascorso sotto un cedro solitario nelle Langhe.

Gli italiani, in genere, non hanno bisogno d’andar lontano per trovare scorci romantici. Venezia avvolta nella nebbia in una fredda serata d’inverno è perfetta per abbracciare qualcuno. Ed è pressoché impossibile non innamorarsi di Roma, e a Roma, passeggiando la sera lungo un ponte sul Tevere (penso a Ponte Sisto più che a quello su Viale Marconi…). Ma allora, con tanto ben di Dio in Europa, perché tendiamo a pensare che anche New York sia nel novero delle città romantiche? Solo perché è una grande città che tutti conoscono? Si e no. Il fatto è che anche se non abbiamo mai messo piede a New York, gli Alvy Singer e gli Harry Burns prodotti a Hollywood ci hanno portato dentro le loro complicate storie d’amore newyorchesi. Per anni e anni, poi, settimana dopo settimana, molti tra noi hanno seguito le disavventure sentimentali di romantici che adesso consideriamo come parte della nostra famiglia. Chi non conosce, nella realtà, dei Ross Geller, dei Ted Mosby e delle Carrie Bradshow? Non serve scrivere su un fittizio quotidiano newyorchese una rubrica settimanale in tema di sesso e relazioni amorose per essere una donna alla ricerca dell’amore totale come Carrie. Cercare ossessivamente “The One”, l’anima gemella che ti fa battere il cuore all’impazzata, non è affatto una prerogativa femminile. Pur senza essere dei paleontologi al Museo di Scienze Naturali come Ross, tanti hanno fatto tira e molla con le loro Rachel, prima di riuscire a cestinare orgoglio e malintesi. Anche senza rubare corni francesi blu come Ted l’architetto, dopo tanti gesti romantici eclatanti è più che naturale sperare d’incontrare finalmente una ragazza con l’ombrello giallo. E magari raccontare un giorno ai tuoi figlioli come hai incontrato la loro mamma.

NEW YORK, MUSICA PER ORECCHIE ROMANTICHE

Film, serie televisive, video musicali e pure spot pubblicitari o eventi sportivi. Abbiamo da sempre immagini di New York negli occhi. E ancora più spesso abbiamo canzoni che associamo a New York. Approfittando di San Valentino e del fatto che per mesi ancora non si vedranno turisti italiani qui in città, ho pensato che la cosa più semplice fosse quella di portare New York direttamente a casa vostra, con un po’ di musica che parla d’amore. Amori felici, amori non corrisposti, tradimenti. È una scelta personalissima, ovvio. Assolutamente eterogenea (o sconclusionata, se preferite). Sono sicuro d’aver lasciato fuori canzoni che avrebbero meritato. Non c’è la “Coney Island Girl” di Lou Reed, per esempio. Il filo conduttore è uno solo e pure banale: New York, la città reale e quella inventata. La New York che ha ispirato canzoni d’amore, o semplicemente quella che ha dato i natali a chi scritto o cantato brani in cui il cuore e i suoi affanni sono il centro dell’universo. C’è davvero un po’ di tutto, nella mia scaletta. Tra i tanti: Frank Sinatra, i Ramones, i Sonic Youth, Notorious B.I.G., LL Cool J, Alicia Keys, Cindy Lauper, Norah Jones, gli Strokes, gli Interpol e pure gli immancabili Bruce Springsteen e Bob Dylan.

Un’ultima avvertenza prima d’iniziare con la lista. Potrete ascoltare i brani nella playlist pubblicata su Spotify, oppure attraverso i video che troverete di seguito. Quando si tratta di canzoni tratte da film o serie televisive, ho cercato le scene con i brani in questione. Spesso si tratta di scene finali (quindi, se non volete rovinarvi la sorpresa, saltate a pie’ pari). Sono state cercate tutte in lingua originale, per comodità e per abitudine. Vivo a New York da otto anni ed è diventato naturale ascoltare la lingua che si parla quaggiù. In alcuni casi, poi, nel doppiaggio italiano (come avviene in tutte le traduzioni) si perdono elementi importanti per comprendere la cultura popolare del luogo. Quando, per esempio, il Joey Tribbiani di “Friends” dice “How you doin’?” per rompere il ghiaccio con le donne, sta usando una delle frasi più comunemente utilizzate in America per salutare qualcuno in un contesto informale. Ma nonostante Matt Le Blanc, l’attore che interpreta Joey, sia del Massachusetts, nella serie prova (senza particolare successo) a utilizzare la tipica tonalità nasale degli italo-americani di New York. Woody Allen, nato e cresciuto a Brooklyn, ha un accento newyorchese che è proprio la somma delle parlate delle due comunità dominanti in città, e cioè gli ebrei e gli italiani. Anche il miglior doppiaggio non rende l’idea.

Adesso, finalmente, spazio alla mia colonna sonora “infinita”, proprio come quella di Nick e Norah, che incontrerete più avanti.


“IT HAD TO BE YOU”, Frank Sinatra

È possibile amare qualcuno che impiega un’ora e mezza per ordinare un panino? Se avessi l’onere di poter salvare solo una commedia romantica ambientata a New York, “When Harry Met Sally” sarebbe la prescelta. Non me ne vogliano Cary Grant, Woody Allen e tutti gli altri. Ci sono film infinitamente migliori di questo. Ma l’intesa di Meg Ryan e Billy Crystal era perfetta. Come perfetta è stata la scelta di “It had to be you” per la corsa frenetica di Harry. La scena finale è stata effettivamente girata in una grande sala da ballo qui a New York, presso il Puck Building. Ma Harry finisce la sua corsa entrando, in realtà, al Park Plaza Hotel di Los Angeles. Potenza delle produzioni hollywoodiane.
Lezione da tenere a mente: tra uomini e donne l’amicizia può… Vabbé.

“AN AFFAIR TO REMEMBER (OUR LOVE AFFAIR)”, Vic Damone

Dal momento che abbiamo citato Cary Grant e Meg Ryan nello stesso paragrafo, andiamo a scavare. Uno delle storie più romantiche mai realizzate dal cinema americano è quella di “An Affair To Remember” (Un amore splendido, 1957), con Cary Grant e Deborah Kerr. Dopo una crociera nella quale tradiscono i rispettivi partner rimasti a casa, due innamorati si danno appuntamento da lì a qualche mese sull’Empire State Building. Quando lei non si presenta, le cose si complicano… A più di trent’anni di distanza, un altro film ha reso omaggio esplicitamente a quella storia. Si tratta di “Sleepless in Seattle” (Insonnia d’amore, 1993), con Tom Hanks e Meg Ryan. In questo caso, l’appuntamento sull’Empire State Building va a buon fine, e i due protagonisti si incontrano proprio sulle note del tema musicale di “An affair to remember”. Tra il 1989 e il 1999 Meg Ryan è stata il sinonimo di commedie romantiche e New York. Dopo “When Harry Met Sally” e “Sleepless In Seattle”, Meg Ryan è stata la protagonista anche di “You’ve Got Mail” (C’è posta per te), sempre con Tom Hanks. In tutti e tre i film la mano della sceneggiatrice è stata sempre la stessa: quella della compianta Nora Ephron, che era pure regista.
La lezione da tenere a mente: ci si può innamorare di una voce e anche solo scrivendosi una mail. Siete avvertiti.

“NORTHERN SKY”, Nick Drake

Anche in questo caso una canzone che è indissolubilmente associata ad una commedia romantica ambientata a New York, e già solo per questo motivo l’ho inserita nella lista dei regali per San Valentino. “Serendipity”, per anni, ha dato luogo ad un flusso di turisti che andavano a visitare l’omonimo caffè in cui scatta la scintilla tra i due protagonisti del film.
Lezione da tenere a mente: con uno sforzo titanico che si sarebbe protratto per giorni, si poteva rintracciare una persona anche quando non c’era Google.

“WICKED GAME”, Chris Isaak

Ross e Rachel, la storia d’amore infinita delle dieci stagioni di “Friends”. 236 episodi per sapere come va a finire. Nella seconda stagione, i due riescono finalmente a passare la notte insieme. Che io sappia, nessuno degli episodi di “Friends” è mai stato registrato a New York, dove appartamenti di quelle dimensioni esistono solo nelle case dei ricchi e non di giovani costretti a condividere con altri.
Lezione da tenere a mente: i planetari possono essere posti fighissimi.

“MOON RIVER”, Andy Williams

Sex and City” ha avuto innumerevoli momenti di romanticismo puro. Alcuni da groppo in gola. Quando Samantha si ammala di cancro, e decide di radersi la testa perché sa che a breve inizierà a perdere i capelli, il suo giovane fidanzato le dimostra tutto il suo amore nella maniera più eclatante possibile: radendo pure lui quasi a zero la sua foltissima chioma. Per questa colonna sonora newyorchese ho scelto la famosa “Moon River” di Henry Mancini, sulle note della quale Carry e Mr. Big ballano nell’appartamento vuoto di quest’ultimo.
Lezioni da tenere a mente: le vecchie canzoni d’amore, come dice proprio Mr. Big, sono “classiche” non sdolcinate; e il twist può essere un ballo lento e sensuale.

“THE STORY”, Norah Jones

My Blueberry Nights” di Wong Kar-wai si potrebbe sintetizzare così: una ragazza di New York viene tradita dal suo ragazzo e un barista inglese a Manhattan glielo dice; allora lei, depressissima, mangia una fetta di torta ai mirtilli, parte per Memphis, va pure a Las Vegas e poi torna a New York. E a proposito di New York, ce n’è proprio poca, in questo film. Giusto un caffè che si trovava tra Grand Street e Thompson Street, e adesso non c’è più, come capita spesso in questa città. “My Blueberry Nights” è il classico viaggio alla ricerca di se stessi. Una storia già raccontata tante volte, come dice la canzone. Ma dentro la quale bisogna in qualche modo passare se si vuole davvero vedere la luce. Ho visto questo film e l’ho amato in un periodo di transizione che sembrava non voler mai finire.
Lezioni da tenere a mente: contro l’accento inglese di Jude Law non c’è partita; addormentarsi con la panna sulle labbra può riservare sorprese.

“A STEP YOU CAN’T TAKE BACK”, Keira Knightley

Begin Again” (tradotto in italiano in “Tutto può cambiare”) è il film da cui è tratto questo brano. Allora, cerchiamo di capirci. Qui nessuno dice che Keira Knightley meriterebbe di comparire in questa “compilescion” più di altri che ho lasciato fuori. Ma io non sarei in grado di cantare nemmeno sotto la doccia. È prima di tutto un’attrice, che cantando fa un lavoro dignitoso, punto. Poi capisco che qualcuno possa obiettare che non sappia nemmeno recitare, e che non sia Emma Thompson o Vanessa Redgrave. Però quando leggo che il regista di “Begin Again” ha sparlato di lei in almeno un paio di interviste e l’ha definita una semplice “modella” e non un’attrice, ho un sospetto. In genere, quando noi uomini siamo acidi nei confronti di una donna, vuol dire una sola cosa: ci abbiamo provato e lei ci ha mandato a stendere. Non conosco i retroscena delle riprese di questo film. Ma so che è un film godibile. E il Mark Ruffalo che inizia la giornata ascoltando demo in macchina è pure divertente. Lo consiglierei a chiunque volesse vedere una New York un po’ più recente di quella proposta da tante commedie famose. Ci sono pure scorci delle favolose case vittoriane della Brooklyn di Ditmas Park.
Lezioni da tenere a mente: dopo un tradimento subito, a volte la cosa migliore è fare le valigie e non tornare indietro; un bicchiere di scotch ti fa vedere degli arrangiamenti che levati.

“HOW TO SAY GOODBYE”, Paul Tiernan

Una canzone che parla di addii, e poi della necessità di allontanarsi e tornare a respirare, per una bellissima scena che segna l’inizio di una storia d’amore tra due ragazzi. Nick e Norah vogliono provare a lasciarsi alle spalle le loro rispettive e insignificanti relazioni, nelle quali sono entrambi bloccati da tempo. Nonostante i traduttori italiani abbiamo deciso di modificare il titolo originale aggiungendo il banale “Tutto accadde in una notte”, “Nick e Norah’s Infinite Playlist” rende chiaro fin da subito che tutta la storia ruota attorno alla musica. La notte newyorchese in cui i due ragazzi si inseguono è solo una cornice temporale di comodo, l’espediente per consentire ai nostri eroi di fare il loro viaggio di scoperta. Ma la loro evoluzione avviene attraverso la musica e lungo l’arco della musica che punteggia le loro vite (uno è l’unico eterosessuale che suona in una band orgogliosamente gay, l’altra è la figlia di un discografico). Per quello che mi riguarda, la scena di cui sopra è perfetta.
Lezione da tenere a mente: mai lasciare i microfoni aperti quando si fa l’amore in uno studio di registrazione.

“DOWNTOWN TRAIN”, Everything but the girl

Se i Millennials americani sono cresciuti con “Friends”, la Generation Z si è invece identificata in “How I Met Your Mother”. Da Ross Geller a Ted Mosby, dalla Rachel del primo alla Robin del secondo. Sono riuscito a vedere entrambe le serie, dall’inizio alla fine e in lingua originale. Nonostante sia stata girata anche lei interamente a Los Angeles, “How I met your mother” contiene molti più riferimenti geografici e di cultura popolare alla vera New York. Ma si distingue da “Friends” soprattutto perché il nostro eroe, Ted, non è mai veramente un imbranato sentimentale. È invece un entusiasta, un ottimista di natura, capace non tanto di innamorarsi perennemente quanto di offrire alla sue compagne sempre amore totale. Ted è l’uomo dei gesti eclatanti. Quello che per amore di Robin ruba il corno francese blu al ristorante. Ted organizza un “two-minute date” per Stella che non ha mai tempo, un appuntamento romantico dove letteralmente in 120 secondi prendono due volte il taxi per percorrere 50 metri, vanno al ristorante, guardano un film, prendono dolce e caffè e Ted riesce pure a comprare dei fiori (si, c’è anche il bacio). Se mai io avessi avuto una cameretta tutta mia, ci sarebbe stato spazio per un poster di Ted Mosby. A Hollywood sarà pure facile prescrivere romantiche follie, ma nemmeno nella presunta grigia Torino ce la passavamo poi così male. Alla fine, quando tutto sembrava destinato a portare il nostro eroe lontano da New York, Ted riesce ad incontrare la mamma dei suoi due figli. La ragazza dell’ombrello giallo. La canzone che fa da sfondo al loro incontro sotto la pioggia è “Downtown Train” di Tom Waits, nella versione degli Everything but the girl. Si tratta, in realtà, di una canzone triste. Ogni giorno l’uomo nella canzone vede le ragazze di Brooklyn prendere il treno per downtown. Ogni giorno nota una ragazza ma lei non lo nota mai. Ted e Tracy, nell’episodio finale, sono sulla banchina di un’ipotetica cittadina degli Hamptons, diretti a New York. Negli ultimi cinque minuti della serie, la loro storia sarà lunghissima.
Lezione da tenere a mente: si vive una volta sola…

“HEY LOVER”, LL Cool J ft. Boyz II Men

Dopo canzoni legate a film e serie televisive con ambientazione newyorchese, con “Hey Lover” di LL Cool J passiamo alle canzoni d’amore che sono state ispirate dalla città o i cui autori hanno sempre avuto un legame profondo con New York. Ho incontrato LL Cool J in un bagno di Starbucks nel dicembre 2013. Detta così, sembra una storia di sesso veloce. In realtà, è stato il momento in cui, senza saperlo, sono diventato un vero newyorchese nonostante fossi a New York da soli dieci mesi. “Hey Lover” è una canzone che dimostra quanto l’hip-hop sia deragliato negli anni. Prima del sessismo all’ennesima potenza e degli pseudo gangsta a scimmiottarsi a vicenda, era possibile una storia di sogni e rispetto. LL Cool J ha una cotta per la donna di un altro uomo, e vorrebbe portarla via da lui. La incontra ad Harlem, al Rucker dei campi da pallacanestro più famosi d’America. Fantastica di viaggi insieme in terre esotiche e di gelati alla vaniglia mangiati insieme. Alla fine decide che tutto questo deve solo rimanere una fantasia.
Lezione da tenere a mente: anche gli uomini grandi e grossi possono prendersi una cotta.

“UNDER CONTROL”, The Strokes

Qui l’unica cosa newyorchese sono gli Strokes. La canzone è invece un inno universale all’insignificante estemporaneità delle relazioni sentimentali quando siamo giovani. Amore, dobbiamo chiudere, c’è nulla che possiamo fare e non mi interessa nemmeno così tanto quello che hai da dire. Non voglio sprecare il tuo tempo e non voglio convincerti. Te lo dico con questa melodia che ti si attacca alla testa e che, personalmente, io potrei ascoltare all’infinito.
Lezione da tenere a mente: ragazze, non fidatevi, siamo fatti così.

“I WANNA BE YOUR BOYFRIEND”, Ramones

I Ramones sono New York come Coney Island, l’Empire State Building e la fetta di pizza da mangiare in strada. Qui in uno dei brani più complessi e criptici di tutta la loro discografia. “Hey, ragazzina, voglio essere il tuo fidanzato”.
Lezione da tenere a mente: anche i punk avevano il cuore tenero, nella città più pazza al mondo.

“YOU SAID SOMETHING”, PJ Harvey

All’una di notte, su un tetto di Brooklyn, guardando le luci di Manhattan. E tu hai detto qualcosa che non ho mai dimenticato. Insomma, ci sono situazioni peggiori per innamorarsi.
Lezioni da tenere a mente: Manhattan è bella da vedere ma non da starci dentro; Brooklyn è molto più figa.

“YOU DON’T KNOW MY NAME”, Alicia Keys

Nonostante la netta superiorità di Brooklyn in fatto di “coolness”, anche Manhattan ha i suoi perché. Se sei Alicia Keys puoi lavorare come cameriera in un diner di Harlem, sulla 139esima e Lenox. E tutti i mercoledì nel ristorante viene a mangiare Mos Def (che tra l’altro, oltre a fare il rapper, è pure il partner discografico di Mark Ruffalo in “Begin Again”, perché New York è un buco). E Mos prende sempre il piatto del giorno, con una cioccolata calda. Tu, che hai capito quanto lui sia l’uomo più dolce al mondo, gli metti un po’ di latte e panna, nella cioccolata, e non gliela allunghi con l’acqua come vorrebbe il tuo capo che è un ragno. Poi, un bel giorno, più sera direi, chiami Mos e gli dici che lo sai che le donne non fanno questo genere di chiamate, ma vorresti uscire, con lui. Perché quando non sei in uniforme da lavoro, fai la tua figura, fattelo dire. E potreste anche solo andare al parco lì vicino… Lezione da tenere a mente: se non noti la cameriera carina, che ti guarda con occhi languidi, sei un cretino.

“A NEW YORK LOVE STORY”, Mack Wilds

Basta il titolo, giusto? Il nostro uomo è un romantico. Vuole una storia d’amore alla Stevie Wonder. Va bene fare sesso tutta la notte, ma lui vuole fare un passo avanti nella loro relazione.
Lezione da tenere a mente: ragazza, ma dove lo trovi uno così?

“NEW YORK CITY SERENADE”, Bruce Springsteen

Una prostituta e il suo protettore, nella Manhattan grigia, decadente e ruvida degli Anni Settanta, popolata da umanità varia. Come avrebbe potuto dire Jovanotti, una ballata metropolitana un po’ jazz e un po’ rhythm and blues.
Lezione da tenere a mente: anche i reietti della società hanno un’anima.

“TIME AFTER TIME”, Cyndi Lauper

Cyndi Lauper viveva in un piccolo appartamento sulla 77esima. Una newyorchese doc, che da piccola girava col papà dalle parti del Museo di Scienze Naturali. Nella canzone c’è la memoria di quell’appartamento, ma nel video di “Time After Time” non c’è in realtà traccia di New York. Una delle canzoni più struggenti di sempre, che a me richiama alla memoria solo amori mai corrisposti ai tempi del liceo.
Lezione da tenere a mente: in amore c’è sempre chi corre e chi sta indietro, chi ha certezze e chi ha bisogno di tempo, tanto tempo; aspettare funziona solo nelle canzoni di Cyndi Lauper, fate un po’ voi.

“AUTUMN IN NEW YORK” , Ella Fitzgerald, Louis Armstrong

Non è vero che New York non sia una città romantica. La calda luce autunnale, che dai tetti di Manhattan cade lungo i canyon di acciaio delle sue strade costeggiate dai grattacieli… Come fai a non credere nella promessa di un nuovo amore? Almeno questo cantava Billie Holiday, e poi tanti altri dopo di lei, come Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.
Lezioni da tenere a mente: come fai a non innamorarti a New York? Non fidatevi di quello che ho scritto prima: New York è la città più romantica del Mondo (senza rancore, Parigi e Roma).

“FUCKING YOU TONIGHT”, Notorious B.I.G. featuring R. Kelly

Dopo tanta poesia su New York, la gloria di Brooklyn per eccellenza: la buonanima di Notorious B.I.G., con altrettanta poesia. Salta il vino e le candele, se per te va bene, stasera scopiamo. Ricordi quando giocavo tra le tue gambe e tu mi chiedevi di smettere perché sapevi dove saremmo andati a parare?
Lezione da tenere a mente: con una musica languida e romantica, puoi dire quel che cazzo ti pare.

“SUGAR KANE”, Sonic Youth

Cercavo una canzone facile facile dei Sonic Youth, anche loro un classico newyorchese come il panino col pastrami. Ti amo, Sugar Kane. Punto. Lezione da tenere a mente: se sei un rospo e ti fai baciare, puoi trasformarti in fiamma; però, prima, devi aver fumato proprio tanto tanto.

“BECAUSE THE NIGHT”, Patti Smith

Musica e parole di Bruce Springsteen da Asbury Park, voce di Patti Smith da New York. No, aspetta, in realtà Patti Smith ha pure cambiato un po’ il testo, c’è un telefono che non squilla e un amante sfuggente… Che casino.
Lezione da tenere a mente: comunque, la notte appartiene agli amanti.

“NO I IN THREESOME”, Interpol

Questa è dentro davvero solo perché mi piacciono gli Interpol e perché sono newyorchesi e perché sono incomprensibili come sempre (e ti viene nostalgia dei Ramones). Il triangolo di cui parla? Ma vai a sapere. Dice che non si parla di sesso, ma di tradimento e forse pure di mettere in piedi una famiglia.
Lezione da tenere a mente: batteristi e macellai possono condividere lo stesso video. 

“VISIONS OF JOHANNA”, Bob Dylan

Parlando di canzoni criptiche, poteva forse mancare Bob Dylan? Louise, Johanna, Little Boy Lost… Mi sono già perso pure io, anche se potrei ascoltarla all’infinito, dentro musei con Monna Lisa, e poi gioielli, e binocoli che penzolano dalla testa di un mulo. Si, forse all’inizio non può che parlarsi d’eroina, ché mica altrimenti puoi vedere tutta ‘sta roba. Comunque, pare che la canzone sia stata scritta da Dylan mentre a New York c’era il blackout, lui frequentava ancora Joan Baez ma si stava innamorando di quella che sarebbe stata la sua prima moglie, Sara.
Lezione da tenere a mente: quando snobbate il giorno di San Valentino, ricordatevi che Dylan ha registrato questa canzone il 14 febbraio 1966.

“BONITA APPLEBUM”, A Tribe Called Quest

Seno, giro vita e fianchi. La bella in questione non ha solo un seno prosperoso, ma soprattutto il fondo schiena grande (apple bum, il fondo di una mela). La qual cosa è apprezzata da ogni maschio afroamericano che si rispetti. Il gentiluomo in questione, però, a differenza della maggioranza dei suoi simili, dei suoi “fratelli”, ama anche baciarla nelle sue parti intime. Dritti dal Queens, A Tribe Called Quest.
Lezione da tenere a mente: c’è spazio per donne che prendano l’iniziativa e siano dominanti.

“PUSH IT”, Salt-N-Pepa

Chiudiamo le danze. Serve spiegare il titolo? Due mancate infermiere, una di Brooklyn e l’altra del Queens. Salt-n-Pepa, per la nostra ultima spinta d’amore.
Lezione da tenere a mente: c’è spazio per donne che prendano l’iniziativa e siano dominanti (questa l’abbiamo già detta, vero?).


Siamo arrivati al fondo. Venticinque chicche per i vostri momenti più o meno romantici, più o meno sensuali. Comunque, a San Valentino, nel mio liceo c’era solo la caccia al primino. Ormoni rubati all’agricoltura.

Baci a tutti, da New York.

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