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Gente Di New York #11 – Luis, che vende magliette di “Joker” sulla famigerata scalinata del Bronx

Dove si parla dell’incontro con un Supereroe eclettico, di un’occasione presa al volo per fare una passeggiata nel Bronx, della New York immaginaria e della Gotham che supera la fantasia dei fumetti.


Quando dico a Luis che vivo Brooklyn ma sono italiano, i suoi occhi si accendono: “ehi! Io sono stato ad Aviano!”. A quel punto, la sorpresa diventa tutta mia. Gli racconto che non ci sono mai stato, ad Aviano, e che al massimo alcuni italiani l’hanno sentita nominare per la presenza della base militare americana. Ma che per quelli come me, che erano adolescenti negli anni ‘80 e appartenenti alla microscopica minoranza dei fissati con il football americano, Aviano è un luogo storico.

QUELLA CONNESSIONE IMPROBABILE TRA AVIANO E IL BRONX, VIA TORINO

Aviano è stato il campo della prima vittoria di una squadra italiana di football americano contro una rappresentativa statunitense. Il poco invidiabile primato d’essere stati i primi a perdere contro degli italiani appartiene agli Aviano Eagles, la squadra dei militari della base. Ma la storica compagine che ha sconfitto gli americani arriva dalla mia città natale: i mitici Giaguari Torino. 19 settembre 1982, per sempre negli annali con il risultato di 8 a 6.

Ride forte, Luis, quando gli racconto tutta questa folle storia italiana di football americano. E mi racconta perché, tra tutti i luoghi possibili e immaginabili in Italia, è andato anche lui in quel semi-sconosciuto angolo di Friuli. “Mia moglie lavorava nella base militare di Aviano. Era nella Air Force. Ma sono stato anche altrove, in Italia. Sono stato a Firenze, e poi in altre città”. Giovane, Luis, ma è già un veterano della Army.

Halloween alle Joker Stairs per Luis e i suoi amici (Instagram @kingneptune_nfe)

Pure l’incontro con Luis, tra tutti i luoghi possibili e immaginabili a New York, avviene in un posto decisamente improbabile, almeno se qualcuno me lo avesse detto anche soltanto un mese fa: davanti a quella che oggi si chiama “Scalinata di Joker”, nel Bronx. Cioè… un‘ordinaria scalinata… che connette due strade in un quartiere pieno di saliscendi, un po’ come avviene a Napoli o Genova, adesso ha un nome ad hoc per le mappe di Instagram e di tutti quelli che arrivano sin qui per le foto di rito: “Joker Stairs”, dal titolo del recente film con Joaquin Phoenix. 

Luis è al fondo della scalinata e vende ai turisti magliette con la stampa della scena più famosa del film, girata proprio quaggiù. Anche chi non è ancora andato al cinema a vedere la danza di “Joker” può riconoscere questa scalinata, perché appare con il protagonista nell‘onnipresente manifesto del film. E quel Joker non nasce mica dal nulla, nel vuoto cosmico. È il nemico storico di Batman, il supereroe senza superpoteri di Gotham City. Gente, qui andiamo a parlare di roba seria. Mettevi comodi.

BENVENUTI A GOTHAM CITY

Sebbene le mappe dei Supereroi a fumetti collochino l’immaginaria ”Gotham City” nella punta sud del New Jersey, New York City si è sempre considerata la ”Gotham” di Batman. Certo, le sue architetture possono anche ricordare Chicago. E a Chicago sono effettivamente stati girati film come il “Batman Begins” del 2005 e poi il suo seguito, il “The Dark Knight” del 2008. Ma anche nell’Atlante dell’Universo DC la descrizione di Gotham City, con la sua Bowery, Chinatown e East River, ricorda decisamente più New York che Chicago.

Batman e Joker (e pure Robin, certo)

Se “Universo DC” vi ha prima di tutto fatto tornare alla mente Fanfani, Donat-Cattin o Forlani, allora siete davvero conciati male pure voi. Se invece avete subito visualizzato Superman, Wonder Woman e lo stesso Batman, siete ugualmente anziani ma state pur sempre evolvendo secondo forme di vita riconoscibili da altri esseri umani italici. DC è la casa editrice che per decenni ha pubblicato le storie di centinaia di supereroi e dei loro antagonisti criminali.

New York City ha diversi soprannomi. Ci sono quelli che i newyorchesi non usano, e odiano discretamente, ma che tutti al mondo conoscono: tipo “The Big Apple” (La Grande Mela, il frutto più diffuso nello Stato di New York). Abbastanza noto oltre la cinta daziaria è pure “The City That Never Sleeps” (La Città Che Non Dorme Mai). Ma il nomignolo che tanti qui in città apprezzano è proprio “Gotham”. Quasi tutti pensano che derivi propria dalla città di Batman. Periodicamente i giornali locali, e ora anche svariati bloggers, ci ricordano invece le vere origini del nome.

Era il 1807 quando “Gotham” è stato usato per la prima volta con riferimento a New York da Washington Irving nella rivista “Salmangundi”. Conosciuto per “La leggenda di Sleepy Hollow”, e poi ancora diplomatico e saggista (che abbiamo già incontrato in un altro post, parlando dei contorti legami tra Babbo Natale e New York), Irving aveva in mente il piccolo villaggio inglese di Gotham, nel Nottinghamshire. 

La leggenda racconta che King John avesse in programma una visita nel villaggio di Gotham ma che il suo arrivo avrebbe creato fastidi agli abitanti. Così i saggi del villaggio si finsero finti stupidi di fronte agli emissari del Re, e King John desistette dall‘idea d‘attraversare il loro territorio. Poiché Washington Irving era noto per la sua storia satirica di New York, è probabile che abbia usato il nome Gotham per prendere in giro causticamente la reale stupidità dei suoi contemporanei. Ma è altrettanto probabile che i newyorchesi dell’epoca abbiano invece sposato la versione più benevola e leggendaria dei finti folli ma altrimenti saggi.

Da Gotham a Gotham City

Come si è arrivati dalla newyorchese “Gotham” di Washington Irving alla “Gotham City” di Batman? La storia del legame è narrata dallo scrittore e illustratore di fumetti Jim Steranko, nella sua “The Steranko History of Comics”. E si tratta di un legame assolutamente casuale.

Bill Finger, coautore di Batman insieme a Bob Kane, racconta che originariamente la città avrebbe dovuto chiamarsi Civic City. Furono poi provati anche Capital City e Coastal City, ma nessuno dei nomi risultò convincente. Per puro caso, sfogliando l‘elenco telefonico, l‘occhio di Finger cadde su “Gotham Jewelers”. È a quel punto che venne scelto il nome “Gotham City”: perché New York era già conosciuta come “Gotham” ma gli autori volevano che chiunque, e in una qualunque altra città, potesse identificarsi con le storie di Batman.

La maggior parte dei quartieri immaginari di “Gotham City” ha nomi che non sono riconducibili a quelli dei quartieri reali di New York. Ma le descrizioni ricordano aree che potrebbe essere ovunque in città. Non solo Manhattan, ma anche Brooklyn, Queens e lo stesso Bronx. Il quartiere Coventry di Gotham City, ospitando lo zoo, potrebbe tranquillamente essere l’omologo della vasta area centrale del Bronx. Ma la contemporanea presenza, nello stesso Coventry, del più antico monastero del Nord America lo fa invece assomigliare a Fort George, quartiere reale che si trova poco più a sud, a Manhattan.

Il legame tra Batman, Gotham City e il Bronx è comunque più profondo e va al di là della topografia immaginaria. Bob Kane e Bill Finger, gli autori del fumetto, hanno trascorso entrambi la loro adolescenza nel Bronx, e nel Bronx si sono diplomati, alla DeWitt Clinton High School.

Adesso torniamo alle “Joker Stairs” o “Joker’s Stairway” o come diavolo vogliono chiamarle gli utenti di Google Maps.

TURISMO E “GENTRIFICATION”, CHE NEMMENO I SUPEREROI POSSONO FERMARE

Prima di avvicinare Luis, mi fermo ad ascoltarlo. Sta discutendo con un altro ragazzo, anche lui del quartiere. Luis riceve i complimenti per l’idea di vendere le magliette ai turisti e pure una mezza proposta di fare business insieme: “tu quaggiù, io mi metto lassù… Man!! Qui spacchiamo”, gli dice un tizio vestito nella tipica uniforme newyorchese, e cioè completamente in nero dalla testa ai piedi.

In effetti, io sono arrivato dall’estremità superiore della famosa scalinata e non c’era nessuno ad accogliermi. I gradini sono anche ripidi, devi fare una certa attenzione quando scendi. Soprattutto se la pioggia ha smesso da poco. 

Immagino già la risposta, ma chiedo lo stesso ad entrambi se anche loro, come altri abitanti della zona, sono infastiditi dalla presenza dei turisti che arrivano qui solo per mettersi in posa come il Joker del film e fotografarsi sulle scale.

“No, man!”, rispondono quasi in coro. Ho anche spiegato che io, con i turisti, ci lavoro. “Tu puoi capire, allora”, riprende Luis. “Questo è il Bronx, man, questa è New York City, tu la conosci. La gente viene quaggiù solo per andare allo stadio”. Si riferisce allo Stadio degli Yankees, la squadra di baseball più famosa della città, che si trova a qualche isolato da qui. “Vanno solo a vedere la partita e poi ritornano a casa, non si fermano. I turisti vanno a Times Square, giusto? Sono contento se adesso, per il film, vengono anche qui. Abbiamo paura della gentrification, noi, non di chi viene a fare una fotografia”.

Bronx, Yankee Stadium
Yankee Stadium, stadio della squadra di baseball dei New York Yankees: la metà più famosa del Bronx (prima che arrivasse Joker)

Quando parla di gentrification, Luis parla di un problema reale, sentito da tanti newyorchesi. Anche dai fortunati come il sottoscritto che hanno sempre il timore d’essere cacciati di casa perché il proprietario decide di affittare a chi è ancora più fortunato e benestante. Questo il vero mal di testa di vivere in un Paese dove il mercato non fa sconti, men che meno quando l’economia tira.

Per gentrification si intende quel fenomeno di rinnovamento o risanamento di aree cittadine e quartieri in declino, spesso originariamente abitati da ceti popolari. Quando in queste zone aprono nuove attività economiche, come ristoranti o bar di tendenza, e quando si costruiscono nuove abitazioni o si ristrutturano le vecchie, nei quartieri arrivano famiglie più ricche, in grado di pagare affitti più alti. I vecchi residenti sono così costretti a lasciare le loro case. ”È questa la vera paura”, ripete Luis. ”La gentrification. Lo sai che intendo, vero? Che succede se la gente non riesce più a stare dietro agli affitti che aumentano?”.

Quando invece parla dei turisti di Instagram pazzi per Joker, non tutti, qui ad Highbridge, sono tolleranti e lungimiranti come Luis.

LA SCALINATA DI JOKER, AD HIGHBRIDGE

Prima dell’uscita di “Joker” nelle sale, il quartiere era invisibile per molti newyorchesi. Normale in una città con otto milioni e mezzo di abitanti sparsi in oltre 150 quartieri. Highbridge prende il suo nome dall’omonimo ponte pedonale, High Bridge, che collega il Bronx a Manhattan. Chiuso dagli Anni ‘70, dopo una lunga ristrutturazione il ponte è stato riaperto nel 2015, portando con se un minimo di notorietà legata al taglio del nastro il giorno dell’inaugurazione.

Highbridge, Bronx
Quartiere Highbridge, nel Bronx

Highbridge è un quartiere popolare. Prima degli Anni ’60, e dell’esodo dei bianchi nella provincia benestante che si è creata attorno a New York, Highbridge era un quartiere dove gli americani d’origine irlandese erano la maggioranza. Adesso è abitato prevalentemente da portoricani, dominicani e afroamericani. Sono tante, quaggiù, le persone che vivono sotto la soglia federale di povertà. Quando anche questo non significa automaticamente povertà estrema, perché esistono forme diffuse di assistenza sociale e sanitaria, le risorse economiche della zona sono sicuramente inferiori a quelle di altri quartieri nello stesso Bronx. La disoccupazione, ad Highbridge, è al 12%.

A New York si girano decine di film e serie televisive ogni settimana. Manhattan e Brooklyn sono i set più privilegiati. Ma tra spot pubblicitari, produzioni indipendenti, eventi sportivi o episodi di cronaca, si possono trovare telecamere un po’ ovunque, anche nel Bronx. I veri disagi arrivano con la popolarità, che non tutti apprezzano. 

Anche per Google Maps sono le “Joker Stairs”, e una “destinazione religiosa”

A inizio ottobre, quando il film “Joker” è uscito nelle sale americane, su blog e giornali vari sono apparsi articoli relativi ai luoghi delle scene girate in esterno. Un po’ alla volta i fans sono arrivati alla scalinata di Highbridge. Fino a diventare una vera e propria ondata: dai semplici curiosi con il desiderio di un selfie ai fanatici camuffati da Joker e pronti a rifare la scena del poster. Sono bastati pochi giorni perché alle cronache sugli “instagrammers” si sostituissero quelle dei residenti infastiditi dalla loro presenza. Sui muri dei palazzi adiacenti le famose scale, adesso appaiono scritte che pur non essendo volgari non sono di benvenuto per chi arriva da fuori con l’unico intento di ritrovare la scena di un film.

Quelle che in tanti ora conoscono solo come “Scale di Joker”, su W 167th Street, sono in realtà un passaggio vitale per chi abita nel quartiere. Il dislivello stradale tra Anderson Avenue e Shakespeare Avenue, simile a tanti altri nella zona, può essere affrontato in macchina facendo una lunga deviazione. Ma per i pedoni c’è solo un modo per andare da una avenue all’altra. Cioè la famosa scalinata immortalata da Joker.

TURISTI DA CINEMA, TRA MALEDIZIONE E BENEDIZIONE

Il turismo cinematografico, quello degli spettatori che vogliono rivedere i luoghi di scene famose, non è certo una novità a New York, come non lo è a Roma o Parigi. Non è una novità nemmeno l’intolleranza di chi vive nei pressi di questi luoghi. Un’intolleranza che a volte è pure giustificata: quando tra i curiosi viene meno il rispetto minimo per chi, in un determinato luogo famoso, ci vive tutti i giorni. Venendo in quest’angolo del Bronx, c’è però dell’altro.

Anche la Guida Inutile New York voleva la foto con le “Joker Stairs”

I turisti cinematografici, molto spesso, sono poveri mortali come la maggior parte di noi. Sbavano di fronte a ville o appartamenti in quartieri benestanti. I residenti di queste aree sviluppano velocemente un senso d’insofferenza verso noi plebaglia sognante. E noi li consideriamo dei maledetti snob, che vogliono vivere nei loro castelli senza darci almeno la possibilità di sbirciare le inferriate. 

Ancora oggi, nel West Village, ci sono gruppi di turisti che vanno all’angolo tra Bedford Street e Grove Street per vedere l’appartamento di “Friends”. E poco importa se sia immaginario e la serie sia stata girata quasi interamente negli studios californiani. Gli abitanti progressisti e bohémienne di quell’isolato del Village non arrivano forse ai livelli di intolleranza del ristoratore che ha il suo locale nello stesso palazzo. Però non amano chi si ferma in mezzo al marciapiede, o addirittura in strada, per fotografare con il naso all’insù.

La scalinata di Highbridge è adesso presa d’assalto da fanatici simili. Ma questi turisti sono ancora più mordi e fuggi di quelli che magari, nel Village di “Friends”, si fermano almeno per bere un caffè o cercare qualche boutique vista in “Sex and the City”.

Quando canta con i suoi NFE, Luis si fa chiamare KingNepyune (foto Instagram @kingneptune_nfe)

I cacciatori da Instagram delle “Joker Stairs” mai e poi mai metterebbero piede nel Bronx, se non per le scale. E pare che tra questi turisti, nei giorni passati, qualcuno abbia davvero creduto che gli abitanti di Highbridge avrebbero potuto derubarli (perché hanno letto simili fesserie in rete, riprese poi anche da alcuni pseudo giornalisti). I turisti di Joker, pur avendo soldi da spendere, non lasciano un dollaro al quartiere. In questo panorama di umana meschinità, ci voleva davvero poco perché molti residenti iniziassero a vederli come degli invasori, irrispettosi della vera identità del Bronx. Poco importa se ognuno, adesso, rimane incastrato nei propri pregiudizi. 

Forse quella di Luis, che vede un’opportunità nei turisti di Joker, non è una voce isolata. Anche se al momento sembrano prevalere, almeno sui social media e blog del Bronx, le voci di chi vorrebbe veder finire alla svelta questo andirivieni di improvvisati pagliacci e voyeur. Luis è sicuramente una persona pratica. Canta hip-hop e aiuta degli amici a girare una serie ambientata nel Bronx (che si può vedere su YouTube). Ma ha anche una moglie e una bambina piccola. E se le scale di Joker possono portare un po’ di dollari a casa, vendendo magliette come souvenir, ben venga. A modo suo, è un supereroe pure Luis.

“JOKER”, IL FILM CHE NON PUOI NON…

Sono arrivato quaggiù spinto anch’io dalla curiosità per Joker. Non è in realtà la prima volta che faccio una passeggiata ad Highbridge. Ma oggi ho approfittato un po’ più a lungo del fatto che mi trovassi non così distante dal quartiere. 

High Bridge, il ponte che collega Manhattan al Bronx, visto da Washington Heights

Quando parliamo di famiglia, e di necessità per chiunque di far quadrare le proprie spese, racconto a Luis che un’ora prima mi trovavo dall’altra parte del ponte, a Manhattan. Perché a Washington Heights, a 20 km di metropolitana da casa mia, c’è la Columbia Dental, clinica universitaria dove puoi farti sistemare la bocca senza mandare in bancarotta l’economia domestica. Ride di gusto quando glielo dico (ragazzi, a New York the struggle is real per tutti).

Non ho visto “Joker”. Non so se sia un “non l’ho ancora visto” oppure un “non lo vedrò mai”. La verità è che forse non sono più interessato a questo genere di film (se solo sapessi di che genere stiamo parlando). 

Per settimane, dopo la premiere a Venezia e prima della sua uscita negli Stati Uniti, i giornali americani hanno parlato di “Joker”, e delle sue possibili influenze negative su soggetti inclini alla violenza. I giornalisti si sono chiesti perché mai la famosa scena della danza sulla scalinata dovesse utilizzare, come colonna sonora, il brano (Rock and Roll Part 2) di un cantante inglese condannato a 16 anni per pedofilia. Banale marketing, maybe?

Quando ho intravisto le critiche, dal New York Times al Guardian, passando per il New Yorker e la radio pubblica NPR, e ho notato che avevano tutte titoli negativi, ho provato ad evitarle, cercando di ridurre al minimo il pregiudizio che si era ormai insinuato nella mia testa. Mi sono concentrato sulle reazioni entusiaste di tanti amici italiani su Facebook, innamorati di Joaquin Phoenix. Pare invece che gli amici americani vadano sempre meno al cinema e che al momento, su Netflix, non ci sia nulla per cui valga la pena di inondare Facebook.

Il manifesto per l’uscita di “Joker” nei cinema americani

Ho cercato ”Joker” in rete, e ho iniziato a guardare i primi dieci o quindici minuti del film. Devo ammettere che già solo la scena iniziale, in quella che assomiglia alla vecchia area di Times Square (dice ricreata in una città del New Jersey), mi ha fatto passare la voglia d’andare oltre. Saranno stati i giovinastri che prendono a cartellonate il nostro protagonista, o le smorfie al bambino sull’autobus, non lo so. Magari “Joker” è un film strabiliante, nonostante le malignità dei critici americani. So solo che in questo periodo non fa per me, non mi attira.

Approfittando comunque dell’uscita del film, sono andato invece a leggermi il fumetto di Batman da cui trae spunto la sceneggiatura, “The Killing Joke”. Quando uscì, nel 1988, Joker era già ben conosciuto da quasi cinquant’anni , era il nemico numero uno di Batman. Ma in quel particolare episodio si racconta, con dei flashback, la storia delle origini di Joker. Un attore comico incapace di far ridere, con una moglie incinta e senza lavoro. Dramma e violenza per pagine e pagine. Con Batman, che per l’ennesima volta, non uccide Joker. Perché Batman e Joker non possono morire, e c’è pure chi ci ha scritto sopra delle tesi all’università.

IL BRONX VALE PIÙ D’UNA TOCCATA E FUGA

Avendo vissuto più di quarant’anni della mia vita in una città non proprio grande, ho sempre pensato che vagare e andare sempre per i soliti posti, senza esplorare i quartieri meno centrali di Torino, fosse un crimine. Pensavo ancor di più la stessa cosa anche quando ho avuto la fortuna di vivere, a intermittenza, per un paio d’anni a Roma. Com’è possibile, mi chiedevo, che i romani non si muovano mai dal proprio quartiere? Ingenuo me. 

The Bronx, 161 Street Station, Yankee Stadium
The Bronx, 161 Street Station, la fermata dello Yankee Stadium

Sono bastati sei anni e mezzo di vita newyorchese per farmi rinsavire. Dopo un’intera giornata passata fuori, è difficile che nel fine settimana (e tanto meno la sera, se hai famiglia) ti venga la voglia di sobbarcarti chilometri in metropolitana per andare a vedere qualcosa di nuovo. Magari il primo anno quaggiù dici cose tipo: “ehi, dovremmo andare in quella tavola calda portoricana nel Bronx dove è stato pure Anthony Bourdain!”. Poi i tuoi obiettivi si ridimensionano. Il ristorante indonesiano a sei isolati da casa ti sembra già un’avventura. Il pub a un isolato diventa la meta.

Solo per questa ragionevole pigrizia il Bronx non è un’area dove metto piede spesso. Ed è davvero un peccato. Effettivamente, posti come 188 Bakery Cuchifritos (su E 188th Street quasi angolo con il Grand Councorse, segnatevelo) valgono più di una sola gita. Il problema per me è che se voglio del maiale fritto lo posso trovare nella grande area latinoamericana di Sunset Park a Brooklyn, a venti minuti di passeggiata da casa mia. 

Anche la grande Little Italy di Arthur Avenue vale il viaggio. Per il mercato coperto o le sue pasticcerie (Egidio Pastry, E 187th Street e Hughes Avenue) o per mangiare braciole di maiale al sugo in un ristorante che al suo interno cerca anche di replicare la piazza di una qualunque cittadina del salernitano, con tanto di manifesti elettorali (Zero Otto Nove, 2357 Arthur Avenue). Il guaio, anche in questo caso, è che se voglio qualcosa di italiano rimango a Brooklyn e vado a Bensonhurst.

Per chi viene a New York sotto Natale, e ha bambini al seguito, una gita nel Bronx dovrebbe essere sempre contemplata. Perché al New York Botanical Garden c’è “The Holiday Train Show”, un’esibizione spettacolare di grandi modelli di treni che viaggiano tra piante e gallerie o viadotti costruiti per lasciare a bocca aperta.

E 167th Street, Highbridge, Bronx
E 167th Street, con la fermata della metropolitana di Highbridge

Ovviamente, per chi ha amato il “Joker” di Joaquin Phoenix, adesso si imporrebbe anche una visita alla famosa scalinata. Fate voi. Si arriva facilmente, quaggiù. Con la metropolitana B, D e 4, scendendo alla fermata 167th Street. Davanti alle “Joker Stairs”, provate a cercare Luis con le sue magliette. E chiamatelo Luigi. Lo farete contento di sicuro.

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