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1969-2019, DA STONEWALL ALLA NEW YORK DELL’ORGOGLIO LGBTQ

Mafiosi, alcol, ricatti, giovani di strada e pure obbligazioni al portatore. Nella storia leggendaria dei moti di Stonewall c’è di tutto. E poteva capitare solo a New York.


Siamo già ad agosto. Mortacci, come direbbe una mia cara amica torinese ormai perfettamente a suo agio a Roma (e ci mancherebbe). A luglio, come di consueto, la Guida Inutile New York, ha trasferito armi e famiglia in South Florida, incurante della stagione degli uragani e dei cambiamenti urbanistici che rendono ancora più asfissiante l’aria di Miami, appena appena alleggerita dai frequenti e quasi giornalieri temporali tropicali. A  luglio, prima di dare a New York l’arrivederci a settembre, la vostra Guida ha deciso di volgere l’ultimo sguardo a giugno (e spolverare il passaporto in attesa di imbarcarsi per l’Italia). Questo paragrafo iniziale dovrebbe aver messo in chiaro una cosa: non solo riesce a parlare in terza persona, ma la Guida Inutile conosce pure i mesi. Come direbbe sempre la mia amica a Roma: ammazzate, oh.

GIUGNO, COL BENE CHE TI VOGLIO  (RICCARDO DEL TURCO NON ME NE VORRÀ)

Giugno è il “Pride Month”, il mese dell’orgoglio. Gli abitanti di New York, ovviamente, hanno millemila ragioni per essere orgogliosi durante tutto l’anno. Questa è pur sempre la metropoli che si auto-definisce “The Greatest City In The World”. Attenti, miei cari. Non “The Largest”, pensando magari alla vastità del territorio o ai milioni di persone che la abitano. No, no, no, no, no, no, no. New York è “The Greatest”, la Numero Uno, la Migliore, la Più GRANDE con tutte le maiuscole possibili, Quella Che Non Ce N’è Per Nessuno. La modestia abbonda, a queste latitudini.

Christopher Park, davanti allo Stonewall Inn, New York City, 27 Giugno 2019

Ma a parte l’orgoglio di far parte di questo blob di città, quello di giugno va oltre le cinte daziarie. È un orgoglio celebrato in tutto il Mondo ed è quello di tutti coloro che si sentono parte della grande comunità LGBT. Meglio ancora, LGBTQIA+. Almeno sino a quando non verrà sostituito da un acronimo ancora più comprensivo e pure più difficile da pronunciare. Memorizzarlo? Auguri.

Premessa rigorosa, altrimenti nota come “mettere le mani avanti”. Questo post parlerà un po’ della storia della New York LGBTQ, dei moti di Stonewall del 1969 (anche se molti, quaggiù, preferiscono parlare di “rivolta”) e un po’ della Pride Parade 2019, che come ogni anno si è tenuta l’ultimo fine settimana di giugno. Una guida seria avrebbe scritto questo post almeno due settimane prima dell’evento, a metà giugno, per darvi informazioni su come godere della città nei giorni del Pride e come celebrare degnamente il 50º anniversario della rivolta di Stonewall. Ma questa è una Guida di New York che si dichiara Inutile, non dimenticatevelo. E poi non ha la pretesa di spiegare l’universo LGBTQ, nemmeno solo quello di questa città (e non tanto perché chi scrive è un  ordinario eterosessuale). Per cui, se siete finiti qua sopra con la curiosità d’esplorare il vasto mondo della sessualità, rimarrete delusi. Se vi riconoscete nella comunità LGBTQIA+, e leggendo trovate errori madornali, per favore scrivete un commento qui sotto e io rettificherò. E se qualcuno, invece, vedrà urtata la sua sensibilità dal tono del post, non so davvero che dirvi. Per i più curiosi, più avanti riporto una specie di bibliografia, con i titoli che mi hanno fatto da guida (le guide, anche quelle inutili, amano altre guide, soprattutto se utili).

ELLE-GI-BI-TI-QU-I-A-PIÙ O MENO

Allora, partiamo dall’acronimo LGBTQIA+ e cerchiamo di capire che significa. Sta per lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer, intersessuali, aromantici/asessuali più tutte le altre possibili identità che non sono eterosessuali e/o cisgender (quest’ultimo termine indica coloro la cui identità sessuale coincide con il genere sessuale attribuito alla nascita, ed è una definizione importante: perché una volta dato il sesso di nascita, ci si può ugualmente riconoscere in esso oppure no).

Stonewall Inn, New York City, 27 Giugno 2019

Adesso almeno la metà di voi ne sa quanto prima. Siete giustificati. Se siete maschi eterosessuali tra i quaranta e i cinquanta anni, a prescindere dal vostro orientamento sessuale, siete cresciuti pure voi a base di insulti come frocio, finocchio, ricchione, checca. Quindi una certa dimestichezza con la definizione più sofisticata di omosessualità ce l’avete. Insomma, almeno chi sono i gay lo sapete, perché non c’è vostro amico che non vi abbia ricordato più e più volte che siete degli omosessuali latenti. Stessa conoscenza approfondita se siete femmine nella medesima fascia d’eta, e con il vantaggio che avete sempre saputo quali vostri amici fossero effettivamente gay, e avete offerto loro spalle, orecchie e amore materno. Se siete dei giovani tra i venti e i trenta, invece, non so che dirvi.

Quanto alla definizione di lesbica, gli uomini di cui sopra rimpiangono solo che internet non fosse a portata di tutti già negli Anni ‘70. Perché il porno, con la sua autorevolezza accademica, ci ha spiegato una volta per tutte che le femmine, sotto sotto, son tutte lesbiche. E queste stesse femmine, dopo averci solleticato le fantasie più morbose facendo l’amore tra di loro, poi vengono a chiedere il nostro aiuto per la redenzione. Chi siamo, noi maschi alfa, per dire no a una scopata a tre, soprattutto se volta a curare perniciose devianze? La sensibilità delle donne eterosessuali è invece tale che, alla consapevolezza di cosa sia l’amore lesbico anche senza aver fatto il Liceo Classico o essersi formate su YouPorn, si associa pure un’innata incapacità di insultare altre donne sulla base di inclinazioni sessuali presunte. Il nomignolo “lella” perde il confronto anche solo davanti al banale “ricchione”.

Se di fonte a LGBTQIA+ abbiamo quindi una certa idea sulle prime due lettere, lesbiche e gay, anche senza averne nelle cerchie di amici e familiari (cosa valida statisticamente soprattutto se viviamo in una caverna dell’altopiano del Carso), stessa cosa non si può dire per le altre lettere. Bisessuali? Mica così chiaro… Intersessuali? Asessuali o a-romantici? Buio pesto. E non va molto meglio nemmeno con la T di transessuali: uomini che sono donne e donne che sono uomini? In realtà, nel caso dei trans c’è davvero pochissimo da scherzare, pensando alle peggiori discriminazioni e violenze che spesso i trans subiscono, anche a causa dell’ignoranza diffusa e generalizzata sulla loro identità sessuale.

Una Regina nel Village, New York City, 30 Giugno 2019

Potrebbe venirci in aiuto la Q di queer. È quello che in inglese si definisce un “umbrella term”, un termine ombrello, una definizione molto generica sotto la quale possono entrare tante situazioni diverse. E così queer può comprendere tutte le identità sessuali e di genere che non rientrano in quello che la maggioranza della società considera la regola, e cioè l’eterosessualità e la distinzione netta tra uomini e donne così come determinata alla nascita. Il problema è che nel mondo anglosassone, per un secolo, il termine queer è stato utilizzato come un insulto. Ha perso la semplice connotazione di strano, non convenzionale, eccentrico ed è diventato una parolaccia al pari di finocchio. Solo recentemente, nella comunità LGBT, tanti hanno iniziato a reclamare la possibilità di usare la parola queer. Per mia semplicità, da qui in poi proverò ad usare l’acronimo LGBTQ.

Ciò che conta (e non dovremmo nemmeno più ripetercelo, perché dovrebbe essere scontato) è che stiamo parlando di persone. In fondo, siamo tutti un po’ strani e diversi gli uni dagli altri. L’idea che per rappresentare chi siamo esistano delle categorie ben definite, dal punto di vista empirico, è abbastanza una coglionata. Fino a quando, poi, un asteroide non ci annienterà o il riscaldamento globale diventerà più insopportabile e invivibile della Miami d’estate, c’è spazio per tutti. E alla fin fine, è solo di amore che parliamo. Ognuno è libero di amare chi vuole. Semplice, no? Se non lo capite, non so che dirvi.

PICCOLA PAUSA BIBLIOTECA

Prima di proseguire, diamo a Cesare quel che gli spetta. Tanti i documenti e i libri da cui ho preso ispirazione. Da “Making Gay History” di Eric Marcus a “The ABC’s of LGBT+” di Ashley Mardell, passando per le mappa dei luoghi di interesse storico della New York gay edita da OLGAD (l’organizzazione degli architetti e designer gay e lesbiche). E ancora: “LGBTQ America” edito da Megan Springate, “In a New Century, Essays on Queer History, Politics, and Community Life” di John D’Emilio, “A Queer History of the United States” di Michael Bronski, “Victory, The Triumphant Gay Revolution” di Linda Hirshman, “Has The Gay Revolution Failed?” di Martin Duberman, “Global Encyclopedia of Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, and Queer (LGBTQ) History” della casa editrice Gale, “Movements and Memory: The Making of the Stonewall Myth” di Elizabeth Armstrong e Suzanna Crage. Non contento, ho sbirciato pure libri sulla vita di J. Edgar Hoover, il più famoso direttore che l’FBI abbia mai avuto, e tomi sulle famiglie dei mammasantissima d’America.

Ma il libro a cui devo la maggior parte delle informazioni e degli spunti per andare a cercare altre fonti è “Stonewall, The Riots That Sparked The Gay Revolution” di David Carter. Come tanti altri, anch’io ho attinto a pienissime mani dal lavoro di Carter, unanimemente considerato fondamentale per capire tutto ciò che ruota e ha ruotato attorno ai fatti di Stonewall. Gratitudine sempiterna a tutti gli autori citati.

E ora, back to New York.

“I FAVOLOSI ANNI SESSANTA”, A MENO DI NON ESSERE STATI GAY

Stonewall Inn, Greenwich Village, giugno 1969. Lo Stonewall è il locale gay dove tutto ha avuto inizio. Almeno nella mitologia che va per la maggiore, e che in fondo potremmo a grandi linee perpetuare pure noi, perché sostenere battaglie sacrosante senza miti fondativi è dura, ragazzi belli. Stonewall, per una volta tanto, è il luogo dove anche noi italiani possiamo gonfiarci il petto e andare orgogliosi. Perché se non era per noi italiani, col cappero che potevano bere i ricchion… Ops! Vedi quanto sono duri a morire i pregiudizi? Vedi come le peggiori idee, magari veicolate da innocenti barzellette, canzoni, commedie e tutto quello che fa cultura pop, si insinuano nel flusso dei pensieri e non ti lasciano più? Per questo proviamo ad educare chi viene dopo di noi e speriamo di aiutarli a non fare i nostri errori. Se vi credete migliori, se pensate di non essere cresciuti in questa cultura sessista e maschilista, anche in questo caso non so che dirvi. No, aspetta, lo so: ve la state raccontando grossa, contenti voi.

La permanente è uno schianto, Sixth Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

Allora, lo Stonewall Inn era uno dei tanti locali gay che punteggiavano la New York degli Anni Sessanta. Bar, caffè, ristoranti, bagni, club. Ne esistevano decine e decine e decine (si, tre volte), e vi trovavano rifugio le migliaia di gay, trans e lesbiche che vivevano in città. Il Greenwich Village di New York, per loro, era diventato un luogo relativamente sicuro, soprattutto per chi arrivava da città più piccole o dalle campagne. A New York nessuno si interessava della vita altrui, si poteva passare quasi inosservati, provare a condurre una doppia vita. Ma non era rose e fiori nemmeno nella grande metropoli. Non esistevano leggi a tutela delle discriminazioni, che erano ovunque, soprattutto in tema di diritto al lavoro o alla casa. Ed era molto concreto il rischio d’essere arrestati per comportamenti ritenuti contrari alla morale dominante.

Quando pensiamo all’America degli Anni Sessanta, vengono alla mente le marce per il riconoscimento dei diritti civili degli Afroamericani, i sit-in studenteschi, i figli dei fiori o i movimenti pacifisti contro la guerra in Vietnam. Chi ha una visione meno romantica, e un po’ più militante, pensa al Black Power o alle ribellioni dei nativi americani o agli scontri urbani e alla Guardia Nazionale chiamata a reprimerli, da Los Angeles a Detroit, da Cleveland a Newark. In questo Eden di cambiamenti radicali e ideali di giustizia sociale, non c’era molto spazio per omosessuali e lesbiche. L’attivismo LGBTQ (che nemmeno si chiamava davvero così) era ancora agli inizi e molto timido nei suoi obiettivi, soprattutto se messo a confronto coi proclami rivoluzionari dell’epoca. La Mattachine Society, fondata a Los Angeles nel 1950, e una delle primissime organizzazioni per la difesa degli omosessuali, aveva ben chiari i limiti del contesto sociale in cui si trovava ad operare. Per questo dichiarava che prima di poter arrivare ad un’azione politica per il riconoscimento dei propri diritti, gli omosessuali avrebbero dovuto perseguire due obiettivi basilari: unirsi, uscendo dall’isolamento di vite vissute lontano dai propri simili, e poi sviluppare un’etica culturale omosessuale, al pari di quanto realizzato da altre minoranze discriminate. 

Sixth Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

Negli Anni Sessanta, sebbene non fosse illecito il fatto in se e per se d’essere omosessuali, in pratica l’omosessualità era condannata e repressa legalmente. Salvo che in Illinois, ancora alla fine del decennio della ribellione sociale per eccellenza, in tutti gli Stati Uniti esistevano infatti leggi contro la sodomia. Due uomini sorpresi nell’atto di fare sesso insieme, potevano rischiare da una semplice multa sino a 20 anni di prigione. New York, che era uno degli Stati relativamente più progressisti (!!!), aveva introdotto nel 1950 una legge che riduceva a soli sei mesi la pena per sodomia, considerandola un reato minore. Ma questa concessione di facciata non aveva certo cambiato la sostanza. Una pratica comune della polizia era quella di infiltrare agenti in borghese nei locali frequentati da omosessuali. Questi poliziotti avevano il compito di attirare gli uomini, sedurli e poi arrestarli per comportamenti osceni. Ogni anno erano migliaia le persone che a New York cadevano in queste trappole, tese apposta per incastrare quante più persone possibili. 

SODOMIA E BUROCRAZIA

Questa tattica, conosciuta come “entrapment”, era adottata per cancellare la visibilità degli omosessuali soprattutto sotto elezioni o in occasione di grandi eventi a New York, come le due esposizioni universali (World Fair) del 1964-65. Con lo stesso obiettivo, il Sindaco e il Capo della Polizia organizzavano periodiche retate nei tanti gay bar del Village. Ma se “entrapment” e prendere di mira i gay bar non erano abbastanza, la polizia e le autorità newyorchesi usavano un sistema ancora più subdolo per reprimere e marginalizzare gli omosessuali: gli astrusi regolamenti sulla somministrazione di alcolici. Per capire, bisogna fare un passo ancora più indietro e tornare a settanta anni fa. Lo sbarco sulla Luna e la rivolta di Stonewall non sono le uniche ricorrenze storiche ultra-decennali del 2019.

World Pride 2019, Sixth Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

Nel novembre 1919 veniva approvato il National Prohibition Act, cioè la legge che proibiva la produzione e vendita di bevande alcoliche negli Stati Uniti (per la gioia di Al Capone e dei suoi compari mafiosi sparsi in tutta America, che da quel momento in poi verranno definiti “criminalità organizzata”). Quattordici anni dopo, nel 1933, il proibizionismo veniva accantonato da Franklin Delano Roosevelt e i singoli Stati approvavano leggi per regolamentare la vendita e il consumo di alcolici. Anche nello Stato di New York, attraverso una di queste leggi, veniva creata un’apposita autorità amministrativa con il compito di far rispettare le nuove regole. Si trattava della State Liquor Authority (SLA), esistente ancora oggi. La SLA aveva sostanzialmente un potere assoluto nell’interpretazione della legge sugli alcolici. E a New York, questo potere, è stato utilizzato soprattutto per criminalizzare gli omosessuali. 

Immutata negli anni, la versione originale della normativa sulla somministrazione degli alcolici imponeva al titolare della licenza il rispetto della quiete pubblica. Erano e sono considerati anche nel 2019 disturbo della medesima: le risse, i disordini, il rumore eccessivo, la prostituzione, la vendita e il consumo di stupefacenti, il comportamento osceno e indecente. Ed è proprio il richiamo alle oscenità, interpretato estensivamente, che è stato utilizzato per colpire gli omosessuali. Una volta considerata indecente la semplice presenza degli omosessuali in un bar, e oscena la condotta di due uomini che mostrassero reciproca attrazione, era poi semplice per la polizia irrompere in un locale e procedere alla sua chiusura con l’accusa di disturbo alla quiete pubblica. 

The Public Theatre, New York City, Giugno 2019

Alla fine degli anni ‘50 a New York si contavano oltre quaranta gay bar, secondo le testimonianze raccolte da chi ha ricostruito la lunga storia che ha portato alla rivolta di Stonewall. Nel 1960, anche a seguito di un’inchiesta sulla corruzione all’interno della SLA, la polizia newyorchese ha lanciato una vasta campagna per arrivare alla chiusura di tutti i gay bar della città (solo uno si è salvato, almeno fino al 1966). È in questo particolare contesto oscurantista che è venuto a galla il genio italico.

DANTE ALIGHIERI, SAN FRANCESCO, CRISTOFORO COLOMBO E FAT TONY

Poeti, santi, navigatori, questo siamo noi italiani. Mai dimenticarlo. Lo dimentichiamo per la semplice ragione che tutti questi famosi marinai, giusti e rimatori non sono proprio roba recente. Insomma, per un Giovanni da Verrazano dobbiamo tornare indietro di 500 anni e per un Petrarca di 700. Non disperiamo. Se un Capitano come Francesco Schettino, con i 32 morti e oltre 100 feriti della Costa Concordia al largo dell’Isola del Giglio ci ha fatto vergognare come cani d’essere italiani, è bastato il “salga a bordo, cazzo” rivoltogli dal Comandante Gregorio de Falco per consolarci un poco e farci aggrappare almeno alla decenza (gliene saremo davvero sempre grati, De Falco, scelte politiche a prescindere). Tanti altri connazionali hanno comunque tenuto alta la bandiera dell’orgoglio italiano nel secolo passato. E come i coraggiosi esploratori rinascimentali, sono arrivati in queste Indie Occidentali con spirito di intraprendenza. Tra questi, la famiglia di Tony Lauria.

23rd Street, New York City, 30 Giugno 2019

Figlio d’arte, Tony. Mafioso come il papà, affiliato ad una delle Cinque Famiglie di New York, i Genovese. Possibile che Tony Lauria apprezzasse anche ammammà e la sua generosa cucina, perché gli amici e i colleghi di lavoro lo chiamavano “Fat Tony”, Tony il Grasso. La fama di Fat Tony è legata al fatto che è stato il proprietario dello Stonewall Inn, proprio il famoso gay bar della rivolta del 1969.

Pur non avendo grande dimestichezza con la Mafia in Italia (ché notoriamente il più grosso problema di Palermo è il traffico, soprattutto quando arrivi a Capaci), e ancor meno familiarità con la Cosa Nostra americana, chiunque abbia anche solo visto la serie tv “I Soprano” dovrebbe sobbalzare all’idea di mafiosi italoamericani che associavano la loro presenza a quella di omosessuali. Ma Fat Tony, come altri consimili, aveva invece l’animo nobile e un cuore d’oro. Probabile che anche il suo conto in banca virasse verso le tonalità del giallo oro. Sono facilmente immaginabili le sofferenze degli uomini come Tony al pensiero che negli Anni ‘60 i gay del Village non avessero luoghi dove socializzare in tutta tranquillità. Se non avvolto in una sindone arcobaleno, almeno un tricolore avrebbe dovuto ricoprire la bara di un eroe genuino come Fat Tony. Un tricolore di qualche abbondante metro quadro, ovvio.

Con la chiusura della quasi totalità dei gay bar newyorchesi dopo la stretta poliziesca del 1960, la Mafia ha intravisto un vuoto di mercato e ha pensato bene di colmarlo, mettendo capitali immacolati e riconosciute capacità manageriali a beneficio della vasta comunità omosessuale di New York. È così che negli Anni Sessanta i gay bar gestiti dalla Mafia sono diventati dei luoghi sicuri, soprattutto per i loro lungimiranti investitori d’origine italiana. Ma queste favorevoli condizioni di mercato sono state presto messe a rischio da quei mattacchioni della Mattachine Society. Fino a quando servire alcolici agli omosessuali era illegale, i gay bar gestiti dalla Mafia potevano limitarsi ogni settimana a pagare una mazzetta alla polizia newyorchese per continuare indisturbati i loro affari. Alla Mattachine Society, però, avevano altri piani. Loro volevano scardinare radicalmente le politiche della SLA e del braccio armato dell’amministrazione cittadina, con l’obiettivo di rendere legale per qualunque bar servire gay e lesbiche purché maggiorenni. 

World Pride March, Fifth Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

Per questo motivo, il 21 Aprile 1966, avevano organizzato quello che il New York Times aveva poi ribattezzato un “sip-in” (alla maniera di “sit-in”, dove “sip” significa sorseggiare). Dopo aver comunicato alla stampa il loro programma, quattro gay aderenti alla Mattachine si erano presentati all’Ukrainian-American Village Restaurant con il dichiarato intento di farsi servire da bere e farsi respingere. Questo ristorante era stato scelto perché al suo ingresso c’era un cartello che esplicitamente recitava: “If You Are Gay, Please Go Away” (se siete gay, per favore andate via). Trovato chiuso il ristorante ucraino, i quattro non si erano persi d’animo e, sempre nel Village, avevano raggiunto altri due bar, l’Howard Johnson’s e il Waikiki. Anche in quel caso, però, senza fortuna. Una volta dichiarato infatti ad alta voce che erano gay e che volevano essere serviti come chiunque altro, i proprietari dei due locali non avevano opposto alcuna resistenza, citando anzi il fatto di non essere a conoscenza di regolamenti che vietassero loro di servire alcolici agli omosessuali. Al quarto tentativo, dopo aver parlato con il gestore del Julius’, i quattro membri della Mattachine erano finalmente riusciti a farsi negare d’essere serviti. Avevano spiegato quanto quel rifiuto, anche se un po’ forzato, sarebbe stato importante e che la Mattachine Society di New York avrebbe aiutato il Julius’ con tutta l’assistenza legale possibile.

Metrocard Man, Seventh Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

Dopo mesi di battaglie legali, tutte ruotanti attorno al fatto che in realtà non esistevano leggi che specificamente vietassero agli omosessuali di riunirsi in un bar o d’essere serviti, nel marzo del 1967 una sentenza della Corte Suprema dello Stato di New York ha dichiarato inammissibile per la SLA revocare la licenza di un bar per il semplice motivo che in quel locale degli omosessuali avessero approcciato altri uomini. Una brutta notizia per la Mafia e i suoi investimenti. Pessima, pessima. Perché alla Mafia non interessava solo fare soldi, ma farne tanti assai. E, bellezze mie, non si fanno molti soldi quando le attività illecite diventano improvvisamente lecite.

Da quella sentenza del 1967, infatti, anche legittimi investitori non legati alla criminalità organizzata hanno iniziato a finanziare locali rivolti alla clientela gay. Come rimanere, allora, sul mercato dell’intrattenimento per gli omosessuali e prosperare? Trasformandosi in club, in circoli privati. Nei circoli aperti ai soli membri, infatti, la polizia non poteva entrare se non avesse avuto un mandato di perquisizione (cosa che non era semplicissima da ottenere se non in presenza di comportamenti ritenuti potenzialmente criminali).

È in questo contortissimo quadro di perbenismo, discriminazioni, burocrazia, corruzione, ipocrisie e criminali che bisogna inquadrare la storia divenuta poi leggendaria dello Stonewall Inn.

LA MAFIA NON ESISTE MA SI FA I CAZZI DEGLI ALTRI

Tremila e cinquecento dollari. Questa la cifra spesa da Fat Tony nel 1966 per riaprire lo Stonewall Inn, un vecchio ristorante abbandonato ai numeri 51-53 di Christopher Street. Tony aveva messo 2000 dollari e altri 1500, in quote uguali, erano stati aggiunti da tre suoi amici d’infanzia, ché Tony pure il cuore c’aveva bello grosso e credeva non solo nella famiglia ma anche nell’amicizia fraterna. Come altri locali simili dell’epoca, lo Stonewall Inn era un cosiddetto “bottle club”, dove in teoria gli avventori avrebbero dovuto portarsi dietro le loro bottiglie di liquore. Tutto questo serviva per mantenere la finzione del circolo privato che non avrebbe potuto servire alcolici e, soprattutto, mantenere a distanza di sicurezza la polizia. I controlli erano infatti molto stretti, e quando poliziotti in borghese cercavano d’entrare all’interno del locale venivano immediatamente riconosciuti e allontanati. Blond Frankie era il buttafuori dalla memoria fotografica sterminata, maturata lavorando per tanti gay bar del Village. Quando un poliziotto era così ingenuo da fingere d’essere già stato allo Stonewall, Frankie il Biondo lo smascherava chiedendogli come fosse l’interno del locale. 

Pride March, Sixth Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

Vendere alcolici e garantire un ambiente un minimo protetto dalle indesiderate attenzioni della polizia, non erano le uniche fonti di reddito dello Stonewall Inn. Con buona probabilità, non erano nemmeno le principali. Se il nome di Fat Tony inizia a emergere nelle periodiche ricostruzioni che da qualche anno a questa parte i giornali fanno degli eventi legati ai moti di Stonewall, molto meno noto è il nome di Ed Murphy, detto “Il Teschio” in onore della sua prima vita come professionista del wrestling. Con le sue competenze, Edward Francis P. Murphy ha sicuramente reso ancora più felici e contenti Fat Tony e i suoi soci. Murphy era una presenza costante nei gay bar newyorchesi. E secondo le testimonianze di alcuni frequentatori, era una specie di vero e proprio manager dello Stonewall Inn.

Ed Murphy aveva capito presto che un modo semplice per fare soldi è quello di ricattare le persone. Nel suo curriculum professionale, prima dello Stonewall Inn, a metà degli Anni Sessanta c’era stata un’associazione a delinquere tutta dedicata all’estorsione tra Chicago e New York e in grado di generare 2 milioni di dollari in introiti. Ed Murphy aveva un talento innato per prendere di mira soprattutto gli uomini d’affari. E il suo talento sarebbe presto tornato utile, perché Ed puntava a ricattare quasi esclusivamente omosessuali che si nascondevano dietro una rispettabile vita da uomini e padri di famiglia. Non è difficile immaginare il potenziale ricattatorio offerto da decine di ricchi impiegati di Wall Street che varcavano la soglia dello Stonewall. Manna per Murphy e gli azionisti radunati attorno a Fat Tony.

Ricatta oggi, ricatta domani, Ed Murphy e i pezzi grossissimi che stavano sopra la sua testa si erano costruiti un archivio non indifferente di informazioni da usare al momento giusto. Tra queste, si dice vi fossero anche delle fotografie compromettenti di J. Edgar Hoover, il primo e famigerato capo dell’FBI. L’uomo che per quasi 50 anni ha collezionato segreti in grado di ricattare, intimidire e minacciare uomini politici e persino Presidenti come Nixon, pare avesse un debole per i vestiti da donna, che indossava come una perfetta Drag Queen. Questo, almeno, dicono le voci che si sono susseguite per anni. E che nel 1993 sono state rafforzate da un libro tutto dedicato a J. Edgar Hoover e che riporta testimonianze di chi lo avrebbe visto al Plaza di New York vestito con boa di struzzo. Non ci sono prove tangibili che Hoover fosse davvero omosessuale, e molti storici pensano sia solo una caricatura per screditarlo ulteriormente. Ma secondo ricostruzioni della storia dello Stonewall Inn, Ed Murphy sarebbe riuscito ad evitare la galera per le estorsioni compiute a Chicago e New York proprio perché in possesso di materiale che avrebbe potuto imbarazzare Hoover. 

Una vignetta che faceva riferimento alla presunta omosessualità di J. Edgar Hoover, il temuto capo dell’FBI negli Anni Sessanta

Se la storia può sembrare a prima vista assurda, e comunque non comprovata da fotografie o registrazioni, bisogna però tenere presente un altro particolare che la rende quantomeno possibile, se non probabile. Fino al 14 novembre 1957, giorno in cui un’operazione di polizia locale preparata all’ultimo minuto si è trovata quasi per puro caso ad arrestare la bellezza di 62 tra boss e mafiosi delle principali famiglie newyorchesi radunati nel piccolo villaggio di Alapachin, NY, J. Edgar Hoover aveva sempre negato l’esistenza della Mafia in America. Secondo molti, tra i quali anche Allen Ginsberg (si, quello della Beat Generation), Hoover era tenuto sotto scacco dalla Mafia, che avrebbe avuto le prove della sua omosessualità. Ovviamente, ci sono ragioni ancora più prosaiche che spiegano perché Hoover fingesse che la Mafia fosse un’invenzione: quali la forza politica e finanziaria della Mafia a Washington e la corruzione delle forze dell’ordine. Ma qui ci interessa solo quello che, in qualche modo, ha avuto a che fare con lo Stonewall Inn. E le estorsioni di Ed Murphy hanno giocato un ruolo primario nel raid compiuto dalla polizia quel famoso 29 giugno 1969. Quindi, torniamo nel Village.

TUTTI ALLO STONEWALL INN

Le caratteristiche che davvero distinguevano lo Stonewall Inn erano due. Prima di tutto, a differenza di tanti altri locali, non si trovava nascosto in qualche via laterale ma era ben visibile, in quanto situato in uno slargo del Village quasi all’angolo con Sixth Avenue. E poi al suo interno lo Stonewall Inn aveva ben due spazi per ballare: una stanza sul retro e una piccola pista alla fine del bar. Questo lo rendeva assai popolare tra la comunità gay.

Christopher Park, New York City, 27 Giugno 2019

Lo Stonewall Inn, a leggere le testimonianze di chi lo ha frequentato tra il 1967 e il 1969, era un bar quasi esclusivamente per omosessuali e transessuali. Rare le donne, soprattutto lesbiche, anche se si potevano contare quelle eterosessuali hippie. La clientela era formata in prevalenza da uomini bianchi, ma si potevano trovare anche ispanici e neri. Tanti uomini d’affari o gente di Wall Street con l’esigenza di tenere nascosta una doppia vita, e tanti giovani o poveri che non avrebbero potuto permettersi l’ingresso in altri locali. Una specie di rifugio, lo Stonewall Inn, per tutte quelle persone che più facilmente sarebbero state discriminate e marginalizzate, come le drag queen.

Le porte dello Stonewall, una volta alla settimana, si aprivano anche alla polizia, quando era il momento di raccogliere la periodica mazzetta di 1200 dollari. Poca roba, tenuto conto che in un qualunque venerdì sera il bar incassava tra i 5000 e i 6000 dollari (cui si dovevano sottrarre solo 300 dollari d’affitto mensile). Gli attivisti omosessuali più sensibili come quelli della Mattachine Society non erano contenti che la Mafia e la polizia facessero denaro sulle spalle della comunità gay. Come non bastassero i ricatti, la Mafia reclutava giovani gay come spacciatori, perché all’interno dello Stonewall Inn la droga circolava tranquillamente. E anche la polizia, sebbene oliata a dovere, non si esimeva dal compiere retate mensili allo Stonewall Inn. Sotto elezioni le retate erano ancora più frequenti, perché bisognava mostrare platealmente all’opinione pubblica che la polizia manteneva l’ordine in città. In generale, poi, i vicini dello Stonewall non erano contenti dell’andirivieni e sporgevano spesso denuncia, offrendo alla polizia una ragione per ottenere un mandato di perquisizione.

Partecipanti all’annuale marcia per l’orgoglio LGBTQ, Sixth Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

Per quanto fastidiose e appartenenti ad un quadro di più generalizzata discriminazione e violenza ai danni della comunità LGBTQ (anche se nessuno la chiamava così), queste retate erano però in qualche modo concordate tra polizia e gestori mafiosi dei gay bar. Avvenivano frequentemente in giornate di magra, come il martedì, e quasi sempre a inizio serata, perché prima della mezzanotte i locali non erano mai molto frequentati. Insomma, erano una routine.

Ma nelle primissime ore del 28 giugno 1969, quando la polizia per l’ennesima volta ha fatto irruzione allo Stonewall Inn, le cose sono andate diversamente. Tutto, tranne che una routine.

STONEWALL E IL MITO DEI MOTI

Con il passare degli anni, la semplice cronaca dei fatti di Stonewall si è trasformata in un’epica leggendaria. I moti di Stonewall, comunque importanti e dal chiaro valore simbolico, sono stati interpretati come momento d’inizio della più ampia rivoluzione omosessuale avvenuta in America. Quest’ultima idea sembra un po’ forzata. La coscienza omosessuale era viva ben prima di Stonewall, in tante grandi città americane (a partire da San Francisco), tant’è che l’FBI teneva sotto sorveglianza tutte le principali organizzazioni gay. Altri raid compiuti in gay bar, come quello alla Compton’s Cafeteria di San Francisco nell’agosto 1966, si erano risolti in resistenza contro gli abusi della polizia quando non in piccoli scontri. Ma non erano stati utilizzati dalla comunità gay come momenti da commemorare o attorno ai quali organizzare campagne d’informazione e sensibilizzazione.

23rd Street, New York City, 30 Giugno 2019

La reazione avvenuta a Stonewall, durante l’ennesimo raid di un gay bar, non è stata il momento che scatenato una rivoluzione. Quanto la tappa di un lento percorso di mutamenti sociali ancora oggi in corso. Mitizzare Stonewall e trasformare quei fatti nella ragione che avrebbe scatenato il movimento per la liberazione dei gay è comprensibile, ma la realtà dei fatti che hanno determinato quelle giornate di rivolta nel giugno 1969 è assai diversa dalla romantica idea di una ribellione animata da uno spirito quasi rivoluzionario. Il lavoro spesso oscuro di organizzazioni come la Mattachine Society ha fatto molto di più per la causa LGBTQ dei mitizzati moti di Stonewall. Come piano piano inizia ad esser chiaro oggi, anche se non sempre riconosciuto da chi preferisce la visione più idealizzata, è stata la progressiva liberazione gay che ha prodotto i moti di Stonewall, non il contrario.

Allora, prima d’arrivare (finalmente!) al 28 giugno del 1969, ricapitoliamo. Essere omosessuali alla fine degli Anni Sessanta a New York non era facile. Non esisteva una vita pubblica, ma solo quella nascosta, la socializzazione avveniva soprattutto all’interno dei gay bar. Il rischio d’essere ricattati dai mafiosi che gestivano i locali del Greenwich Village o d’essere licenziati per il semplice fatto d’essere gay era all’ordine del giorno. Mentre in Canada e in Germania Ovest (si gente, c’era ancora in piedi il Muro di Berlino) venivano approvate leggi che rendevano legale l’amore tra omosessuali, in America c’erano ancora le leggi sulla sodomia. I gay newyorchesi alla ricerca di sesso si appartavano tra i magazzini e nei camion parcheggiati sui moli lungo il fiume Hudson, proprio al fondo di Christopher Street. Le cronache dei giornali, e i bollettini settimanali della Mattachine Society, riportavano spesso notizie di aggressioni violente che talvolta finivano anche in tragedia.

Adesso, però, complichiamoci ulteriormente la vita. Aggiungiamo, a quest’immagine già di per se caotica, anche l’Interpol (quella vera, non la nota rock band di Manhattan) e il furto di obbligazioni al portatore. Non sono soprattutto quest’ultime le prime cose che vengono in mente pure a voi quando si parla di LGBTQ? Bene. Ora prendiamo nota di un altro nome. Quello del personaggio che da sempre rappresenta i cattivi per eccellenza nella storia leggendaria della rivolta di Stonewall, e cioè i poliziotti di New York. Signore e signori, ecco a voi Seymour Pine, Vice Ispettore della Prima Divisione della polizia per la repressione dei Reati contro la Morale Pubblica, di stanza a Manhattan.

IL POLIZIOTTO CON UNA MISSIONE

Ex soldato con esperienza di combattimento nella Seconda Guerra Mondiale (assegnato in Sicilia al Governo Militare Alleato dei territori occupati), prima d’entrare nella polizia newyorchese Seymour Pine era stato in gioventù un lottatore nella squadra del suo college e un giocatore di football. Su suggerimento paterno, e riconoscendo quanto sarebbe stato difficile per un ebreo come lui entrare nell’FBI (dove i pregiudizi antisemiti erano radicati), Seymour Pine aveva rivolto i suoi sforzi verso la scuola di polizia. Prima d’arrivare a Manhattan aveva lavorato nei commissariati di Brooklyn, occupandosi prevalentemente di mafia. Il suo interesse a portare avanti un programma volontario per la riabilitazione di bambini con danni cerebrali, avevano ridotto le possibile per Pine d’ottenere una promozione. Quando l’unica promozione compatibile con i suoi impegni e desideri era finalmente arrivata, Seymour Pine era stato mantenuto a Brooklyn ma assegnato alla sezione per il contrasto ai reati contro la morale pubblica. Avendo realizzato operazioni di successo contro la mafia e avendo dimostrato un carattere irreprensibile nei confronti della corruzione interna alla polizia, alla fine Seymour Pine non si era potuto opporre al trasferimento a Manhattan, all’interno della Prima Divisione sulla Morale Pubblica. È così che dal 1967 ha iniziato a occuparsi di prostituzione, pornografia e gay bar. Intervistato per un famoso documentario della televisione pubblica americana PBS dedicato ai moti di Stonewall, Pine ha detto che non aveva molto senso che questi comportamenti fossero in capo alla polizia, ma che quelle erano le leggi dell’epoca. 

Roosevelt Island, La scalinata del Four Freedoms Park dipinta con i colori dell’arcobaleno per festeggiare il cinquantesimo anniversario dai moti di Stonewall (New York City, 27 Giugno 2019)

Insieme a questo breve profilo del Vice Ispettore Pine se ne potrebbero scrivere dozzine sui più importanti attivisti per i diritti degli omosessuali americani negli Anni Sessanta, a partire da Dick Leitsch e Craig Rodwell della più volte citata Mattachine Society. E parliamo solo di quelli legati a New York, quando potremmo citare anche attivisti più conosciuti, come Harvey Milk, forse più noto per la sua drammatica uccisione avvenuta a San Francisco. Ma sono anche le storie come quella di Seymour Pine che aiutano a comprendere il contesto più ampio della Storia con la S maiuscola. Nella visione mitizzata, quella della “Rivolta di Stonewall”, c’è ovviamente spazio per il racconto degli oppressi ma non per quello degli oppressori. Un libro come quello di David Carter è importante perché, pur interessato a consolidare la narrativa che vede Stonewall come la svolta per la vasta comunità LGBTQ americana, ha allargato lo sguardo a tutti i protagonisti di quelle giornate di scontri (e agli anni che le hanno precedute) e non solo agli eroi. Ed è leggendo il suo dettagliatissimo resoconto che si comprendono poi le critiche di chi, tra storici della sessualità e dei mutamenti sociali americani, invita a non trasformare Stonewall in quello che non è stato.

La sera del 27 giugno 1969 Seymour Pine aveva una missione: andare allo Stonewall Inn e chiuderlo, possibilmente per sempre o, almeno, per lungo tempo. Lo Stonewall Inn, infatti, era uno di quei locali dove la polizia aveva notato un continuo andirivieni di grosse auto che scaricavano personaggi benestanti ed era persuasa che questi individui fossero una fonte di denaro esterna alle semplici attività esercitate dalla mafia nel locale. L’Interpol aveva allertato la polizia di New York circa un giro di obbligazioni al portatore che erano state rubate e ritrovate poi in diverse nazioni. La polizia newyorchese aveva iniziato a investigare e aveva trovato collegamenti tra la mafia e alcuni dipendenti della case di brokeraggio dove questi titoli erano stati rubati. Era emerso che questi dipendenti infedeli fossero tutti omosessuali. Poiché era noto come la mafia riuscisse a tenere sotto ricatto molti omosessuali, lo Stonewall Inn di Ed Murphy è diventato l’obiettivo da colpire. E il coinvolgimento dell’Interpol, per questioni di competenza giurisdizionale, ha consentito di mettere fuorigioco l’FBI di Hoover.

LA RETATA REITERATA

A novembre del 1969 si sarebbero tenute le Elezioni per la scelta del Sindaco. E sicuramente le frequenti retate nei gay bar rispondevano all’interesse da parte dell’amministrazione cittadina di rassicurare l’opinione pubblica benpensante. Ma lo Stonewall Inn era stato oggetto di una queste retate proprio qualche giorno prima di quel sabato 28 giugno. Per quanto si trattasse forse del locale più importante per la comunità gay e trans newyorchese, non sembrava molto probabile che l’obiettivo di una nuova retata fosse solo quello di molestare i suoi avventori. Tenendo sempre presente che lo Stonewall di quell’epoca, come altri locali simili, era un circolo privato dove la polizia poteva entrare solo con un mandato di perquisizione, il cui rilascio da parte dei giudici non era così automatico come si potrebbe credere. 

LGBTQ Pride a Manhattan, New York City, 30 Giugno 2019

Con tanto di mandato, nel primissime ore di sabato 28 giugno 1969, precisamente all’una e venti di notte, Seymour Pine si è presentato all’ingresso dello Stonewall. Nove le persone in totale partecipanti alla retata, tra le quali due donne in borghese e un ispettore del dipartimento cittadino preposto alla tutela dei consumatori, che già si trovano all’interno del locale. Secondo il racconto di Pine, l’obiettivo della retata era quello di arrestare i mafiosi e chi lavorava allo Stonewall. Come in precedenti e simili retate, la polizia non si aspettava resistenza da parte degli avventori, perché questi in genere non volevano avere più problemi di quanti già ne avessero. Ma una volta iniziate le operazioni allo Stonewall, Seymour Pine e i suoi colleghi si sono trovati di fronte ad uno scenario meno semplice. Mentre la resistenza da parte di molti gay era più che altro verbale, i travestiti si rifiutavano d’essere perquisiti, come da consuetudine, nei bagni del locale. 

Secondo le ricostruzioni presenti nel libro di Carter, è a quel punto che i piani di Seymour Pine sono cambiati e il Vice Ispettore ha deciso di procedere non solo all’arresto dei mafiosi ma anche di alcuni transessuali. Dopo aver lentamente controllato i documenti di tutti i presenti, la maggior parte degli avventori è stata fatta uscire poco alla volta dallo Stonewall, ed è stato trattenuto solo chi dovesse poi essere effettivamente arrestato. Una volta fuori, però, invece di disperdersi, molti si sono fermati su Christopher Street e hanno incominciato a chiamare a raccolta i loro amici, attraverso le tante cabine telefoniche sparse nei dintorni della vicina Sheridan Square.

Con il passare dei minuti, la folla davanti allo Stonewall è aumentata. Se nel locale si erano contate in totale circa 150 persone, all’esterno questo numero era almeno raddoppiato. Secondo tante testimonianze, c’era un’atmosfera a tratti anche divertita tra chi aveva guadagnato l’uscita e chi era giunto più tardi davanti allo Stonewall per assistere a quanto stesse accadendo. Molti concordano sul fatto che tra questi “happy warriors” il “sense of humor” prevalesse. Le drag queen arrestate, e fatte salire sull’unico furgone della polizia giunto per caricare tutti i fermati, venivano salutate ironicamente dalla piccola folla. L’umore è però divenuto rabbioso piano piano, a partire dal momento in cui uno dei transessuali è stato prima trascinato e poi malmenato da un poliziotto al quale aveva nel frattempo dato una borsetta in testa. La folla ha iniziato a inveire, urlare “buuu” e battere le fiancate del furgone. Anche dopo quell’episodio, tuttavia, l’atmosfera all’esterno dello Stonewall Inn è rimasta relativamente pacata.

Marcia del World Pride 2019, Seventh Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

La situazione è invece degenerata quando una lesbica dalle sembianze molto mascoline è stata costretta a salire sul furgone della polizia. La donna, scambiata da alcuni per un uomo, aveva tentato d’opporre resistenza ben due volte. I poliziotti avevano faticato non poco a farla entrare sul cellulare con gli altri arrestati, dovendo ricorrere a maniere brusche. La folla aveva iniziato a protestare e urlare all’indirizzo della polizia. Qualcuno aveva preso a lanciare monetine, rifiuti, lattine. Forse anche pietre e alcuni testimoni, negli anni, hanno sempre ripetuto che pure mattoni sono stati lanciati (perché lì vicino c’era un cantiere). Di sicuro, tutti concordano su un punto: sono stati l’arresto della lesbica mascolina e le sue resistenze il momento della vera svolta nella notte della ribellione di Stonewall. E nel caos che è seguito, Ed Murphy e Blond Franky, sebbene ammanettati, sono pure riusciti a scappare.

28 GIUGNO 1969, STONEWALL, LA RIVOLTA CHE NON TI ASPETTI

Sotto attacco da parte della folla sempre più galvanizzata, Seymour Pine, i suoi 8 agenti più l’Ispettore dell’agenzia cittadina si sono rifugiati dentro al locale, insieme ad alcuni avventori e ad un giornalista del Village Voice. Da quel momento l’aria all’interno dello Stonewall è diventata più tesa. Pine aveva tentato inutilmente di mettersi in contatto radio con il commissariato del Village. Le centinaia di persone radunate all’esterno sapevano d’aver costretto la polizia alla ritirata. Alcuni tra i manifestanti, dopo aver divelto un parchimetro, lo hanno utilizzato come ariete per aprire le porte dello Stonewall. Ad ogni sfondamento, la polizia riusciva a richiudere le porte. Ma la folla aveva iniziato a lanciare bottiglie molotov fatte alla bell’e meglio. I poliziotti riuscivano ogni volta a spegnerle, pur avendo solo acqua e temendo che un attacco più massiccio avrebbe potuto incendiare il locale. Secondo il racconto di Pine, confermato anche dal giornalista del Village, la preoccupazione era forte. Il timore principale era quello che la folla avrebbe potuto assalire lo Stonewall, che i poliziotti avrebbero sparato inutilmente e che i morti si sarebbero contati.

Amici, Fifth Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

Nulla di tutto questo è avvenuto nella prima notte di scontri allo Stonewall. A leggere le tantissime testimonianze, l’impressione è che ben pochi avessero reale consapevolezza di quel che stesse accadendo.  Lo stesso Pine pensava che all’esterno fossero in migliaia mentre erano qualche centinaio. L’euforia e la rabbia della folla durante il lancio di oggetti e molotov improvvisate sono state sicuramente un evento storico da ricordare per i tanti presenti quella notte. Ma sono stati gli anni di ingiustizie e discriminazioni subite a regalare una luce epica a quegli scontri. I “faggots”, i “froci”, avevano dimostrato d’essere uomini pure loro, capaci di reagire ai soprusi della polizia. Se davvero avessero voluto, non sarebbe stato difficile per 400 manifestanti inferociti assalire un locale le cui porte erano state abbattute e dentro il quale c’erano solo dieci poliziotti. Certo, questi erano armati. Però le pistole dell’epoca non erano a ripetizione. Ci sarebbero state vittime tra i manifestanti, ma i poliziotti non sarebbero sopravvissuti alla pressione della massa. Invece, la polizia non ha sparato un solo colpo e i manifestanti non hanno ferito che un solo poliziotto, colpito sotto un’occhio da una monetina. Non bisogna dimenticare che l’America di quei mitici Anni Sessanta aveva visto ribellioni decisamente più violente e mortali.

Dopo ripetuti tentativi, una delle due poliziotte in borghese ha guadagnato l’uscita attraverso un condotto di ventilazione. Da qui, ed evitando la folla, è riuscita ad avvertire il commissariato del Village. Rinforzi di polizia e furgoni dei vigili del fuoco sono arrivati davanti allo Stonewall. Pine e i suoi agenti hanno lasciato il locale, la loro missione era finita. Era il momento dei poliziotti antisommossa, arrivati con due autobus.

Alla fine, la parte più violenta della notte dei moti Stonewall è stata proprio quella dell’assedio del locale quando i poliziotti erano ancora barricati al suo interno (e proprio un assedio all’ultimo sangue non è stato, nemmeno nel racconto dei testimoni). Una volta arrivati i “celerini” newyorchesi, la notte ha preso una diversa piega. Tra i manifestanti c’è stato che si è messo in linea di fronte ai poliziotti antisommossa e ha iniziato a danzare come ballerine del cancan. Di fronte alla presa per i fondelli, e con la rabbia per l’umiliazione subita in precedenza dai colleghi, le manganellate sono volate. Sfruttando le strette e irregolari strade del quartiere, altri ribelli scappavano dai poliziotti per riapparire alle loro spalle, in quello che i testimoni hanno descritto come un gioco del gatto e del topo. L’eccitazione è durata per qualche ora, ma prima dell’alba i manifestanti hanno mostrato segni di stanchezza e noia. La ribellione di Stonewall è andata a dormire e a godersi il meritato riposo del guerriero.

L’immagine più famosa della prima notte di scontri a Stonewall (Joseph Ambrosini, NY Daily News)

Ma il suo obiettivo principale era stato in qualche modo raggiunto. Gli attivisti della Mattachine, infatti, giunti sul luogo a moti già scatenati, avevano chiamato i giornalisti del New York Times e del Daily News, per essere sicuri che i disordini diventassero una notizia. Per altre tre sere, dopo quel leggendario 28 giugno, una massa di qualche migliaio di persone, attivata dal passaparola, si è radunata di nuovo davanti allo Stonewall (che aveva riaperto già la sera successiva la retata). Le cronache di quelle successive nottate hanno riportato alcuni arresti, ma niente di che e, soprattutto, nessun incidente grave.

L’IMPORTANTE NON È VINCERE MA CELEBRARE

Il mito di Stonewall ha iniziato a prendere forma nei mesi seguenti quel 28 giugno 1969. Perché la vera importanza dei disordini di quella storica serata è stata la loro celebrazione successiva. Da subito, infatti, gli attivisti più intelligenti hanno capito che quel momento di reazione della comunità omosessuale, dei travestiti e delle lesbiche, quel punto d’arrivo d’un lentissimo lavoro doveva in realtà diventare il simbolo di un nuovo inizio, di una nuova mobilitazione. Tutto il resto importava poco.

World Pride March, Sixth Avenue (nota anche come Avenue of the America) New York City, 30 Giugno 2019

E così, il 28 giugno 1970, si è tenuta la prima annuale sfilata per commemorare i moti di ribellione di Stonewall. Una marcia per manifestare l’orgoglio non più nascosto della comunità LGBTQ, anche se occorre sempre ricordare che all’epoca nessuno usava quest’acronimo. La strada per il reale riconoscimento dei diritti di quella vasta comunità, agli inizi degli Anni Settanta era ancora lunghissima. Ed è passata per momenti tragici, come la lunga stagione dell’AIDS degli Anni Ottanta e Novanta. Il riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso negli Stati Uniti, avvenuto tramite una sentenza della Supreme Court il 26 giugno 2015 è stata un’altra tappa fondamentale di quel cammino che sembra non finire mai. Un cammino dove anche andare al cesso, e scegliere il bagno che corrispondesse alla propria identità sessuale, non è stata proprio una passeggiata nella North Carolina del 2016. Con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, l’America odierna è però un Paese dove essere gay, lesbiche, transgender o riconoscersi sotto tutte le altre possibili definizioni è ancora più facile che altrove (media europea compresa).

È in un Paese come questo, dove nulla sembra mai definitivo, dove tutto è sempre rimuginato e contrastato, che a distanza di 50 anni dalla ribellione di Stonewall gli LGBTQ d’America possono discutere seriamente o scherzare su chi abbia tirato la prima pietra in quella calda notte estiva nel Village. Per anni il mito dei moti ha riconosciuto il ruolo fondamentale dei travestiti, soprattutto di quelli d’origine Afroamericana o Latina come le figure leggendarie di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera. Ma la storia fa spesso a pugni con l’idealismo. Le ricostruzioni dettagliate e tante testimonianze dicono che a Stonewall sono stati soprattutto i gay e i ragazzi di strada bianchi a montare su il casino che ha fatto leggenda.

Fortunatamente per l’America, però, questo Paese discute in continuazione di razze, minoranze, espressioni della sessualità, diseguaglianze. E lo fa trasversalmente, in tutti i contesti sociali possibili e immaginabili. Tra sensi di colpa giustificati e quelli ingiustificati per il suo passato imperialista e schiavista, tra vaghi sogni di giustizia e incubi reali di segregazione, l’America è un faticoso esperimento sociale sempre in corso, zeppo di compromessi e senza paragoni. L’eccezionalità americana non è certo la sua presunta superiorità morale, o la bontà delle sue contraddittorie istituzioni democratiche, come gli anti-americani o i fanatici a stelle e strisce tendono a credere. No, non è lì che si trova la natura eccezionale dell’America. Basterebbe, invece, già solo dare un’occhiata proprio alle sfilate del Pride, a partire da quelle newyorchesi, per capire che con la loro avversione per gli esperimenti sociali più spinti, sono gli altri Paesi a rendere un’eccezione l’America nel confronto diretto con la regola globalmente dominante. 

La “Guida Inutile NEW YORK” va a prendersi il suo meritato abbraccio (23rd Street, New York City, 30 Giugno 2019)

Certo l’America odierna ha problemi immani davanti a se. E li avrà per chissà quanto tempo ancora. Un elenco alfabetico occuperebbe pagine intere, dalle armi letali onnipresenti alla periodica xenofobia passando per ogni manifestazione sofisticata del razzismo (che l’Europa e l’Asia, prima o poi, sperimenteranno pure loro). Ma proprio tutto quello che da decenni avviene attorno alla sua comunità LGBTQ, che a piccoli passi, spesso ostacolati da fondamentalisti religiosi e legislatori benpensanti supportati dal voto popolare, va comunque nella direzione della piena accettazione sociale, dimostra una verità molto semplice: nel resto del Mondo (pure quello dell’Europa cristiana) c’è chi sta decisamente peggio. Accecato da travi, il resto del Mondo ricorda all’America i peccati mortali dei suoi occhi pieni di paglia. Quando una lesbica dalla carnagione chiara avrà un passaporto nigeriano e potrà sfilare orgogliosamente tra le strade di Lagos, fate un fischio agli americani. Stessa cosa per un gay nero a Shangai che volesse mostrare il suo orgoglio cinese. Per gli omosessuali mediorientali, da Gaza a Dubai passando per Teheran, la sopravvivenza viene prima dell’orgoglio. Se un transessuale di Mosca si sentisse discriminato a New York, avrebbe forse solo dimenticato quel che avviene nella sua Madre Russia. E anche a Varsavia dovrebbe pazientare. L’America non aveva bisogno d’un provocatore di professione entrato alla Casa Bianca nel 2016 per isolarsi. È un’isola, e lo rimarrà. Per questo può celebrare da cinquant’anni Stonewall. E, se gli altri lo desiderano, possono solo accomodarsi alla celebrazione di una storia americana.

STONEWALL 50, WORLD PRIDE 2019

Di questa lunga storia, adesso arriviamo all’epilogo. 

Il Sindaco di New York Bill De Blasio e sua moglie Chirlane McCray sfilano al World Pride 2019 per celebrare i cinquant’anni dai moti di Stonewall (Seventh Avenue, New York City, 30 Giugno 2019)

Domenica 30 giugno 2019 New York ha ospitato la sfilata mondiale per celebrare il cinquantesimo anniversario dai moti di Stonewall. Si, perché quella del 2019 non è stata la tradizionale e annuale marcia che si tiene a fine giugno in città per ricordare Stonewall e manifestare l’orgoglio LGBTQ newyorchese. Quella del 2019 ha coinciso con il World Pride, evento globale che si tiene dal 2000, anno in cui la marcia si è tenuta a Roma (ricordate? Massì… l’anno del Giubileo cattolico… dai… quando Papà Giovanni Paolo II e il Cardinal Ruini fecero piegare la testa al sindaco Francesco Rutelli… e poi da lì a poco l’Ulivo andò a puttane… Secoli fa, ma che ne volete sapere voi giovinastri!).

Per tutto il mese di giugno 2019, a New York ci sono stati eventi e manifestazioni d’ogni genere per festeggiare un compleanno importante come i 50 anni dalla ribellione dei gay, dei trans e delle lesbiche che frequentavano un ormai famosissimo locale del Greenwich Village. E la domenica della marcia, le strade di Manhattan lungo il percorso della sfilata su Fifth e Seventh Avenue erano stracolme di gente. Centinaia di migliaia di persone, tra chi sfilava con i diversi gruppi autorizzati e chi, come il sottoscritto, era lì solo per guardare. Qualcuno ha addirittura parlato di milioni di persone per il più importante Gay Pride del secolo, ché i newyorchesi son più sbruffoni di milanesi, romani e napoletani messi insieme (si, sono un torinese con pregiudizi).

La mia memoria dei gay pride italiani è ormai un bel po’ datata. Ricordo quello 1999 a Roma, e alcuni tra 2007 e 2010 a Torino. Quello che adesso più mi salta all’occhio, nel confronto con le Pride March newyorchesi alle quali ho assistito da quando vivo quaggiù, non è tanto la ovvia differenza nel numero di persone presenti, quanto proprio la tipologia dei partecipanti. Magari negli ultimi sette anni le cose in Italia sono cambiate radicalmente, davvero io non lo so. Ma in tanti Gay Pride italiani del recente passato sembrava quasi che la maggioranza di chi sfilasse fosse eterosessuale. Tantissimi gli amici e i sostenitori di chi era lì per manifestare l’orgoglio d’essere una minoranza che reclamava diritti e attenzioni come tutti gli altri. Nella marce dell’orgoglio newyorchese chi sfila è prima di tutto organizzato in gruppi, e se vuoi partecipare devi contattare uno di questi. Ovviamente ci sono anche eterosessuali che sfilano (“alleati” nella causa LGBTQ), ma l’impressione è che la marcia sia effettivamente un momento dedicato alle persone LGBTQ, e che loro siano centrali, la maggioranza assoluta e schiacciante. Questa impressione (che può lasciare ovviamente il tempo che trova, perché proviene da un eterosessuale con tutti i pregiudizi di cui si parlava agli inizi) sembra confermata dai molti blog dove si parla di cosa fare e cosa non fare al Pride. Nessuno ti dice in stampatello che, in quanto eterosessuale, tu non possa partecipare alla marcia. Sei tu che devi usare il buon senso. Perché potresti essere un genitore, un familiare, un congiunto di uno degli orgogliosi manifestanti. Ma ci sono così tanti suggerimenti sulle cose da evitare per le altrettante numerose identità sessuali e di genere (tipo le ragioni per non andare ad una festa lesbica se sei gay), che risulta chiaro un punto: la Pride March è proprio il momento in cui è l’orgoglio di far parte della famiglia LGBTQ, in tutte le sue possibili varianti, che deve salire alla ribalta. Insomma, almeno per un giorno gli eterosessuali possono tranquillamente stare ai bordi, applaudire e fare il tifo, lontani dai riflettori.

Stonewall 50, World Pride, Sixth Avenue, New York City, 30 Giugno 2019

Per questa ragione, se mai vi capiterà d’essere una volta a New York a fine giugno, e di assistere alla Marcia del Pride, noterete un’altra differenza sostanziale rispetto alle sfilate italiane: ci sono molti meno bambini e ragazzini. Quest’anno, a margine della Marcia principale, è stata organizzato un evento per le famiglie. Perché ovviamente è un giorno in cui l’orgoglio è anche quello delle tantissime famiglie in cui i genitori non sono solo una mamma e un papà. E posso anche dirvi che nelle Pride March più spontanee, come quella si tiene a metà giugno a Park Slope, Brooklyn, si vedono tante famiglie (nonostante si intuisca che molte di queste sono comunque eterosessuali). Ma alla marcia principale a Manhattan, e anche ai bordi tra chi guarda gli altri sfilare in festa, ragazzini e bambini sono proprio pochi.

Per cui una volta a New York a fine giugno, se siete tra quegli eterosessuali che amano sfilare ai Gay Pride italiani, magari accompagnati da prole, perché pensate che in questo modo li aiuterete ad essere tolleranti, aperti, orgogliosi della loro sessualità e quant’altro, sappiate che a questa latitudine, nella Greatest City In The World, la si pensa un po’ diversamente. Non siete sempre voi al centro dell’attenzione, cari eterosessuali così sensibili alle vicissitudini del mondo LGBTQ! Meno che mai il giorno del loro Pride!

Se avete perso l’opportunità storica d’essere a New York durante le celebrazioni dei 50 anni dai moti di Stonewall, sappiate che il prossimo anno avrete comunque un’altra chance. Magari non sarà celebrata in pompa magna (mi sa che il “magari” lo possiamo togliere). Ma nel giugno 2020 si terrà la Cinquantesima Pride March annuale di New York (perché non dimenticate che tutto è iniziato con l’idea di celebrare Stonewall nel 1970, cioè a un anno esatto dalla leggendaria ribellione).

Che altro aggiungere dopo migliaia e migliaia e migliaia di parole? BACI DA NEW YORK!

La città dell’orgoglio? Ma New York, ovvio (Broadway, 27 Giugno 2019)

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