New York City, JFK

7 Febbraio 2013 – 7 Febbraio 2020, 7 anni a New York

Per la Famiglia Spedalieri è tempo di mettere le candeline sul bagel.


Immagina di passare i primi mesi dell’inverno con una temperatura media di 25 gradi. Poi, un bel giorno, immagina di fare armi e bagagli. A mezzogiorno sali su un aereo, c’è il sole. Nel primo pomeriggio arrivi a destinazione, e il sole c’è pure lì. Quello che ti fotte, però, è che il termometro adesso dice -1. E prima di rivedere altri venti gradi devi aspettare la primavera inoltrata, quella che è quasi estate. 

Sette anni fa esatti, a Miami, c’erano 27 gradi all’ombra. A 1700 km in linea d’aria, a New York, il termometro era sotto lo zero. Io, la Ragazza Dai Capelli Rossi e il nostro Piccoletto di 8 mesi avevamo appena iniziato la nostra nuova vita a Brooklyn. La prima notte, per non farci mancare nulla, dopo aver spento la luce abbiamo udito degli spari per strada. Crown Heights ci dava il benvenuto.

Nel primo fine settimana la neve avrebbe messo a dura prova il nostro passeggino, costruito per sfrecciare nei grandi centri commerciali di Miami, non per lo slalom tra strade e marciapiedi ghiacciati. Da lì a un mese avremmo lasciato il nostro rifugio provvisorio, un bed and breakfast su Dean Street, per trasferirci più a sud, a Bay Ridge. La nostra prima vera casa newyorchese, quella dove il Piccoletto ha mosso i suoi primi passi. Dopo due anni ci sarebbe stata stretta pure quella casa, e avremmo messo radici lungo le strade in salita di Greenwood Heights. Adesso non ci faccio più caso, ma ricordo bene l’emozione nel vedere la Statua della Libertà dal portone d’ingresso.

C’è chi dice che per diventare newyorchese devi avere trascorso in questa città almeno dieci anni, altri dicono che ne bastano solo cinque. Altri ancora dicono che diventi newyorchese quando sentì tua la città, quando fai quello che tutti gli altri fanno. 

A New York è quasi impossibile sentirsi stranieri, e non è così difficile diventare newyorchesi. C’è spazio per tutte le tipologie d’essere umani, quaggiù. New York è sicuramente speciale, ma non vi fate illusioni. È l’America tutta che c’entra nulla con le idee di Nazione, popoli e libertà che a noi europei sono inculcate sin da bambini. 

Magari dopo cinque anni puoi diventare londinese o parigino, ma col cazzo che diventi inglese o francese. Quaggiù, nonostante la cagnara e il terrore sull’attuale inquilino della Casa Bianca, prima o poi e pur con tutte le fatiche possibili, qualunque immigrato può veramente diventare un americano. Perché da sempre quest’idea è nella Storia dell’America. Contorta e contraddittoria quanto si vuole, ma c’è pure questa esperienza.

Prima o poi, diventerò ufficialmente americano pure io. Per ora, sento che sto diventando un newyorchese tutte le volte che mando qualcuno al diavolo per strada o in metropolitana. Se poi mi esce un “bafangool”, meglio mi sento. 

A colazione ho proprio bisogno di un bagel, e appena lascio New York non capisco perché diavolo sia così complicato fare un bagel lontano da New York. 

Sono completamente newyorchese quanto dico a mio figlio di aspettare sempre il verde del semaforo, e glielo dico mentre attraversiamo col rosso. 

La Ragazza Dai Capelli Rossi rimarrà a vita una donna di Miami, ma nostro figlio è già un newyorchese. Certo, vuole ascoltare anche “Il Cielo su Torino”. Ma poi quando torna da scuola mi parla dei Lenape, degli Olandesi e di Henry Hudson. La Storia che impara lui in seconda elementare non è quella del Museo Egizio ma quella delle tribù di nativi che vivevano quaggiù e degli esploratori come Giovanni da Verrazzano.

Sono newyorchese quando penso al futuro, e mi vedo a invecchiare in Florida. 

Sono newyorchese, quando non capisco perché gli altri americani si ostinino a dire “convenience store” al posto di “bodega”.

Sono newyorchese quando la domenica riesco a cristonare per i Giants e fare spallucce per il Toro. 

Sono newyorchese quando inizio a pensare che la pizza migliore al mondo si faccia quaggiù e tutti gli altri se ne possono fare pure una ragione.

New Yorker con tutti i galloni o ancora semplice matricola, una cosa è certa: qui sono a casa.

P.S. La fotografia di questo post è la primissima che ho scattato qui a New York. Aeroporto di JFK, giovedì 7 febbraio 2013.

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