Buon Anno, non solo per i cinesi

Ne abbiamo bisogno anche a febbraio inoltrato e vale pure per chi sta in galera. Un benvenuto al Nuovo Anno Lunare, il 2019 del Maiale.


Non è tanto che lui abbia le manette ai polsi, quel che mi impressiona. Quanto che stia uscendo dal Tribunale per la Famiglia. Non credo sia minorenne, ma ha il volto di un ragazzo che sta a malapena diventando uomo. Cammina lentamente, insieme ai due agenti in borghese che lo stanno scortando. Non ho voglia di guardare oltre. Allungo il passo per lasciarli alle mie spalle. 

In breve arrivo in Cadman Plaza e procedo a passo deciso verso il Ponte di Brooklyn. Anche se non ho preso la via più breve, cioè quella che passa dritta per il Ponte di Manhattan, devo andare a Chinatown. Oggi è giornata di vigilia. Domani anche la numerosa comunità cinese di New York festeggerà il nuovo anno lunare. Il 2019 è l’anno del maiale.

Il sole ha portato un illusorio anticipo di primavera a febbraio. Nonostante il proposito di buona lena, rallento quasi subito, appena girato l’isolato. Sono attratto dalle telecamere dei giornalisti in attesa davanti al Tribunale. Mi ero dimenticato che oggi è il primo giorno in cui si riunisce la giuria per il processo a Joaquín Guzmán. Il più famoso Signore della Droga messicano, meglio conosciuto come “El Chapo” (il corto) per via della sua statura. Improbabile che il verdetto arrivi oggi, ma le televisioni devono stare già in prima fila.

‘U CURTU DI SINALOA

Brooklyn, Aspettando il verdetto del processo a El Chapo, 4 febbraio 2019

Ben 17 i capi di imputazione per El Chapo, il boss del Cartello di Sinaloa. Accusato d’omicidi e torture, i procuratori americani lo ritengono responsabile d’aver introdotto negli USA oltre 200 tonnellate di droga. Uno dei testimoni, sentito nell’ultima settimana di gennaio, ha spiegato come la droga attraversa il confine. Spesso entra per le vie legali. Nascosta tra merci che non vengono ispezionate, come nel caso di un carico nascosto tra barattoli di peperoncini. 

Come sanno tutti coloro che in questo Paese si occupano di sicurezza dei confini, il fantasmagorico muro voluto da Donald Trump non fermerebbe il traffico di droga e di esseri umani dal Centro-America. Ma sanno pure che senza rafforzare e incrementare le barriere fisiche — che già esistono su 930 degli oltre 3100 chilometri di confine che separano USA e Messico — il lavoro degli ufficiali di frontiera diventa ancora più improbo. Situazione d’impasse, dalla quale non si esce con la propaganda che il Presidente e i suoi oppositori ripetono senza sprezzo del ridicolo.

Questi due isolati di Downtown Brooklyn costituiscono un vero e proprio distretto giudiziario. Qui ci sono la Suprema Corte della Contea di King (il cui territorio coincide con il borough di Brooklyn) e, soprattutto, la Corte Federale del Distretto Orientale di New York. È in quest’ultima che si tiene il processo a El Chapo. Un enorme palazzo di quindici piani, rimodellato 20 anni fa dal famoso architetto argentino-americano Cesar Pelli.

Ponte di Brooklyn, 4 febbraio 2019

Dopo giornate di gelo che hanno intimidito anche i visitatori più entusiasti, il caldo odierno è un regalo inaspettato per tutti. Il Ponte di Brooklyn è affollato di turisti. Con i loro telefonini, e l’aiuto di filtri impossibili, riescono a vedere un cielo che non esiste. Il blu è assai più pallido di quello che venderanno ai loro amici invidiosi. Le sagome dei palazzi di Lower Manhattan sembrano sfocate. Ma oggi nessuno si lamenta. Nemmeno quelli che sono vestiti con giacche pesantissime perché di sicuro non si sono portati dietro un ricambio leggero.

ANCHE A NEW YORK, COME A PALERMO, IL PROBLEMA È IL TRAFFICO

Tre mesi è durato il processo americano a El Chapo. Durante le prime udienze, il Ponte di Brooklyn veniva chiuso per trasportare il detenuto davanti alla Corte. Un incubo newyorchese, pari solo alla settimana di settembre in cui si tiene l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Sebbene i detenuti che compaiono davanti alla Corte Federale di Brooklyn siano in genere ospitati in una prigione del borough, a Sunset Park, per Joaquín Guzmán è stata fatta un’eccezione. 

Il noto boss della mafia messicana, infatti, è noto anche per essere riuscito ad evadere due volte. La seconda nel 2015, prendendo per il naso il Governo messicano con lo scavo di un tunnel da un chilometro e mezzo sotto la prigione che lo ospitava. Catturato nuovamente dopo sei mesi, è stato estradato a gennaio 2017 negli Stati Uniti. E i giudici federali hanno deciso di non rischiare. Così lo hanno confinato in una cella del carcere di massima sicurezza a Manhattan. Una delle prigioni più sicure d’America (e con il vantaggio d’essere su un’isola ancora più difficile da lasciare della Long Island su cui si trova Brooklyn). 23 ore al giorno in una cella senza finestre. Cortesie riservate solo ai più talentosi tra mafiosi e terroristi.

Dopo aver realizzato che il trasferimento da Manhattan via Ponte di Brooklyn avrebbe creato rischi inutili, e soprattutto disagi insensati per i newyorchesi, il giudice del processo a El Chapo ha deciso di correre ai ripari, annunciando misure alternative. Queste misure non sono mai state specificate al pubblico, ovviamente. Ma è assai probabile che per tutta la durata delle udienze, Guzmán sia stato confinato in una cella costruita apposta nei sotterranei della Corte Federale di Brooklyn.

PALAZZI E PALAZZI OVUNQUE, SOPRATTUTTO DI GIUSTIZIA

Al centro, nel suo color ruggine, il Metropolitan Correction Center, sovrastato dalla mole del Municipal Building (a sinistra) e dalla Thurgood Marshall Courthouse (a destra)

Mentre i turisti tirano dritto, verso City Hall, una volta lasciato il Ponte di Brooklyn io vado verso Centre Street (ed è inutile che il correttore automatico continui a scrivere “Center”: nonostante quella sia l’ortografia esatta in America, questa via ha la memoria inglese e quindi è “Centre”).

Come Napoli — che continua a sembrarmi il paragone più appropriato per New York, l’amata città che da sei anni esatti chiamo casa — anche Manhattan ha la sua Via dei Tribunali. È proprio Centre Street. Qui si trovano davvero uffici giudiziari d’ogni tipo. Dalla Suprema Corte della Contea di New York, su Foley Square, alla Corte Federale del Distretto Meridionale di New York, passando per la Thurgood Marshall Courthouse, cioè la Corte d’Appello del cosiddetto Secondo Circuito (ok, mi fermo).

Lungo Centre Street, e nelle sue vicinanze, si trovano anche due importanti istituti di pena. Il Detention Complex di Manhattan e poi il Centro Correzionale Metropolitano. È quest’ultimo il famoso carcere di massima sicurezza dove El Chapo ha trascorso più di un anno nell’attesa del processo iniziato a ottobre 2018.

Nonostante il regime di totale isolamento cui sono sottoposti i detenuti di questa prigione, è certo che non hanno sofferto le pene dei loro omologhi del Brooklyn Detention Complex a Sunset Park. La scorsa settimana, quando le temperature sono scese di parecchio sotto lo zero, i detenuti di Brooklyn non hanno avuto riscaldamento e acqua calda. Forse una gioia per tanti forcaioli col sangue agli occhi. Ma un imbarazzo grande, se non una vergogna, per l’amministrazione penitenziaria, incapace di risolvere il problema per giorni e giorni interi.

VIGILIA DEL CAPODANNO CINESE

La vigilia del Capodanno Cinese o Nuovo Anno Lunare. Manhattan, Chinatown, Mott Street, 4 febbraio 2019

Alla fine del mio peregrinare tra i palazzi della giustizia newyorchese, arrivo a destinazione: Chinatown.

Da giorni nelle diverse Chinatown di New York c’è ancora più animazione della solita vitalità contagiosa che caratterizza questi quartieri. Le famiglie sono alle prese con gli acquisti, soprattutto di alimentari e giocattoli, per festeggiare l’arrivo del Nuovo Anno Lunare. Stesso discorso vale per le comunità coreane, vietnamite e giapponesi, anche se sono molto meno popolose di quella cinese.

Così come avviene per le festività natalizie, per alcune ricorrenze religiose ebraiche e islamiche, anche domani le scuole pubbliche di New York saranno chiuse. Sarà una giornata di festa pure per tutti coloro che organizzano attività ricreative per i bambini, perché da qualche parte molte famiglie dovranno lasciare i loro figli. Il multiculturalismo di questa città è reale, ed è una grande opportunità, che rende New York unica. Anche quando fa ancora un po’ a pugni con un’organizzazione del lavoro e delle attività economiche che ricalca la tradizionale predominanza dei bianchi o dei cristiani. 

Ricchezza culturale significa che il maestro del mio piccoletto, assieme ad altri tre maestri della stessa scuola, ogni anno organizza un pranzo particolare in occasione del Capodanno Cinese. Tutte le famiglie sono invitate in un ristorante della più grande Chinatown di Brooklyn, a Sunset Park. I bambini della prima elementare assistono ad una celebrazione anticipata dell’Anno Lunare, con tanto di mini parata con leoni e dragoni.

VIVA L’ANNO LUNARE! (SOPRATTUTTO SE TI INVITANO A CENA)

Tempo di tornare sui miei passi. Già completati settimana scorsa gli acquisti per domani, perché anche a casa della “Guida Inutile New York” festeggeremo l’Anno Lunare. A dire la verità, lo festeggeremo solo per cena e a casa di amici iraniani che inaugurano il loro nuovo appartamento. Porteremo pasticceria cinese. E spero troveremo pistacchi, tanti pistacchi…

Nell’attesa della cena a casa della sua giovane amica, in giornata il mio piccoletto sarà spedito, fortunato lui, ad un laboratorio d’arte non troppo lontano da casa nostra (così mamma e papà non dovranno rompersi l’osso del collo). Ancora più fortunato, il ragazzo, perché il suo programma prevede viaggio in metropolitana con destinazione MoMA. Due ore al museo d’arte moderna e poi rientro alla base per realizzare un progetto artistico. Avrà fatto più cose lui negli ultimi dieci giorni, tra scuola e doposcuola, che il sottoscritto nei primi dieci anni della sua vita. Sana invidia.

SIAMO FOTTUTI MA AUGURI, COMUNQUE

“Ehi, my man, devi davvero sbrigarti!”. Il tipo davanti a me è impaziente. Ammetto che non è l’unico ad avere l’urgenza del bagno. “È già la terza volta che tira l’acqua. No, aspetta, questa è la quarta. Ed è entrato con una valigia”, tiene a precisarmi. Annuisco, mentre continuo ad ascoltare la mia musica anche se ho abbassato il volume. Le mie cuffie sono piccolissime, di quelle che infili nelle orecchie. Le sue sono giganti, e le tiene appoggiate alla fronte. Una volta c’era il confronto diretto sotto la doccia, con tutte le teorie sull’inutilità delle dimensioni. Poi è arrivato quello dell’auto, fatto di cilindri e pistoni. Con Dr Dre e le sue Beats la mascolinità ha preso una piega da decadenza dell’impero.

Manhattan, Chinatown, Doyers Street, 4 febbraio 2019

Allontanarsi da Chinatown non è stata forse la migliore delle idee. Ma volevo venire in questa biblioteca di Nolita, che ha sempre dei libri interessanti in esposizione, soprattutto per bambini. Questo mese è la volta dei testi dedicati al Black History Month: da Martin Luther King all’hip-hop, tutto sulla cultura afro-americana e le tante contraddizioni di questa società isterica che non è ancora post-razziale. E poi, in questa biblioteca, ci sono dei bagni mediamente puliti. Oggi sono anche fonte di intrattenimento. Pure il tizio alle mie spalle ha il suo dire: “ehi, tipo! Guarda che dobbiamo veramente andare al bagno pure noi. Dannazione! C’è la coda!”. Urla, tanto per non correre il rischio di non essere sentito anche al piano superiore.

La temperatura è ancora calda. Per strada, tra i vestiti, s’iniziano a scorgere i segni colorati della non imminente primavera. Non solo il nero newyorchese d’ordinanza, ma anche bianco e pure grigio (senape e rosso granata solo per gli alternativi più sfrenati). E poi si scorgono brandelli di pelle nuda. Non solo caviglie maschili e pure un sandalo. Ma anche qualche décolleté femminile sotto giacche pesanti, nel caso la glaciazione tornasse con il tramonto. Ancora pochi profumi, a parte quelli delle anatre arrosto e della marijuana che non si cura della legalizzazione per fini medicinali.

Adesso non è più tempo d’allungare strada, la stanchezza si fa sentire. Lascio la Bowery per imboccare il Ponte di Manhattan. Il sole è ancora abbastanza alto. Il volume della musica nelle mie orecchie è sicuramente oltre i limiti suggeriti dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità. La metropolitana sferra, infernale, giusto a due metri. Ad ogni passaggio dei treni lungo il ponte, cioè ogni quattro minuti, voglio credere che nelle mie orecchie ci sia anche della musica e non solo dolore.

Auguri a tutti. Buon Anno Lunare. Soprattutto a Dr. Dre.

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