Oculus, WTC hub, World Trade Center, New York, Manhattan, New York City, Guida Inutile New York
📍Luoghi

90 Minuti al World Trade Center

New York non dimenticherà mai l’attentato e le vittime dell’11 settembre 2001 al World Trade Center, ma non dimentica nemmeno d’essere una città che di commercio vive

“È pur sempre una stazione per i pendolari del New Jersey”. Tra i newyorchesi, fino agli inizi del 2016, questo era il commento più comune di fronte all’Oculus di Calatrava, l’imponente e costosa struttura a forma di colomba in volo, calata vicino al memoriale dell’Undici Settembre, sopra quello che è anche uno dei più importanti snodi per il trasporto pubblico a New York. Da settembre di quest’anno, quando è avvenuta l’apertura definitiva anche ai non pendolari, quel commento sta lasciando strada ad un’altra impressione: e se l’Oculus fosse solo l’ennesimo stravagante centro commerciale?

11 SETTEMBRE 2001, LA MEMORIA DELLA CITTÀ

9/11 Memorial, World Trade Center, Memoriale 11 Settembre
Memoriale dell’11 Settembre

Premessa, enorme premessa prima di proseguire oltre: il titolo di questo post può essere fuorviante. Il nuovo World Trade Center occupa un’area molto ampia di Lower Manhattan, quasi 65000 metri quadri o circa 6 ettari e mezzo. La metà di quest’area è occupata dal Memoriale e Museo dell’Undici Settembre, che onora le vittime dell’attentato alle Torri Gemelle avvenuto nel 2001. Il resto dell’area è occupato dal One World Trade Center, il grattacielo più alto d’America, e da altri tre palazzi già costruiti o in costruzione. A questi si aggiunge un piccolo parco sopraelevato, anche lui aperto da poche settimane, e in futuro si aggiungerà un centro culturale con sale per teatro, danza e musica, il cui progetto finale è stato svelato solo di recente. È possibile immaginare di trascorrere solo 90 minuti in un posto tanto grande? Un turista che volesse visitare il Museo e magari salire anche all’osservatorio del One World Trade Center avrebbe bisogno come minimo di mezza giornata. Altro discorso per i newyorchesi: a meno di non lavorare in zona, che è tornata negli anni a ripopolarsi di uffici importanti e grandi negozi, questa è ancora per molti abitanti una parte di città dove al massimo si transita e nulla più, se proprio ci si capita. 90 minuti possono bastare e forse pure avanzare.

Park Slope Library, Brooklyn
Brooklyn, Biblioteca di Park Slope

A quindici anni di distanza dall’attentato terroristico che ha distrutto le Torri Gemelle, uccidendo oltre 2600 persone, la città non ha perso la sua memoria, anzi. E la manifesta non solo in quest’area che per lungo tempo ha preso il nome di Ground Zero. Molti di coloro che lavoravano nel vecchio complesso del World Trade Center, infatti, vivevano pressoché ovunque in città. Nella zona sud di Brooklyn, per esempio, in un quartiere come Bay Ridge, sarà facile trovare chiese che al loro esterno espongono targhe o statue che commemorano le vittime dell’attentato. E poiché tra le vittime c’erano molti soccorritori, alcune strade sono state rinominate in ricordo dei vigili del fuoco o poliziotti morti in servizio. Se la memoria di quella tragedia è quindi ben radicata tra i newyorchesi, per molti di loro è comunque ancora doloroso anche solo passeggiare dalle parti del World Trade Center, tanto meno visitare il museo che ricorda quella giornata. Forse per le nuove generazioni di newyorchesi, quelle in età scolastica e con la necessità di costruire la memoria di un evento drammatico non vissuto in prima persona, questo sentimento sarà diverso. Ma nel primo anno d’apertura, dal settembre 2014 all’estate del 2015, solo l’un per cento del milione e centomila studenti newyorchesi aveva visitato le sale del museo dell’Undici Settembre. Ovviamente, ci sono valide ragioni pratiche che giustificano questi numeri scarsi e fare previsioni future su un periodo breve come un solo anno scolastico, già di suo breve, può essere fuorviante. Ma la tendenza è quella, difficile immaginare accelerazioni e cambi di marcia improvvisi.

LE INGOMBRANTI TORRI GEMELLE E GLI ONNIPRESENTI ROCKEFELLER

Sesame Street, Cookie Monster, Twin Towers, World Trade Center
Sesame Street, Cookie Monster amava le Torri Gemelle

Il World Trade Center è sempre stato, fin dalla sua prima progettazione a metà degli anni ’60 e poi una volta inaugurato, un oggetto controverso e mai particolarmente amato dai newyorchesi. Non lo amavano i critici d’architettura, per i quali le Torri Gemelle erano banali o, peggio ancora, arroganti nella loro presunta mancanza di rispetto per lo skyline circostante. Non amavano il World Trade Center i grandi magnati immobiliari di Midtown Manhattan, perché vedevano nelle torri e negli altri palazzi che facevano parte del vasto complesso, un potenziale concorrente in grado di deprimere ulteriormente un mercato degli uffici già afflitto da troppa offerta. Costruito dalla Port Authority di New York e del New Jersey — agenzia che gestisce congiuntamente porti, tunnel e aeroporti dei due Stati — l’originario World Trade Center ha iniziato ad ospitare inquilini dalla fine del 1970 ma ha impiegato un decennio per riempirsi completamente, e solo grazie ad affitti in pratica sussidiati.

Wonder Woman, Twin Towers
Wonder Woman e le Torri Gemelle, 1982

Inserite dal New York Magazine nella lista dei palazzi più detestati della città, le Torri Gemelle erano comunque entrate nell’immaginario collettivo. Non solo erano nello sfondo di film e video musicali, ma regolarmente venivano ricreate nei fumetti, dove erano oggetto di attacchi paurosi o incidenti vari, come quello in cui un aerei o razzi colpivano una delle torri. Prima che la Wonder Woman dei fumetti si schiantasse con il suo aeroplano, la paura che un volo di linea potesse colpire il World Trade Center era arrivata nel 1968 addirittura sulle colonne del New York Times sotto forma di pagina pubblicitaria: un appello rivolto all’allora Governatore dello Stato di New York, Nelson A. Rockefeller, affinché fermasse la costruzione della “montagna” prima che fosse troppo tardi. E chi aveva commissionato questa pagina e la rappresentazione di un aereo in pericoloso avvicinamento alle Torri Gemelle? Gli stessi magnati immobiliari preoccupati dell’eccessiva offerta di uffici a Manhattan, riuniti sotto il nome di “Committee for a Reasonable World Trade Center”. È assai probabile, però, che l’obiettivo politico di questo gruppo di investitori non fosse davvero la missione impossibile di persuadere il governatore ad abbandonare il progetto del World Trade Center. Perché missione impossibile? Perché nella storia di New York, ogni volta che c’è di mezzo il nome Rockefeller, c’è un’altra cosa che non manca mai: il conflitto d’interessi.

1968, un gruppo di magnati immobiliari compra una pagina del New York Times per chiedere al Governatore Nelson Rockefeller di fermare la costruzione del World Trade Center
1968, un gruppo di magnati immobiliari compra una pagina del New York Times per chiedere al Governatore Nelson Rockefeller di fermare la costruzione del World Trade Center

Dopo aver fatto fortuna con il petrolio per quattro decenni, nella depressione economica degli anni ’30 la famiglia Rockefeller si ritrova suo malgrado da sola a investire su un enorme progetto immobiliare a Midtown Manhattan: 14 palazzi in stile Art Deco, un complesso che prenderà il nome di Rockefeller Center, quello famoso per il suo albero di Natale e la pista di pattinaggio su ghiaccio. Negli stessi anni la famiglia, pur con contrasti tra John D. Rockefeller Jr. e sua moglie Abby, è coinvolta anche nella nascita del MoMA e poi nella costruzione della sua nuova e attuale sede. Ma sarà dopo la Seconda Guerra Mondiale che i Rockefeller si riproporranno con dei progetti ancora più ambiziosi se non faraonici per la città. Tra questi, supportata dall’Assemblea dello Stato di New York nel 1946, l’idea di realizzare un centro per il commercio internazionale che fosse complementare alla borsa di Wall Street, la cui importanza come centro finanziario globale stava crescendo progressivamente. Questo enorme World Trade Center, con ben 21 palazzi, doveva svilupparsi lungo l’East River a Lower Manhattan, in un’area che era rimasta estranea allo sviluppo economico di cui aveva invece goduto Midtown (anche per il ruolo svolto, paradossalmente, dallo stesso Rockefeller Center). Alla fine degli anni ’40 lo Stato di New York frena a tempo indeterminato il progetto. Dovranno passare più di dieci anni affinché David Rockefeller, figlio di John e a capo di Chase National Bank, possa riprendere in mano il progetto del World Trade Center. E per il via libera alla sua realizzazione sarà fondamentale il supporto di un altro Rockefeller: Nelson, fratello maggiore e, ancora meglio, Governatore dello Stato di New York. Non solo a quel punto le Torri Gemelle, con i loro 110 piani, vedono la luce; ma quando non trovano inquilini, è lo stesso fratello Governatore a risolvere il problema, spostando al World Trade Center migliaia di dipendenti statali che erano sparsi in diversi uffici cittadini. Chapeau, Nelson (che da lì a breve diventerà Vice Presidente sotto Gerald Ford). Per non lasciare dubbio alcuno sul macroscopico conflitto d’interessi della potentissima famiglia Rockefeller, negli anni ’70 i newyorchesi affibbiano alle Torri Gemelle i soprannomi di “Nelson” e “David”.

LA RINASCITA DI DOWNTOWN E DEL WORLD TRADE CENTER

World Trade Center
(Senza Titolo)

Dopo l’attentato dell’11 Settembre 2001, per mesi a New York si sono confrontati due punti di vista opposti. Da un lato c’era chi voleva ricostruire le Torri, anche più grandi delle precedenti, come segno della forza americana e della capacità della Nazione di affrontare anche le sfide più drammatiche; dall’altro lato c’era, invece, chi si opponeva alla ricostruzione e chiedeva solo che l’area di Ground Zero diventasse un memoriale per le generazioni future. Dietro questa semplificata contrapposizione retorica c’era in realtà un complesso intreccio di legittimi interessi privati e vincoli politici, con George Pataki nella veste dell’allora Governatore da rieleggere. Così l’attuale configurazione del nuovo World Trade Center è diventata il compromesso tra queste due macro-visioni: in sostanza, un equilibrio precario tra il rispetto per le vittime e le loro famiglie, e gli interessi commerciali di chi vanta diritti sull’immensa area. Come richiesto da moltissimi newyorchesi, alla fine l’area delle vecchie Torri è stata preservata dallo sfruttamento commerciale ed è stata destinata esclusivamente a memoriale; ma la Port Authority, proprietaria del vecchio World Trade Center, ha mantenuto il pieno controllo sulla ricostruzione, anche a fronte del fatto che il suo unico e precedente “affittuario”, il fondo immobiliare Silverstein, era l’unico soggetto ad avere ingenti somme da investire, miliardi di dollari derivanti dall’assicurazione sulle distrutte Twin Towers.

North Pool, World Trade Center, 9/11 Memorial, Oculus, Calatrava, WTC
9/11 Memorial, North Pool. Sullo sfondo, L’Oculus

Nei punti esatti dove sorgevano le Torri Gemelle, adesso ci sono le due vasche commemorative. Lungo il loro perimetro, su pannelli in bronzo che ne costituiscono il parapetto, sono iscritti i nomi di tutte le vittime dei tre attentati dell’Undici Settembre 2001 — Torri Gemelle, Pentagono e Shanksville, in Pennsylvania — e delle 6 vittime dell’esplosione che aveva già colpito il World Trade Center il 26 febbraio 1993. Nonostante l’acqua scorra di continuo sulle pareti in granito delle vasche, le cascate non sono assordanti. Anzi, l’effetto è quello di un rumore bianco, quasi fosse un mare. Questo è un memoriale. Per quanto costeggiato da una strategica arteria stradale, e per quanto circondato dal caos cittadino, è pur sempre inteso come un luogo di pace e riflessione. Purtroppo questa pace è non di rado interrotta dalle urla degli imbecilli che devono ricordare a tutti i presenti cosa abbiano dimenticato in albergo. Se preferite vivere un’esperienza più raccolta durante la vostra visita, o anche solo se il vostro livello di tolleranza è incline alla misantropia, il consiglio è quello di arrivare al memoriale nelle ore serali, quando il grosso della folla si disperde a cena. La scarsa luminosità poi, se non proprio l’oscurità, vi risparmierà lo spettacolo squallido di quelli che si fanno l’autoscatto di fronte alle vasche. Se vi sembra moralismo, pensate a qualcuno che si fa un selfie davanti alla lapide di vostra madre. Non dimenticate, poi, che molti dei corpi delle vittime non sono mai stati ritrovati, per cui questo luogo è più simile a un cimitero. Se conoscevate qualcuno tra le vittime, potete rintracciare il nome utilizzando la funzione di ricerca nel sito del Museo e Memoriale dell’Undici Settembre. Scorrere tra i nomi, e guardare i loro volti, renderà in ogni caso meno impersonale la vostra futura visita. Ma, soprattutto, vi aiuterà a comprendere in concreto quanto gli Stati Uniti, e certo non solo a New York, siano e rimarranno sempre una nazione composta da immigrati. Pur con tutte le tendenze xenofobe o razziste che contraddistinguono una parte della popolazione. Yemen, Giamaica, Uzbekistan, Inghilterra. Tra i nomi delle vittime troverete persone nate ovunque, e che qui in America vivevano.

One World Trade Center, America's Response Monument, World Trade Center
One World Trade Center e America’s Response Monument, statua dedicata ai militari delle forze speciali che per primi sono intervenuti dopo l’11 Settembre

Il One World Trade Center si erge dove prima del Settembre 2001 c’era il 6 World Trade Center, giusto poco più a nord rispetto alle vecchie Torri. 104 piani e 1776 piedi d’altezza (541), a simboleggiare l’anno 1776 in cui è stata firmata la Dichiarazione di Indipendenza Americana. Nessuno qui a New York, ma proprio nessuno, lo chiama più Freedom Tower come negli anni successivi all’attentato, sebbene qualche guida turistica e alcuni giornalisti non-newyorchesi di lingua italiana si ostinino a chiamarlo così.

One World Trade Center, New York City, Pizza, New York, 9/11
One World Trade Center sul cartone della pizza: ora è un vero newyorchese

Ci vorrà forse ancora un po’ di tempo perché il One World Trade Center possa davvero entrare nell’immaginario collettivo degli abitanti di questa città. Intanto, è già un buon segno che la sagoma del grattacielo sia finita sui cartoni della pizza che ci consegnano a casa nelle domeniche in cui affondiamo davanti alla televisione per l’indigestione di football (americano). La sproporzione della bandiera che sventola sull’immaginario pennone del One World Trade Center rende la scatola ancora più kitsch. Non si può non amarla. Se volete stare nei 90 minuti, non provateci nemmeno per scherzo a mettervi in coda per salire in cima all’osservatorio. Ma se piove a dirotto e proprio non volete rinunciare alla visione della città dall’alto, evitate di lavarvi all’Empire State Building e corrette quaggiù.

Quanto agli altri palazzi del complesso, dopo quindici anni la situazione è ancora in discreto divenire.

Eataly, World Trade Center, 4 World Trade Center
Eataly, 4 World Trade Center

Il 2 World Trade Center, nella speranza di trovare inquilini, è appena nella fase della pre-progettazione e solo di recente è stata accantonata l’idea originaria dell’archistar Norman Foster per fare spazio al gruppo dell’anti-convenzionale danese Bjarke Ingels (è tempo di risparmi, babe).
Il 3 World Trade Center, attualmente in costruzione, agli inizi di ottobre 2016 ha raggiunto la vetta e, se non ci saranno intoppi, si prevede la sua apertura nel 2018.
Il 4 World Trade Center è già operativo da quasi due anni e da agosto di questo anno ospita il secondo Eataly di New York
Il 5 World Trade Center non si sa se vedrà mai la luce. Come i suoi vicini, tutto dipende dalla capacità della Port Authority di trovare inquilini disposti a pagare un affitto che giustifichi la sua costruzione. New York sarà pure il secondo centro finanziario al Mondo (in attesa di riprendersi il primato, ché qui in molti vedono spacciata Londra se Brexit sarà per davvero); e sarà pure la capitale globale dei media. Ma in una città dove si costruisce in continuazione e dove molte aziende stanno ricollocando a Brooklyn, dopo il New Jersey, attività significative non solo di back-office, la coda per entrare in un nuovo grattacielo di uffici a Manhattan non è al momento così lunga, soprattutto se non ci sono crediti d’imposta all’orizzonte. Il segnale positivo, in previsione futura prossima, è che l’economia newyorchese è sempre meno dipendente dalla finanza (concentrata soprattutto a Midtown) e sta crescendo in quel macro settore che qui è chiamato TAMI, che sta per Technology, Advertising, Media, Information. Molti degli impiegati in quelle industrie vivono proprio a Brooklyn, per cui avvicinare le proprie aziende ai pendolari è strategico.
Il 6 World Trade Center non verrà ricostruito, lasciando un buco nella numerazione, un po’ come all’aeroporto JFK, dove abbiamo il Terminal 8 ma non provate a cercare il 3 e il 6.
Il 7 World Trade Center, nella sua nuova versione, comprende un solo palazzo dei due che esistevano prima dell’Undici Settembre. Completato nell’ormai lontano 2006.

IL TRENO DAL NEW JERSEY E LA MACCHINA DEI SOLDI

Liberty Park, World Trade Center
World Trade Center, Liberty Park

Aspettando che le grandi corporations bussino di nuovo all’uscio della Port Authority di New York e del New Jersey per tornare a insediarsi a Downtown Manhattan, com’è possibile per l’agenzia e il suo partner immobiliare Silverstein generare un vitale e costante flusso di cassa? Semplice: portando attività commerciali ad un passo da milioni di turisti. Perché se i newyorchesi non arrivano di certo in massa quaggiù, e ci vorrà tempo perché lo facciano, non altrettanto può dirsi dei visitatori di mezzo mondo. Una volta attratte da quel formidabile magnete che è il Museo e Memoriale dell’Undici Settembre, queste migliaia di persone al giorno bisogna pur incanalarle dove possano spendere.

Ed è a questo punto che entra in gioco, fin dai mesi successivi all’attentato, Calatrava Santiago da Valencia. L’architetto spagnolo racconta in un’intervista che subito dopo l’11 Settembre 2001 lui e la sua famiglia hanno acquistato un appartamento qui a New York. Mentre il Governatore Pataki era impegnato da mesi a mantenere l’apparenza che la cittadinanza di New York, attraverso un ampio processo di partecipazione collettiva, avesse avuto voce nelle scelte relative alla ricostruzione, nel febbraio 2003 la Lower Manhattan Development Corporation assegnava la redazione del progetto generale di Ground Zero all’architetto Daniel Libeskind. La LMDC era una nuova agenzia Stato-Città creata congiuntamente dal Governatore Pataki e da Rudy Giuliani, l’allora sindaco di New York, con l’intento di gestire gli oltre 20 miliardi di dollari stanziati dal governo federale di Washington per la ricostruzione. La Port Authority, che nell’attentato aveva visto morire 84 dei propri dipendenti e dirigenti, si aspettava come cosa ovvia d’essere ancora lei a gestire la ricostruzione del World Trade Center. Bypassata dalla LMDC, e vissuto come un affronto il ruolo della nuova agenzia, la Port Authority nel 2004 si rivolgeva così all’archistar Santiago Calatrava per la progettazione del nuovo hub dei trasporti.

Ancora prima di ospitare il World Trade Center nelle sue due versioni, infatti, quest’area di Lower Manhattan dal 1909 è uno dei due terminal cittadini della ferrovia che connette lo Stato del New Jersey e quello di New York. Agli inizi del ’900 il suo nome era Hudson Terminal. A metà degli anni ’50 la Hudson and Manhattan Railroad, operatore della ferrovia, va in bancarotta. È da quel momento che si apre finalmente la possibilità concreta di creare il World Trade Center con le Torri Gemelle, il progetto ambizioso dei fratelli Rockefeller. Mantenuta infatti per anni in procedura fallimentare, la H&M Railroad era l’imbarazzo e l’incubo dei politici del New Jersey, i quali a più riprese avevano chiesto alla Port Authority di farsi carico del servizio pendolare tra New York e New Jersey. Quegli stessi politici si opponevano, però, all’idea della Port Authority di costruire il World Trade Center, perché pensavano che le tasse dei contribuenti del New Jersey avrebbero finanziato un progetto i cui vantaggi sarebbero stati solo per i newyorchesi. I politici newyorchesi e la Port Authority, a loro volta, nonostante le pressanti richieste di salvataggio dei loro vicini, si erano guardati bene dal comprare una ferrovia in perdita: con l’apertura di due nuovi tunnel per il traffico su gomma, oltre al già esistente ponte George Washington, negli anni ’50 la ferrovia del New Jersey aveva infatti perso passeggeri e soffriva la concorrenza dell’auto. La situazione di stallo si sblocca nel 1962, con un compromesso: la Port Authority accetta di comprare, rinnovare e gestire i tunnel della vecchia ferrovia a fronte della concessione dell’enorme area dell’Hudson Terminal. In questo modo i politici del New Jersey salvano la cassa e la faccia, mentre quelli dello Stato di New York hanno finalmente il terreno su cui costruire il loro centro per il commercio internazionale. Da quel momento la ferrovia si chiamerà PATH, Port Authority Trans-Hudson.

COLOMBA O DINOSAURO?

World Trade Center
World Trade Center, acciaio e vetro

L’attentato dell’11 Settembre 2001, oltre alle Torri Gemelle, distrugge anche la stazione ferroviaria del World Trade Center e danneggia i binari sottostanti. Nel 2003 viene aperta una stazione provvisoria e viene ripristinato il servizio. Da quel momento, e per oltre dieci anni si è protrae la realizzazione del progetto visionario di Calatrava. Una sorta di enorme colomba bianca, in acciaio e marmo. Il disegno originario era molto più slanciato e prevedeva la presenza di giganti ali meccaniche che potessero aprirsi. Durante la presentazione, nel 2004, Calatrava aveva usato un’immagine poetica, che aveva fatto presa tra il pubblico di giornalisti e addetti ai lavori: disegnando per la platea un bambina e una colomba, aveva spiegato che l’idea era proprio quella della bambina che offriva in dono la colomba, lasciandola volare via. Preoccupazioni sulla sicurezza, almeno vendute come tali, portano a stralciare proprio la parte più originale del progetto, cioè l’apertura delle ali. Ma questo non impedisce al cantiere di procedere ancora più lentamente di quanto previsto dalla tabella di marcia. L’ambizione di Calatrava, come lui stesso ricorda in alcune interviste, era quella di emulare la grandiosità delle stazioni del passato, come la demolita Penn Station o l’ancora attiva Grand Central Terminal. Quelle stazioni non erano immense per ragioni pratiche, perché i treni erano già a trazione elettrica quando furono costruite. Quelle stazioni erano intese come grandi monumenti civici, un po’ come le storiche stazioni europee. Calatrava, seguendo lo spirito del piano generale di Libeskind, che voleva la luce incunearsi da est nel World Trade Center, immagina la sua stazione come un luogo invaso dalla luce del mattino e dal quale sia possibile vedere il cielo, un immenso “oculus” architettonico.

Inaugurato a marzo di quest’anno, l’Oculus di Calatrava è stato concepito dopo un lunghissimo travaglio. Enormi ritardi e lievitazione dei costi. La spesa iniziale prevista nel 2004 è letteralmente raddoppiata: il conto finale è stato di almeno 4 miliardi di dollari, di cui quasi due coperti da fondi federali. Le modifiche alla leggerezza del progetto originario e i costi fuori controllo hanno generato critiche lungo tutto il periodo impiegato per la costruzione. Importanti e famosi critici, sulle pagine dei quotidiani e settimanali cittadini, negli anni hanno definito il progetto di Calatrava uno “stegosauro kitsch” (per via della sua forma di enorme scheletro), lo hanno chiamato “Calatravasaurus”, uno “spreco di immenso di denaro” (boondoggle, come si dice quaggiù), e via di questo passo. Non bisogna mai dimenticare che in una città come questa, in cui il lamento è uno sport cittadino, se il critico di un giornale non monta un po’ di polemica il suo padrone perde copie e profitti. Ciò non vuol dire che il lavoro di Calatrava non posso essere giudicato. Ma in tema di soldi, per esempio, quando si parla di 20 miliardi di fondi federali complessivi, per l’intero area del World Trade Center o di 4 miliardi spesi dalla Port Authority, si deve tener presente che secondo un calcolo dell’amministrazione comunale l’attentato del 2001 ha comportato per la città di New York un danno economico di 95 miliardi di dollari. E se è vero che la Port Authority spende denaro pubblico, perché si sostiene con i pedaggi che paghiamo quando attraversiamo ponti e tunnel o quando entriamo in aeroporto, è altrettanto vero che la stessa agenzia è letteralmente una delle più potenti macchine da dollari degli Stati Uniti. Gli amministratori pubblici dei due Stati la usano come una potentissima leva politica. La Port Authority, infatti, con il suo bilancio annuale di oltre 8 miliardi di dollari, supporta oltre mezzo milioni di lavori nel settore pubblico e privato della grande area metropolitana newyorchese e, sempre nella stessa area, crea un valore aggiunto per l’economia pari a 80 miliardi di dollari all’anno. Insomma, è probabile che alcuni dei critici non sappiano nemmeno di sputare nel piatto in cui stanno mangiando…

L’OCULUS DI CALATRAVA, IL CENTRO COMMERCIALE CHE SPICCA IL VOLO

Grom, World Trade Center
Grom, gelato italiano al World Trade Center

L’Oculus di Calatrava sta già diventando un’attrazione che non può mancare nella marcia forzata dei turisti al World Trade Center. La stazione ha un flusso di traffico di appena 50mila pendolari nelle giornate lavorative, poca cosa rispetto alle altre grandi stazioni della città. Questa piccola massa di persone, camminando sotto l’immensa volta dell’Oculus, può raggiungere il Fulton Center, dal quale passano 9 linee di metropolitana e, a breve, potrà connettersi direttamente anche alla linea 1. Ma se per il futuro si guarda alla crescita di pendolari che da Brooklyn proprio al Fulton Center arriveranno e dal dedalo sotterraneo dell’Oculus potranno raggiungere tutti i grattacieli con i nuovi uffici, adesso è proprio ai turisti che si guarda. Perché la grande stazione di Calatrava è soprattutto un enorme centro commerciale, con tutti i marchi tipici di un “mall”, da Apple a Victoria’s Secret passando per Mont Blanc e Kate Spade. E i newyorchesi, in genere, non vanno pazzi per i centri commerciali, che sono più un concetto tipico dell’America suburbana. Certo, molte famiglie benestanti (a usare un eufemismo) stanno tornando a vivere a Downtown. Ma con un area che, oltre al centro commerciale gestito da Westfield nell’Oculus, comprende anche il vicino Brookfield Place che si affaccia direttamente sull’Hudson, è assai improbabile che i 60mila abitanti della zona siano sufficienti per generare il reddito che gli investitori si aspettano. Dagli oltre 120 negozi che saranno aperti quando il centro andrà a regime, Westfield si attende un giro d’affari tra i 700 milioni e il miliardo di dollari all’anno, con 300.000 visitatori al giorno. Numeri elevati e che sembrano assai lontani dalla realtà attuale.

Oculus, WTC Transportation Hub, World Trade Center, Santiago Calatrava
World Trade Center, l’interno dell’Oculus, l’hub dei trasporti progettato da Santiago Calatrava

Può darsi che negli anni i newyorchesi cambieranno mentalità e inizieranno ad abituarsi all’idea di fare shopping in centri commerciale che di internazionale hanno solo il fatto d’essere pressoché identici e monotoni in tutto il Mondo. In fondo, uno dei lamenti ricorrenti in città, e non solo tra i vecchi newyorchesi, è che Manhattan, riempiendosi di catene di negozi, stia perdendo piano piano la sua anima e che questo destino, se non farà attenzione, segnerà anche la Brooklyn dei brownstone e degli artigiani locali. Potrebbero cambiare, i newyorchesi, idea soprattutto nelle giornate di pioggia o di freddo inclemente. Perché dalle metropolitane del Fulton Center al centro commerciale del Brookfield Place, passando per quello dell’Oculus, ci sono almeno 600 metri di camminata al coperto e la possibilità di lasciare per strada lo stipendio mensile. Personalmente, continuo a preferire l’ombrello.

Chissà invece cosa ne pensa David Rockefeller del nuovo World Trade Center. Con i suoi 101 anni, ad oggi, è il più vecchio Rockefeller ancora in vita…

Oculus, Fulton Center, World Trade Center
Lasciando l’Oculus per tornare a casa

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *