Fifth Avenue, Manhattan, Yankees Store
📍Luoghi

Tutta nostra la città

E per lungo tempo saranno tutti nostri anche i ca**i amari, tra uffici chiusi, turisti perduti, fuochi d’artificio, pistole e autoerotismo di strada.


Prima di lanciarvi a capofitto, un’informazione di servizio. Questo post è anche un non-libro, che potete leggere sul vostro Kindle o un qualunque lettore per eBook. Perfetto se non avete voglia di rimanere qui sul blog e preferite leggere in un altro momento, magari senza essere connessi alla rete.

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Buona lettura!


Qualche settimana fa, rispondendo ad un mio commento assolutamente non richiesto su una sua fotografia, un’amica napoletana mi ha scritto: “so rude” (molto maleducato). Lei non ne ha la più pallida idea, ma è riuscita a regalarmi uno dei migliori apprezzamenti che potessi mai desiderare. Per me è stata l’ennesima prova del nove: sono un vero newyorchese. Lo sapevo già, non fatevi ingannare dalla falsa modestia. Ma tutti abbiamo bisogno di conferme, no? Chi non apprezza un complimento? Il rafforzamento dell’autostima è pur sempre una delle motivazioni per cui gli esseri umani flirtano in continuazione, anche quando non puntano alle lenzuola. Lo sapeva pure quella vecchia lince d’Aristotele che non parliamo mai a vanvera, ma comunichiamo sempre con un obiettivo ben preciso in testa.

LA METAMORFOSI DEL TORINESE IN UN VERO NEWYORCHESE

Viaggiando oltre la cinta daziaria della mia città natale, da vero torinese sono sempre stato considerato “falso e cortese”. A poco valeva che non avessi un’intonazione sabauda. “Ma tu non hai l’accento piemontese”, dicevano con sorpresa i miei amici in giro per l’Italia. E ancora meno contava il fatto che per alcuni conoscenti e amici torinesi io potessi, in realtà, quasi essere un anello di congiunzione nella linea evolutiva di qualche “Minchia Sabri” al maschile. A Torino non si è mai razzisti, sono “loro” che sono meridionali. Il torinese autentico, quello che adotta istintivamente gli usi e i costumi locali, anche se immigrato recente o di lunga generazione, è cordiale in ogni occasione. Almeno  così dovrebbe essere, secondo lo stereotipo più consolidato. Ha sempre una parola gentile, il torinese vero, usa sempre buone maniere. Anche quando ti disprezza, il torinese vero non lesina un sorriso di cortesia. Non è ipocrisia, la sua. Solo minima creanza, che viene usate in tutte le circostanze. Quando arriva in panetteria, per esempio, il Torinese con la T maiuscola prima saluta e poi chiede se potrebbe avere un paio di biovette. Non ordina il pane, come tutti gli esseri umani. No, formula invece una frase ipotetica e attende la risposta, prima d’involarsi in un’educata trattativa sulla cottura e le dimensioni della pagnotta (siete giustificati nel vostro ghigno: indulgendo in supercazzole ci sta anche un inconscio richiamo ai cazzi veri e propri). Con i suoi modi educati, che possono arrivare ai limiti dell’affettazione, il torinese vero è capace di creare una coda anche se c’è solo un’altra persona dietro di lui.

New York, Times Square, Batman è in città
Batman a Times Square, perché questa città è pur sempre Gotham

Per un torinese autentico, New York è la nemesi. Qui c’è poco spazio e ancora meno tempo. In un ambiente che è sempre angusto, anche quando si tratta dell’ampio marciapiede di una larga strada, la folla deve darsi una mossa. Quando si è costretti a respirare l’alito dei vicini — anche se adesso il coronavirus sembra offrire un po’ di sollievo con le sue regole sul distanziamento sociale — la famosa tolleranza newyorchese verso il prossimo si esprime giusto nel contenimento degli istinti più violenti. Nonostante ogni settimana qui in città si conti almeno una mezza dozzina di idioti che si uccidono tra loro a colpi di pistola, anche per una semplice discussione o solo qualche affronto all’onore — e i crimini violenti siano in costante aumento, come leggerete più avanti — la stragrande maggioranza di noi newyorchesi non arriva alla mani, tantomeno usa armi da fuoco per regolare questioni banali. Ma la nostra sopportazione per il prossimo finisce lì. Le offese e le parolacce sono all’ordine del giorno, e ce n’è per tutti (vecchi e bambini compresi).

“Gli ho fatto presente che avrebbe dovuto indossare la mascherina per fare la spesa e lui mi ha risposto di farmi i cazzi miei. Ho già lavorato qualche anno per questa catena di supermercati, in New Jersey, dove vivo. Ma non sono mai stato trattato con così poco rispetto come nelle ultime settimane qui a Brooklyn”, si lamenta il cassiere di Wegmans, mentre aspetta a braccia conserte che qualcuno arrivi con un carrello pieno d’arroganza per mettere di nuovo a dura prova la sua sensibilità. “Benvenuto a New York”, gli fa eco il mio cassiere, con la più classica delle espressioni newyorchesi, da pronunciarsi rigorosamente con un misto di sarcasmo e disincanto. Mi levo gli occhiali da sole, ma tengo ovviamente la mia mascherina. Lancio un cenno d’approvazione al mio cassiere. Poi racconto alla povera anima del New Jersey un episodio al quale ho assistito qualche anno fa, certo che possa ispirargli nuova fiducia negli esseri umani. Sicuro che possa aiutarlo a rafforzare le uniche difese immunitarie necessarie per vivere a New York: quelle che fortificano il carattere e distruggono ogni virus della più perniciosa permalosità.

Union Square, New York
Manhattan, pennichella su Broadway all’angolo con Union Square

Un bel pomeriggio di primavera camminavo per Midtown, diretto verso la stazione della metropolitana che mi avrebbe riportato a casa. Il solito traffico, quello a cui tutti i newyorchesi fanno il callo, anche i pedoni che si esercitano nello slalom tra le auto in fila o quelli che fanno infuriare gli automobilisti perché camminano sulle strisce pedonali ma sempre e solo con il rosso pieno. Ad un’incrocio noto che una poliziotta sta faticando più del solito a regolare il flusso delle auto. Continua a fare cenno a tutte le macchine di proseguire dritto, ché svoltare a sinistra, come sarebbe normalmente consentito in quella strada, è invece al momento fuori discussione. Qualcuno bofonchia, ma tutti tirano dritto, anche perché la poliziotta è irremovibile. Quasi tutti. Un tizio, pensando forse d’essere più intelligente degli altri, tira giù il finestrino e si mette a parlare alla poliziotta. Così facendo, ovviamente, blocca anche le macchine che sono dietro di lui, ma non sembra preoccuparsene. La situazione non si smuove e il semaforo sta per diventare rosso. L’agente continua ad agitare il braccio nella stessa direzione, indicando al tizio che deve togliersi di mezzo e tirare dritto. A quel punto, il tizio inizia a strillare. Prima d’arrendersi, non rinuncia però a mandare la poliziotta a quel paese, apostrofandola “fucking bitch”. La poliziotta non fa una piega e ricambia al tizio l’invito d’andare a quel paese, chiamandolo “fucking asshole”. Le macchine iniziano a muoversi, l’incrocio si svuota in fretta e la vita riprende come nulla fosse.

Morale della storia? I permalosi, a New York, non sopravvivono.

TURISTA, TU NON CI AMI PIÙ

L’americano medio, questa figura leggendaria che nessuno ha mai incontrato — al pari dell’italiano medio, dello spagnolo medio e dell’unicorno medio — pensa che il newyorchese medio sia “rude” (che si pronuncia “rud” troncando la “e” finale, per coloro che sono ancora rimasti al torpedone). Quest’ultima è una specie di parola ombrello, sotto la quale puoi infilarci almeno una mezza dozzina di significati. Maleducato, grezzo, rozzo, volgare, brusco, scortese, triviale. Il concetto dovrebbe essere chiaro: i newyorchesi non te la mandano a dire.

Anche i turisti che arrivano in città dal resto degli Stati Uniti pensano che i newyorchesi siano degli zotici. Sono turisti spesso abituati al senso dell’ospitalità che si respira nel sud del Paese, quell’accoglienza calorosa che trovano appena mettono piede in un qualunque albergo della Georgia o quando arrivano in quel gioiello di città che è Charleston, in South Carolina. Solo l’infatuazione per le luci di Times Square, gli spettacoli di Broadway, o i dinosauri del Museo di Scienze Naturali rende loro quasi tollerabile il carattere ruvido dei newyorchesi. Ovviamente, gli autoctoni pagati per essere gentili, come i camerieri dei ristoranti, elargiranno grandi sorrisi al turista in cerca d’indigestione. Ma già il cameriere d’un diner non andrà troppo per il sottile, e farà capire con pochi giri di parole che il turista dovrà ordinare in fretta e, con altrettanta solerzia, ingurgitare le sue patatine e poi sgombrare il tavolo. Se il turista comprenderà a malapena gli annunci in metropolitana, e penserà che si tratti di un problema all’altoparlante, non avrà miglior fortuna quando proverà a chiedere informazione direttamente agli addetti rintanati nei loro gabbiotti in stazione.

Times Square, pochi turisti in città nell’estate del Covid
Pochi turisti, a Times Square, e i bambini apprezzano

In giro per il mondo, una qualunque città i cui abitanti avessero la fama d’essere poco inclini alla socializzazione con i visitatori non avrebbe alcuna speranza di finire nella lista delle mete turistiche imperdibili. Ma si sa: l’attrazione sensuale esercitata da New York sulla moltitudine di chi non ci vive le fa perdonare quasi qualunque peccato di superbia. Nell’epoca di Instagram, poi, quel che conta è solo mettere la tacca sul fucile delle cose viste, nemmeno dei luoghi visitati. Poter vantare con parenti, amici e conoscenti vari d’avere un autoscatto con l’Empire State Building sfocato sullo sfondo vale oggi, per molti, più di una pizza mangiata sul cofano della macchina con gli amici o di un pomeriggio passato al motel con l’amante. Se i turisti americani non si fanno intimidire dal loro pregiudizio sulla maleducazione dei newyorchesi, e sono sempre arrivati a milioni qui in città per la sua offerta culturale, i turisti provenienti dall’Europa, ancora più infatuati dalle attrazioni cittadine, spesso non hanno nemmeno idea della nomea che accompagna gli abitanti di New York.

Di fronte a quest’amore incondizionato, i newyorchesi non hanno mai avuto alcun incentivo a migliorare le loro capacità relazionali. Hanno ricevuto dollari anche mostrando il loro volto peggiore. Perché mai cambiare il tuo orrendo carattere se gli amanti ti ricoprono d’oro semplicemente per quello che sei? Una relazione sentimentale perfetta, da sogno. Fino a quando non è arrivato Covid, e a quel sogno s’è sostituito un incubo che ha ben poco d’immaginario. Il flusso dei turisti è terminato di botto, e con lui la corrente di denaro che pagava stipendi, affitti e profitti per gli oltre 300.000 tra noi che vivono di turismo. Vale la pena ripetere qualche numero, soprattutto per coloro che hanno il privilegio di lavorare dal proprio tinello e pensano che chi è contrario a nuove quarantene generalizzate sia un folle omicida che vuole solo sterminare mamme e nonne. 

Financial District, Broadway, dove non si vedono più forestieri e i negozi per turisti sono chiusi

A New York, prima del Covid, arrivavano 65 milioni di turisti all’anno. Le autorità comunali e la locale camera del commercio calcolano che i 46 miliardi di dollari spesi direttamente dai turisti abbiano un impatto complessivo di 70 miliardi di dollari sull’intera economia cittadina. Questi soldi non finiscono solo nelle tasche di albergatori, guide turistiche, musei, ristoranti o bancarelle che vendono cappellini dei New York Yankees. Vengono usati anche per pagare all’erario cittadino miliardi in tasse. La città, a sua volta, con gli introiti delle tasse può pagare insegnanti, assistenti sociali, poliziotti, vigili del fuoco, netturbini e può contribuire al costo d’una miriade d’altri servizi, come la metropolitana o come gli 11 ospedali e 70 ambulatori di “NYC Health + Hospitals”, il più grande sistema locale di sanità pubblica in America. Il crollo verticale dell’industria turistica, con l’enorme indotto che si allarga alla ristorazione e al commercio, oltre che in danno economico e migliaia di licenziamenti potrebbe tradursi prestissimo in una crisi fiscale, le cui conseguenze sono facilmente immaginabili anche se ancora non si vedono. Il bilancio di New York supera i 90 miliardi di dollari all’anno e la città incassa oltre 60 miliardi in tasse. La spesa più grande è per l’educazione, con almeno 30 miliardi. Servono per tenere in piedi il più grande distretto scolastico degli Stati Uniti, con 1.100.000 studenti e 75.000 insegnanti. Altri 18 miliardi vanno invece ai servizi di welfare e alla sanità pubblica. Già solo questi numeri lasciano intuire il disastro finanziario cui potrebbe andare incontro la città se l’economia tardasse a riprendersi, a partire dal vitale settore turistico. Oggi la disoccupazione a New York City è al 20% e per le casse cittadine si parla di un possibile buco di 9 miliardi di dollari. A giorni potrebbero arrivare lettere di licenziamento per i dipendenti comunali.

Fino a quando non verrà prodotto e somministrato su scala globale un vaccino che possa almeno essere efficace nel 60-70% dei casi, è ben difficile che il turismo internazionale possa riprendere a pieno ritmo. Stare per nove ore su un aereo stipato d’esseri umani, per quanto mascherati e soggetti ad aria filtrata ogni tre minuti, sarebbe ancora considerato rischioso da tantissimi. In nove ore devi mangiare, andare al cesso, dormire russando e via di questo passo. Come anche Miami e la Florida — la seconda casa della vostra Guida Inutile — New York è una di quelle poche città americane che accoglie ogni anno milioni di turisti da mezzo pianeta. Per questo motivo la sua industria dell’ospitalità, e con lei le casse comunali, soffriranno molto di più che in altre aree d’America. Se il vaccino arrivasse il prossimo anno, non si vede comunque come prima del 2022 ci possa essere una massiccia inversione di rotta. Alla Port Authority di New York e New Jersey pensano che prima del 2023 il traffico aereo non tornerà ai livelli pre-pandemia. Anche a sbagliare le previsioni di sei mesi o un anno, già oggi il settore turistico newyorchese è in stato comatoso, e le sue moribonde condizioni di salute si riverberano sull’indotto della ristorazione e del commercio a Manhattan, mettendolo in ginocchio.

Manhattan, Lexington Avenue e East 24th Street: cappelli da cowboy, calzini bianchi, pantaloni mimetici, torsi nudi e pure maschere da banditi

Annullare di fatto o per decreto governativo il traffico aereo in isole sperdute del Pacifico come le Hawaii e la Nuova Zelanda, isolandole ancora di più dal resto del Mondo, garantisce immunità da qualunque virus, non serve essere epidemiologi per comprenderlo. Il piccolo stato delle Hawaii, con il suo milione e mezzo di abitanti, ha il più basso tasso di contagi e mortalità di tutti gli Stati Uniti, sia in relazione al numero dei casi positivi che in percentuale calcolata ogni centomila abitanti. Sino ad agosto hanno avuto poco meno di 6.600 casi e 46 morti. Le Hawaii hanno un’estensione 36 volte più grande di New York City, e l’area metropolitana di Honolulu, con i suoi 950.000 abitanti è di poco più piccola del territorio occupato dai cinque borough newyorchesi. Nessuno quaggiù parla di un presunto modello hawaiano nel contenimento del coronavirus, perché sarebbe ridicolo. La stampa mondiale — che spesso è una banale traduttrice di quella americana, cioè newyorchese — si è invece innamorata della Nuova Zelanda, considerandola un modello da seguire. L’intera Nuova Zelanda ha la metà della popolazione di New York City, e si estende su un’area che è pari a 346 New York City messe in fila. L’area metropolitana di Auckland è grande quanto New York City, ma ci vivono solo un milione e seicentomila abitanti, contro gli otto milioni e mezzo di abitanti che popolano la grande mela ammaccata. Prima del coronavirus, milioni di turisti europei raggiungevano New York e non la Nuova Zelanda, perché non dovevano sborsare un capitale per fare 24 ore di viaggio. Ormai sappiamo pure che il virus è arrivato qui in città soprattutto dall’Europa, ben più che dalla Cina. Ma bloccare sostanzialmente il traffico aereo di New York, e quindi anche quello turistico, non trasforma la città in una fortunata isola in quarantena e sferra invece un colpo letale alla sua economia.

Ancora una volta, la città di New York offrirà un osservatorio anticipato per capire cosa potrebbe capitare al resto dell’America se non prendesse le dovute contromisure. Assieme ai turisti perduti, saranno gli impiegati e l’odiato “un per cento” della popolazione — fumo negli occhi di Bernie Sanders — che detteranno il futuro di New York City.

DALLE 9 ALLE 5 È IL DESERTO

Mentre quaggiù tutti quanti aspettiamo di vedere come la prolungata assenza di milioni di turisti si tradurrà sulle casse della città, ciò che a New York è invece già visibile da subito è la desolazione di larghe aree di Manhattan. Le strade di Midtown, e poi ancora il Flatiron District e l’area di Union Square sono irriconoscibili, i marciapiedi affollatissimi un ricordo lontano. La prima impressione spinge la mente a pensare cosa potrebbe essere New York senza milioni di visitatori annuali. Una città idilliaca, più a misura d’uomo, dove gli abitanti si riappropriano dei loro quartieri. Ma è un illusione che dura davvero qualche istante. Non sono solo i turisti spaventati dal coronavirus o tenuti lontano dal blocco aereo a disertare i quartieri più centrali della città, ma anche gli stessi newyorchesi. Primi fra tutti, gli impiegati. Da Brooklyn e Queens la metropolitana verso Manhattan è semivuota anche in quella che una volta era l’ora di punta del mattino. I treni affollati di pendolari dal New Jersey, da Long Island e dalle contee a nord della città, sono spariti. Nonostante il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, abbia decretato la quarta fase di riapertura delle attività economiche, gli uffici della città sono sostanzialmente deserti. Le grandi banche e le multinazionali, da Jp Morgan a Google, stanno offrendo ai loro dipendenti la possibilità di lavorare da casa. Alcune arrivano a dichiarare, senza timore del ridicolo, che questa scelta è per sempre, come i diamanti delle pubblicità. Non si tratta di generosità, sensibilità ambientale, preoccupazione per la salute dei dipendenti o nuova e duratura tendenza nella gestione del personale, dettata magari dallo sviluppo tecnologico. Minchiate, come avrebbe sicuramente detto anche Tancredi Falconeri. È solo un ragionevole calcolo dei rischi e dei benefici per queste aziende, che ha però un costo elevato sull’economia indotta dell’intera città.

Manhattan, Fifth Avenue semi-deserta in un pomeriggio d’estate

Sebbene la conoscenza scientifica di SARS-Cov-2 sia ancora ridotta e non definitiva, sembra sempre più chiaro che il coronavirus si trasmetta soprattutto per via aerea. Quando parliamo, quando starnutiamo, quando cantiamo, rilasciamo nell’aria goccioline che sono più o meno grandi. Quelle di uno starnuto sono decisamente più grandi e volano più lontano di quelle emesse mentre sussurriamo, soprattutto se non sono contenute almeno un minimo da un fazzoletto, da un gomito o, ancora meglio, da una mascherina davanti alla nostra bocca. Una di queste piccole gocce può ovviamente cadere sulla superficie di una scrivania o sul bancone del bar dove prendiamo il nostro caffè. Ma a meno di non starnutire una pozzanghera direttamente sulla tazzina, sul bicchiere o sui loro immediati dintorni — la qual cosa sarebbe stata sconsigliabile anche senza coronavirus assassino — le microscopiche goccioline che sempre accompagnano le nostre parole sono meno potenti e pericolose quando atterrano sulla superficie di un mobile, perché sono piu piccole e soggette, prima o poi, ad evaporare. Quando rimangono a fluttuare nell’aria, invece, il nostro naso sembra in grado di intercettarle con una discreta efficacia. Almeno questo è quello che alcuni studi stanno iniziando ad osservare. Il consiglio di lavarsi le mani ed evitare di toccarsi la faccia rimane sempre validissimo, una precauzione cui non è difficile attenersi con un minimo di attenzione e memoria vigile. Più difficile e problematico, invece, contenere il rischio di respirare microscopiche particelle che rimangono a vagare nell’aria. È questa la paura che tiene chiusi i grandi uffici di Manhattan, perché in molti di questi ambienti il ricircolo dell’aria non è garantito. Di più: non è nemmeno fisicamente concepibile.

Nei grattacieli e in molti palazzi alti di New York spesso non esistono finestre che possano essere spalancate. I sistemi di condizionamento, quand’anche dotati dei migliori filtri, soprattutto nei mesi più caldi non pompano continuamente aria dall’esterno, perché altrimenti sarebbero costretti a consumare molta più energia elettrica, con bollette ancora più astronomiche di quelle che già regolarmente vengono pagate. A meno di non essere eroi alla guida di una Dacia il cui unico sistema di raffreddamento dell’abitacolo siano i finestrini spalancati (vale pure per le vecchie Panda), potete sperimentare da voi stessi il maggior consumo energetico necessario per rinfrescare l’interno di un’automobile. Quando accendete l’aria condizionata e, dopo qualche chilometro, chiudete il flusso in arrivo dall’esterno, la temperatura si abbassa più velocemente, perché il vostro impianto deve sforzarsi di meno. Che succede in un ufficio dove l’aria potenzialmente malata viene sospinta per dieci minuti da un’angolo all’altro prima che arrivi nuova aria di ricambio da fuori? Succede che il coronavirus aleggiante, invece di collassare al suolo o prendere la via di una finestra, ha maggiori probabilità di finire nei polmoni di qualcuno. Con gli uffici praticamente chiusi in tutta America, il coronavirus ha dovuto cercare altri veicoli di trasmissione. È quello che è avvenuto attraverso l’aria condizionata nei bar e nei ristoranti di Texas, California e Florida, dove soprattutto i più giovani si sono affollati a partire dall’ultima settimana di maggio, coincidente con la fine dei lockdown — comunque modesti rispetto alla severità di quelli europei — e con l’inizio dell’ancora più calda stagione estiva. Come non bastasse, pare che l’aria secca generata dai condizionatori faciliti la risalita del virus nelle nostre narici ben più della fastidiosa aria umida che ci fa sudare sette camicie. Per questo motivo un bar a Miami, dove l’aria condizionata è sempre al massivo livello, uccide più di un bar sui Navigli, infestato da zanzare attratte dai canali e dai cocktail annacquati.

Manhattan, Midtown, Fifth Avenue: skateboard, telefonino e mascherina, perché la sicurezza stradale e batteriologica vengono prima di tutto

Una volta chiaro il meccanismo di contagio in un ambiente pressoché sigillato, cosa succede se la mia azienda mi obbliga a tornare in ufficio e io mi ammalo, magari gravemente? Succede che posso farle causa. In America è già avvenuto in centinaia di casi, ma quasi sempre si è trattato di dipendenti di piccole imprese, spesso nei settori manifatturieri come quello alimentare. Nella sostanza più brutale di tutte, è questa la ragione principale che tiene i lavoratori americani lontani dai loro uffici, non certo il fatto che Tim Cook e gli altri campioni della Silicon Valley abbiano a cuore le sorti dell’umanità. Al momento, non esiste una copertura legislativa che esoneri i datori di lavoro dalla responsabilità civile e, tantomeno, un fondo federale che possa coprire i danni e le spese sanitarie di chi facesse causa. Così le aziende che possono, cioè quelle che hanno migliaia di colletti bianchi, lasciano i loro impiegati a casa e ci fanno la lezione su come contenere Covid, attraverso il più rigoroso distanziamento sociale immaginabile. Tutte le altre aziende piccole o grandi dove la maggior parte dei lavoratori deve sporcarsi le mani con la maionese o con la polvere, e la cui sopravvivenza economica dipende dal desiderio dei consumatori di comprare prodotti tangibili, non hanno il privilegio d’offrire ai loro dipendenti una scrivania con telecamera ad alta definizione in cucina. A New York, nella Manhattan dove si concentrano migliaia di grandi uffici come in pochissime altre città al Mondo, molti di coloro che lavorano nei servizi stanno pagando a caro prezzo la prolungata assenza di impiegati nei cubicoli.

Da Starbucks ai venditori di hot dog, passando per ristoranti, bar, food trucks, pizzerie e tanti altri, il giro d’affari è crollato verticalmente. Molti piccoli imprenditori hanno dovuto licenziare i loro dipendenti, altri hanno invece faticato a trattenerli pur avendo la possibilità di pagarli. La paura d’essere contagiati, ovviamente, ha fatto la sua parte. Ma ancor più rilevante è stato, paradossalmente, il compenso economico a sostegno della disoccupazione. Il sussidio cambia da Stato a Stato, ma mediamente è attorno ai 400 dollari alla settimana. In Alabama e Florida è pari a soli 275 dollari, mentre in Indiana arriva a 390 dollari, in Iowa a 480, in Nevada a 470, in New Jersey a 713 e in Massachusetts sale fino a oltre 800 dollari. A New York il sussidio settimanale di disoccupazione è di 504 dollari. Da quando è scoppiata la pandemia del nuovo coronavirus, il Congresso americano ha approvato un aiuto federale a integrazione dei singoli sussidi statali, con l’obiettivo di sostenere i consumi e quindi l’economia tutta. Questo contributo, la cui scadenza è maturata alla fine di luglio, e il cui rinnovo è adesso oggetto di lunghe trattative tra l’Amministrazione Trump e i Democratici, è stato pari a 600 dollari alla settimana. Come molte storie e aneddoti vari hanno confermato (anche la vostra Guida ne conosce direttamente), tanti lavoratori di piccole imprese o aziende artigianali hanno preferito mettersi in disoccupazione, sapendo che avrebbero guadagnato di più rispetto ai loro salari tradizionali. Con una media di 1000 dollari alla settimana, garantiti dai diversi Stati e dal Governo federale, ben pochi disoccupati hanno sentito l’urgenza di tornare al lavoro, anche quando è stata offerta loro l’opportunità. Sarebbe stato folle il contrario e questi soldi hanno comunque tenuto alta la spesa per gli acquisti. Se però adesso il sostegno federale non venisse in qualche modo confermato, per questi lavoratori e le loro famiglie potrebbe davvero iniziare una spirale di crisi. Quella che porterebbe poi tutta l’economia verso il disastro economico e sociale di una nuova Grande Depressione. 

Brooklyn, manifestanti per “Black Lives Matter” davanti al Barclays Center

Camminando per le classiche vie commerciali privilegiate dai turisti, a partire dall’arcinota Fifth Avenue delle grandi catene internazionali e delle boutique di lusso, salterà immediatamente all’occhio la desolazione dei marciapiedi semivuoti. Mentre tanti negozi hanno riaperto a giugno con l’avvio della cosiddetta “fase tre”, ma rimangono comunque deserti, tanti altri hanno invece  chiuso i battenti per sempre, perché Covid-19 è stata l’ultima mazzata arrivata su un settore già in sofferenza a causa delle nuove abitudini dei consumatori. Passeggiando in un pomeriggio qualunque, dal Village a Midtown, non sarà poi così infrequente trovare ancora grandi negozi completamente sbarrati da larghe assi di legno. Qualche settimana fa se ne contavano centinaia in tutta Manhattan. Tra fine maggio e gli inizi di giugno, le più o meno pacifiche proteste serali del movimento Black Lives Matter, scatenate dalla morte dell’afroamericano George Floyd per mano di un poliziotto bianco a Minneapolis, sono state accompagnate da razzie che nulla avevano a che vedere con le manifestazioni antirazziste e contro la brutalità della polizia. A margine delle proteste ordinarie, e per almeno cinque serate di fila, in tutta la città, da Brooklyn al Bronx, si sono viste scene notturne di saccheggi contro centinaia di grandi catene commerciali e anche solo piccoli negozi o farmacie di quartiere. Si ripetevano sistematicamente all’inizio di quello stesso coprifuoco serale imposto dal Sindaco De Blasio proprio per fermare le violenze. La polizia, sostanzialmente e su ordine dell’amministrazione cittadina, non ha cercato lo scontro, lasciando così mano libera a vandali e saccheggiatori. 

Saks Fifth Avenue, assi di legno e filo spinato per difendersi dalle razzie di giugno

I negozi, da Nike a Apple passando per quelli più piccoli, non hanno trovato altro modo che proteggersi da se, sigillando le vetrine con assi di legno, come durante una guerra. Saks su Fifth Avenue ha fatto notizia perché, oltre a sbarrare le sue vetrine, si è dotato pure di un servizio di polizia privata che stazionava 24 ore su 24 all’ingresso. Chi pensasse che quest’ultima sia stata una trovata stravagante, magari l’ennesimo eccesso del capitalismo che inaridisce le anime e deruba i portafogli e distrugge l’ambiente e uccide il futuro, farebbe meglio a risparmiare l’indignazione per cause meno perse. Scene simili si sono ripetute in decine e decine di città in tutta America, anche se la CNN e il New York Times hanno fatto finta di non vederle. Nella Minneapolis di George Floyd, per esempio, si sono visti uomini armati di tutto punto, con fucili e mitragliatori a ripetizione proteggere negozi in quartieri che sono stati presi d’assalto da razziatori. Alcuni di questi improvvisati vigilanti si sono posizionati anche in punti strategici, tipo sui tetti dei bassi fabbricati che ospitavano i negozi presi di mira. La differenza rispetto a New York? Non tanto la spontaneità di queste ronde di sorveglianza, ché in molti Stati d’America è assolutamente legale portare in pubblico anche armi d’assalto. Quanto il fatto che i quartieri dove hanno fatto la loro comparsa questi vigilantes siano quartieri poveri, popolari, dove la quasi totalità degli abitanti è afroamericana. E che questi difensori della comunità siano tutti afroamericani. Tradotto: neri americani che difendono le attività economiche di altri neri americani dagli assalti criminali di… neri americani. Quando lo slogan del momento ti ripete all’infinito che le vite dei neri contano, non serve nemmeno essere ingenui o intellettualmente disonesti per non vedere che c’è qualcosa che non torna. È sufficiente essere ciechi o anche solo daltonici.

NON È VERO CHE ANCHE I RICCHI PIANGONO

Se l’assenza di turisti, gli uffici disertati dagli impiegati e i negozi sbarrati non fossero sufficienti a trasformare interi quartieri di Manhattan in aree desolate, e a gettare nella disperazione migliaia di newyorchesi della “working class”, quelli la cui sopravvivenza economica dipendeva dalla folla di visitatori e colletti bianchi, la pandemia ha portato un’altra piaga: la fuga di tanti newyorchesi, soprattutto benestanti. Sono questi ultimi che potrebbero davvero assestare un colpo letale alla città, anche se i numeri assoluti dell’esodo non fossero particolarmente grandi. La dimensione dei movimenti demografici e quella del reddito tassabile ci diranno di che morte morirà New York.

Manhattan, Midtown, Fifth Avenue e 42nd Street

Manhattan è un’isola piccola, mai dimenticarlo. Rinfrescare la memoria sui numeri reali aiuta a capire gli effetti della pandemia in una città come questa. Le dimensioni di Manhattan sono pari a poco meno della metà dei confini amministrativi di una città come la mia vecchia e sempre amata Torino. A Manhattan, però, vivono 1.600.000 persone, cioè il doppio di Torino. In un chilometro quadrato torinese vivono circa 6.700 persone, contro le quasi 27.000 che si affollano nell’omologo spazio newyorchese. A Brooklyn, invece, dove abbiamo la fortuna d’allargarci su un’area che è grande quanto Milano, siamo pur sempre il doppio dei milanesi e ci possiamo stirare le gambe ben più che a Manhattan, perché nello stesso chilometro quadrato siamo solo (si fa per dire) in 13.600 anime. Manhattan è nota per i suoi grattacieli e tanti sono i palazzi che si sviluppano in altezze superiori ai 15 o 20 piani. Ma i grattacieli che caratterizzano Midtown e tutta la vasta zona attorno al Financial District sono soprattutto uffici. Mettendo allora insieme tutte queste informazioni, anche ad un non-newyorchese dovrebbe risultare chiaro un punto: gli appartamenti di Manhattan sono piccoli, un po’ come avviene nelle zone più centrali e storiche di Parigi. Che succede quando una pandemia che non si vedeva da cent’anni costringe gli abitanti di Manhattan nei loro appartamenti? Succede che sclerano e provano a scappare. 

I giovani studenti, quelli che affittano una camera in un micro appartamento condiviso con altri disgraziati come loro, stanno tornando al paese dei genitori e aspettano che passi la buriana, sperando di poter prima o poi tornare in città. Stessa cosa per quei giovani professionisti che pagano 2000 dollari per un monolocale. Per tutti costoro che possono permetterselo, la domanda è sempre la stessa: che senso ha rimanere a New York se tutto quello per cui valga la pena vivere in un costoso buco è al momento precluso? Stesso identico ragionamento per migliaia di famiglie con bambini e ragazzi in età scolare. Chi può, sposta la prole a due passi dai nonni. Ma, anche in questo caso, mica tutti hanno il lusso di poter fare le valigie. Nei quartieri meno abbienti di Manhattan, dalle case popolari dell’East Village all’estremo nord di Inwood, passando per la Harlem non “gentrificata”, difficile che le famiglie costrette nei loro piccoli appartamenti possano pianificare una fuga da New York, magari mantenendo i loro figlioli collegati alla scuola via internet. Questa alternativa è invece alla portata di mano per tutti quei newyorchesi che hanno redditi a sei cifre. Molti, già a partire dai mesi passati, l’hanno usata ed è probabile che tanti altri si preparino a fare la stessa scelta. Mentre il governatore Cuomo è terrorizzato alla prospettiva, il nostro sindaco De Blasio finge che il problema non lo riguardi.

Manhattan, ancora Lexington Avenue e East 24th Street

Alcuni ricercatori hanno analizzato i dati relativi alla raccolta dei rifiuti, oppure quelli relativi alle richieste di trasferimento temporaneo rivolte agli uffici postali e hanno scoperto che nei mesi centrali della primavera la pandemia ha convinto almeno il 5% dei newyorchesi ad abbandonare la città. Quando i racconti aneddotici sull’esodo delle famiglie newyorchesi sono diventati centinaia, e hanno iniziato a circolare per tutto aprile su forum, gruppi Facebook, tabloid cittadini alla ricerca di sensazione, telegiornali locali e pure giornali economici come il Wall Street Journal, anche il New York Times a metà maggio si è piegato all’evidenza, dedicando un ampio articolo ad una notizia che tutti già conoscevano. In poco più di un mese e mezzo, da metà marzo 2020, oltre 400.000 abitanti di New York City hanno fatto armi e bagagli e si sono trasferiti. Alcuni lo hanno fatto temporaneamente, anche solo per qualche settimana, mentre altri non sono più rientrati. Molti si sono trasferiti nelle contee newyorchesi vicino alla città — da quelle di Long Island alla Westchester County — alla ricerca di case più grandi. Ma tanti altri hanno lasciato l’Empire State per trasferirsi in Stati limitrofi, come New Jersey, Connecticut e Pennsylvania, oppure in Stati più lontani, come North Carolina, Georgia, Texas, California e, soprattutto, Florida. Potendo, c’è chi ha approfittato delle seconde case, come i ricchi newyorchesi che hanno affollato le cittadine esclusive degli Hamptons, nella punta est di Long Island. Altri super privilegiati, pur senza possedere seconde abitazioni, hanno deciso di prendere in affitto case il più lontano possibile dalla città. Concittadini dal portafoglio immenso hanno affittato grandi ville sull’oceano, sempre negli Hamptons. Otto stanze per due mesi? 750.000 dollari. Ma c’è anche chi se l’è cavata con appena 400.000, battendo sul filo di lana poveracci che avevano offerto la miseria di 300.000 dollari per la assicurarsi la stessa villa.

In genere, anche senza essere dei militanti alla Occupy Wall Street o degli infatuati di Bernie Sanders, il socialista più famoso delle Americhe, questi straricchi newyorchesi non riscuotono particolari simpatie presso la generalità della pubblica opinione cittadina. Se quartieri come la Upper East Side, il West Village, SoHo e Brooklyn Heights perdono i loro fortunati residenti, il resto dei newyorchesi non se ne fa una malattia. Non c’è odio, quanto indifferenza e non di rado invidia. La pandemia sta rafforzando questi sentimenti, perché la stragrande maggioranza dei newyorchesi è bloccata in città e non ha alcuna possibilità di fuggire. Ma fare spallucce, come ostenta il Sindaco De Blasio nelle sue uscite pubbliche, e fingere che la città possa permettersi il lusso di perdere questi newyorchesi che nel lusso vivono, è pura illusione. Le casse dell’amministrazione comunale, chiamate a spendere decide di miliardi all’anno sui servizi più disparati, rivolti soprattutto alle famiglie meno abbienti e a quelle della classe media, riescono a reggere solo sulle spalle del fantomatico 1% della popolazione. Sono i benestanti, i ricchi, e ancor di più i super-ricchi e le grandi aziende che pagano il grosso dei 64 miliardi di dollari in tasse raccolte ogni anno dalla città di New York. 

SIA BENEDETTO L’UN PER CENTO, E PURE IL DIECI

Quaggiù la percentuale più famosa al mondo, “l’un per cento”, si traduce in circa 85.000 newyorchesi, cioè lo stesso numero di abitanti che si possono trovare in città come Brindisi, Treviso o Como. Per le statistiche del fisco newyorchese è considerato “1%” chi guadagna più di 713.000 dollari all’anno. Questi concittadini privilegiati costituiscono il 35% di tutto il reddito prodotto a New York. Ma prima di trasformarci in tanti piccoli Piketty e lanciarci in una filippica su quanto siano orrende e deprecabili le disuguaglianze di reddito, dobbiamo tenere presente un altro numero, ben più importante: questi 85.000 riccastri pagano il 43% di tutte le tasse sul reddito incassate dalla città di New York (questa percentuale sale al 50% quando si considera l’intero Stato). A scavare un po’ si scopre che 3.500 newyorchesi ultra privilegiati guadagnano oltre 5 milioni di dollari all’anno. Quand’anche li disprezzassimo con tutto il nostro cuore, è comunque a loro che dobbiamo più del 20% delle tasse sul reddito pagate in città. Il 9% dei newyorchesi che si trova giusto sotto questa casta dell’un per cento guadagna il 27% di tutti i redditi della città e paga il 29% di tutte le tasse su questi medesimi redditi. La metà meno fortunata di questi ricchi concittadini ha pur sempre redditi annuali che vanno dai 130.000 ai 210.000 dollari, mentre l’altra metà ha redditi vari che arrivano sino alla soglia dei 710.000 dollari. Tutti costoro rientrano in quella che quaggiù si chiama “upper middle class”, la classe medio alta di cui fanno parte avvocati, commercialisti, ingegneri, dirigenti d’azienda, ufficiali delle forze armate, farmacisti, dentisti, architetti, psicologi, dirigenti scolastici e via di questo passo. Quando il reddito individuale non è così alto, la somma degli stipendi aiuta però molte famiglie americane a varcare la soglia dei redditi elevati. Si calcola che negli Stati Uniti almeno un quinto delle famiglie abbia redditi complessivi superiori ai 100.000 dollari all’anno (escluso il patrimonio).

Anche a New York ragionare di redditi non è esaustivo. Quelle sul reddito, infatti, sono solo una parte dei 64 miliardi dollari in tasse che il fisco cittadino incamera ogni anno. La voce più importante del bilancio fiscale, come quasi sempre in America, è quella delle tasse sulla proprietà. A New York City ogni anno vengono pagati 24 miliardi di tasse sugli immobili residenziali e commerciali, cioè almeno il 40% di tutte le imposte, pari al doppio delle tasse sul reddito. Anche in questo caso, i benestanti, i ricchi e le grandi imprese sono i contribuenti con il peso maggiore. Per un appartamento del valore di 900.000 dollari, per esempio, si pagheranno tra i 9.000 e gli 11.000 dollari di imposta ogni anno. In città solo un terzo delle famiglie possiede l’abitazione in cui vive. Le percentuali variano a seconda dei borough. A Manhattan solo il 24% delle famiglie è proprietaria di casa, a Brooklyn il 30%, nel Queens il 45%. A Staten Island c’è il tasso di proprietà più elevato, il 69%, nel Bronx quello più basso, appena il 18%. Il 44% delle famiglie asiatiche e il 43% di quelle bianche possiede la propria abitazione. Le percentuali scendono al 27% per le famiglie afroamericane e al 17% per quelle ispaniche.

Brooklyn, Park Slope, auto elettrica ricaricata in strada attraverso una prolunga collegata ad un appartamento, perché la sicurezza energetica viene prima di quella pedonale

Come amava ripetere Ronald Reagan, gli americani “votano con i piedi”. Questa espressione non ha nulla a che vedere con la qualità degli elettori o la bontà dei eletti, come potrebbero credere gli europei  — quegli stessi che, incuranti delle loro travi e fedeli al loro tradizionale anti-americanismo, possono sogghignare al pensiero di illetterati come George Bush o Donald Trump. Votare con i piedi significa che quando la pressione fiscale diventa troppo alta, e i servizi o i vantaggi ricavati da un territorio non sembrano più all’altezza delle tasse pagate, le famiglie e le imprese si spostano in Stati dove la tassazione è più favorevole o dove le scuole sono migliori, la criminalità più bassa, le strade e i parchi più puliti. Come in Florida, per esempio, dove non esiste una tassa sul reddito. L’esodo degli elettori straricchi e delle famiglie benestanti da New York è un fenomeno iniziato ben prima della pandemia. Ha a che fare soprattutto con le riforme fiscali introdotte dall’amministrazione di Trump. Il taglio alle tasse federali, infatti, ha privilegiato non tanto la classe media — che in America non è oberata come in Europa — quanto le grandi aziende, le multinazionali e i tanti professionisti con redditi elevati. Non tutti gli Stati, però, hanno festeggiato questa riduzione della pressione fiscale federale sui loro concittadini. Laddove le imposte statali e cittadine sono elevate, come in California, Illinois o New York, le famiglie avevano la possibilità di dedurre dal loro imponibile federale quanto già pagato a livello locale. Quando questa deduzione è stata cancellata dall’amministrazione di Trump, le famiglie che più ne beneficiavano, cioè quelle con i redditi più alti, hanno iniziato a farsi due conti in tasca. Soprattutto, hanno iniziato a fare le valigie, consolidando un fenomeno che già da anni vede molti americani trasferirsi verso Sud, in quella che è chiamata la “cintura del sole”, la Sunbelt degli Stati più caldi, che corre dall’Arizona alla Florida passando per il Texas e la Georgia. 

Politicamente parlando, è diventata una battaglia tra “Blue States” come New York, governati dai Democratici, e “Red States” come la Florida, governati invece dai Repubblicani. I primi hanno tasse più elevate e non sempre offrono un’ambiente favorevole per le imprese, mentre da più di un decennio l’economia americana sta cambiando e si sta muovendo con i piedi, esattamente come gli elettori che Reagan capiva meglio di altri. Nuove tecnologie — applicate nei servizi, nel settore energetico e in quello manifatturiero — hanno dato impulso economico e popolazione a tante città medie, da Austin a Raleigh. Sono nomi che diranno poco agli italiani — allo stesso mondo in cui agli americani dicono quasi nulla Padova o Reggio Emilia. Ma sono destinazioni molto popolari tra le famiglie e i giovani professionisti alla ricerca di lavori con buoni stipendi e migliore qualità della vita. Come Phoenix in Arizona, San Antonio in Texas o Denver in Colorado, si tratta di città che hanno visto la loro popolazione crescere in maniera esponenziale a partire dai primi anni 2000. Questa migrazione di persone con titoli di studi universitari, redditi medio-alti, e socialmente progressiste, porterà nel medio termine anche cambiamenti nella geografia politica americana. Ma cosa succede adesso quando una città come New York, il cui bilancio dipende dalle tasse di chi guadagna alti stipendi, continua a perdere quegli abitanti che sono i suoi principali contribuenti? Succede che sono cazzi amari per chi rimane.

Manhattan, Midtown, turisti su Fifth Avenue

A conti fatti, a New York la pandemia ha accelerato tutta una serie di tendenze economiche e demografiche già in atto da tempo. Dal 2017 le principali vie commerciali di tutti e cinque i borough cittadini hanno visto aumentare il numero dei negozi chiusi, soprattutto quelli più piccoli. La crescita degli acquisti in rete ha risparmiato ristoranti, fast food, bar e caffè. Ma ha colpito duro i negozi d’abbigliamento e quelli generici. Il lockdown di primavera, seppur parziale e non rigido come quello italiano, ha dato un colpo di grazia ad attività che in precedenza erano state risparmiate. La partenza temporanea o definitiva di tanti newyorchesi ha poi stravolto anche il mercato immobiliare residenziale. In questo momento a Manhattan ci sono oltre 13.000 appartamenti liberi che nessuno vuole affittare, nemmeno con la promessa di due mesi d’affitto gratis. Sono numeri che gli agenti immobiliari non vedevano da anni e all’orizzonte, nel breve termine, non si intravede un cambio di rotta. Se poi i negozi chiusi, gli uffici deserti e l’esodo di tante famiglie non fossero di per se più che sufficienti a deprimere una città messa in sordina dal coronavirus, da due mesi a questa parte New York sta vedendo una crescita verticale della criminalità violenta, quella di sparatorie e omicidi. Non è proprio una sorpresa nemmeno questa, ma le percentuali d’incremento mostrano che l’eccezionalità della pandemia non basta a spiegare cosa sta accedendo in questa come in tante altre grandi città d’America. 

L’AMERICA SPARA, NEW YORK RISPONDE

L’estate è tradizionalmente la stagione in cui i reati aumentano, perché è il momento dell’anno in cui trascorriamo maggior tempo all’aperto, creando più occasioni di conflitto. L’estate coincide poi con la chiusura delle scuole, e quindi con la sospensione di uno dei più potenti strumenti di controllo sociale. La polizia, qui a New York, si prepara letteralmente ogni anno per questa stagione. Ma l’estate del 2020, come ovunque negli Stati Uniti, è stata preceduta da una primavera di continue proteste per la morte di George Floyd e per altri casi più controversi di interventi della polizia con vittime afroamericane. Proteste non sempre pacifiche (per usare un eufemismo), scontri con la polizia, saccheggi. Poiché siamo sotto elezioni, e tutte le principali grandi città d’America sono governate dai Democratici, le varie amministrazioni locali, da Seattle e Portland sino ad Atlanta, hanno chiuso ben più di un occhio su quanto avvenuto nelle strade delle loro città, chiedendo alle forze dell’ordine di intervenire il meno possibile. Anche qui a New York, come già avvenuto in occasione di simili periodi di protesta, per evitare critiche sul suo operato la polizia tende in qualche modo a essere meno presente nei quartieri considerati critici. Questo fenomeno non è mai ammesso apertamente, anzi, viene sempre smentito con forza da qualunque Sindaco e da qualunque sindacato di polizia che si oppone alle politiche dell’inquilino di City Hall. Ma con meno pattuglie per strada, meno controlli sugli individui sospetti, e con i poliziotti che hanno sempre più timore ad arrestare le persone — perché molte manovre utilizzate durante i fermi sono state dichiarate illecite dall’amministrazione locale — i reati sono in crescita costante. 

Manhattan, Midtwon, poliziotti di pattuglia su Broadway e West 41st Street

Di sicuro, la pandemia e la chiusura di molte attività commerciali hanno creato problemi per le famiglie più disagiate. Pensare però che l’impressionante numero di sparatorie che da mesi si ripete nelle grandi città americane sia frutto delle difficoltà economiche, come la deputata democratica Alexandra Ocasio Cortez ripete senza il minimo senso del ridicolo o anche solo il beneficio del dubbio, è illusorio. Negli ultimi due anni i crimini contro la proprietà negli Stati Uniti sono rimasti relativamente stabili, perché l’aumento dei furti in appartamento è stato compensato dal calo delle rapine e, soprattutto, dei furti aggravati. In prospettiva storica, guardando agli ultimi trent’anni, i crimini sono in netto calo. Nel 1990 a New York si registravano oltre 2.200 omicidi all’anno, nel 2019 sono stati poco più di 300. Già solo negli ultimi 10 anni le rapine si sono ridotte di un terzo e gli omicidi di un quarto. Nel medio e lungo termine, insomma, ci sono stati cambiamenti positivi. Ma gli ultimi due anni hanno visto un cambio di rotta significativo. Gli omicidi sono aumentati del 27%, le sparatorie quasi dell’85%. Quest’anno, a metà agosto possiamo già contare 244 omicidi e 833 sparatorie, con 1.017 persone ferite in questi agguati. A metà agosto dello scorso anno le sparatorie erano state 466, con 551 feriti. Spesso solo la casualità o la scarsa destrezza dei criminali non trasforma questi numeri in omicidi. Circolano video ripresi da telecamere di sicurezza in cui è possibile osservare individui così maldestri che fortunatamente non sono stati in grado di finire le loro vittime, pur sparando da cortissima distanza. Le immagini dei video ripresi da centinaia di telecamere sparse per la città, e poi le cronache giornaliere sull’identità delle vittime e i luoghi dove i reati violenti vengono commessi, confermano quasi sempre lo stesso dato: qui a New York la maggioranza nettissima degli omicidi e delle sparatorie vede coinvolti, come vittime e aggressori, afroamericani. Anche in questo caso, non v’è nulla di sorprendente. Si tratta infatti di una tendenza confermata ogni anno anche a livello nazionale. 

Nel 2017 in tutta America l’FBI ha registrato 14.123 omicidi. I bianchi vittime d’omicidio sono stati 6.088, contro 7.407 neri, i quali costituiscono però solo il 13% dell’intera popolazione americana. Altri dati storici confermano poi la tendenza degli omicidi ad essere perpetrati quasi sempre all’interno dello stesso gruppo razziale. Tra il 1980 e il 2008, l’84% dei bianchi vittime di omicidio è stato ucciso da altri bianchi, percentuale che sale al 93% per i neri. In quello stesso lungo periodo, per fortuna, sono iniziate anche delle tendenze positive. Dopo il picco degli anni ‘90, il numero di omicidi ogni centomila abitanti si è dimezzato, sia in relazione alle vittime che ai criminali. Ma per gli afroamericani si è stabilizzato a partire dagli anni 2000 e continua ad essere almeno 7-8 volte superiore a quello dei bianchi non ispanici. È possibile che dopo le aberrazioni di giustizia criminale degli anni ‘90 — quelli dove si era ancora nel pieno della cosiddetta “guerra alla droga” — negli ultimi due decenni si sia comunque raggiunta una sorta di soglia fisiologica. Per vedere scendere i crimini oltre questi livelli occorreranno un coraggio e una fantasia che le classi dirigenti attuali non sembrano possedere. Sarà necessario aggredire le cause strutturali, politiche e culturali che impediscono la crescita sociale delle comunità afroamericane presenti nelle grandi città statunitensi. 

Brooklyn, Bedford Stuyvesant, murale dedicato alla gloria locale Notorious B.I.G., il rapper ucciso da un colpo di pistola nel marzo 1997, forse nella stessa faida tra East Coast e West Coast che sarebbe stata causa dell’omicidio di un altro famoso rapper, Tupac Shakur

Nel 2017, secondo dati del CDC — il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, reso famoso oltre confine dalla pandemia e dal Dr. Anthony Fauci — le vittime d’omicidio tra gli afroamericani sono state pari a 22,7 ogni centomila abitanti, contro appena 2,9 per i bianchi. Mettendo insieme dati raccolti dall’FBI, e da grandi mezzi di informazione come il Washington Post e il Guardian, si stima che in America ogni anno le forze dell’ordine commettano circa 1.000 omicidi considerati giustificabili — oggetto di processi penali e inchieste amministrative interne. Si tratta di omicidi in cui vengono utilizzate armi da fuoco. I dati raccolti in oltre quattro decenni mostrano che in più del 60% dei casi questi omicidi avvengono in risposta ad attacchi contro le forze dell’ordine. Anche per questi omicidi vale la regola della prevalenza degli episodi tra appartenenti allo stesso gruppo razziale: in almeno due terzi dei casi, vittime e poliziotti sono della stessa razza. Nel 2019 ci sono stati 235 afroamericani e 158 ispanici uccisi in confronti armati con la polizia, mentre i bianchi vittime per opera delle forze dell’ordine sono stati 370. Le statistiche del 2020, aggiornate agli inizi di agosto, riportano 111 afroamericani, 71 ispanici e 215 bianchi vittime dei cosiddetti interventi legali della polizia. Organizzazioni che promuovono azioni per fermare la violenza da armi da fuoco calcolano che gli uomini afroamericani hanno 1,7 volte più probabilità d’essere uccisi durante interventi legali armati delle forze dell’ordine rispetto ai maschi bianchi. 

CRIMINI DI SANGUE E MISFATTI POLITICI

Tenuto conto dell’ampia disparità nelle percentuali di commissione dei reati — in relazione alla popolazione totale — non può sorprendere che gli afroamericani siano anche più a rischio durante gli scontri a mano armata con la polizia, o in generiche situazioni di potenziale conflitto con le forze dell’ordine. Gli afroamericani commettono più reati violenti, e per questo motivo è maggiore il numero di interazioni che hanno con la polizia. Solo quando nelle comunità afroamericane verranno sradicate le cause che determinano l’alto numero di crimini violenti contro la persona sarà possibile vedere un calo delle vittime da intervento legale e, soprattutto un miglioramento delle relazioni tra forze dell’ordine e comunità. Chi pensa che la priorità sia quella di ridurre i finanziamenti alla polizia, e che sia prima di tutto compito della polizia quello di ridurre le situazioni di conflitto, propaganda un’illusione che fa a pugni con la realtà criminale vissuta quotidianamente proprio da chi vive in quei quartieri dove l’escalation di violenza è continua.

Manhattan, Union Square, un murale dipinto dagli attivisti “Black Lives Matter” riporta i nomi di alcune delle vittime afroamericane di incidenti con la polizia

Anche a non voler credere ai poliziotti — che ripetono sino alla noia come siano in aumento i reati violenti commessi dalle decine di piccole gangs che infestano i quartieri di New York — dall’inizio dell’estate, stiamo assistendo a episodi di brutalità inaudita, che ben difficilmente si possono spiegare con la crisi economica portata dalla pandemia. Da Brooklyn al Bronx, ogni giorno, soprattutto nelle ore serali, tutti i quartieri ad alta presenza di afroamericani sono teatro di sparatorie continue. Ad esclusione del New York Times, tutti i media locali, carta stampata e televisioni, hanno quotidiani resoconti di cronaca nera che raccontano cosa accade davvero qui in città, a parte la riapertura di qualche ristorante di ramen. Quando in Italia si festeggiava il sacrosanto Ferragosto, a New York pure una testata online come il Gothamist (sito d’informazione cittadina, ma dedicato soprattutto al tempo libero) tra i suoi articoli in evidenza aveva un titolo più comune per un tabloid: “49 persone coinvolte in sparatorie in 72 ore, mentre l’ondata di violenza da armi da fuoco continua a NYC”. Questa violenza si manifesta nelle maniere e nelle situazioni più disparate. 

In alcuni casi si tratta anche solo di banali discussioni, che finiscono tragicamente perché degenerano all’improvviso. Nel Bronx, per esempio, ad agosto un uomo è stato ucciso con un solo colpo di pistola mentre camminava alle nove di sera con la moglie. La sua colpa? Aveva gettato un mozzicone di sigaretta inavvertitamente verso tre individui. Uno di questi, vissuto il lancio del mozzicone come un insulto, ha sparato a bruciapelo al disgraziato. In altri casi, invece, si è trattato di regolamenti di conti in pieno stile da agguato mafioso. Come l’esecuzione avvenuta in pieno giorno d’una domenica di luglio in una strada del Bronx, dove un uomo a passeggio con la figlia di 6 anni è stato ucciso con un colpo di pistola sparato da una macchina. Il giorno dopo, due uomini sono stati uccisi per vendicare quello stesso omicidio. Sempre a luglio, durante una grigliata serale organizzata da alcune famiglie in un giardino di quartiere a Brooklyn, un bambino di poco più di un anno è stato ucciso da un proiettile indirizzato ad un adulto del gruppo, e sempre da una macchina in movimento (c’è pure un termine per indicare queste sparatorie: drive-by shooting). Sebbene in altre sparatorie siano stati feriti adolescenti o anche solo ragazzini, per il semplice fatto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, quest’ultimo episodio di violenza insensata con una vittima così piccola ha creato un minimo di scalpore e reazione anche nella vasta comunità afroamericana di Brooklyn. Perché continuare a ripetere che “Black Lives Matter” solo negli episodi violenti in cui è coinvolta la polizia, ma girarsi dall’altra parte quando letteralmente ogni giorno decine di neri tentano di uccidere altre decine di neri — e a volte ci riescono pure — sta diventando insensato, oltre che moralmente insostenibile. Morire mentre sei a passeggio con tua figlia, o perché hai lanciato un mozzicone nella direzione sbagliata o perché tua madre ti ha portato nel passeggino ad una grigliata di quartiere dovrebbe scuotere le coscienze di chiunque, a partire da quelle degli afroamericani che da decenni sono sistematicamente strumentalizzati a fini politici. Da Chicago a New York, passando per Cleveland, Baltimore e tante altre città, tutte le più importanti metropoli statunitensi con grandi comunità afroamericane sono governate da decenni dal Partito Democratico. Ma gli elettori neri sono i più fedeli di tutti il panorama politico americano. Votano per i democratici con percentuali che noi europei definiremmo bulgare, anche quando nei loro quartieri le scuole sono segregate, i senzatetto tossicodipendenti sono lasciati allo sbando, la criminalità violenta ferisce giovani vite ogni giorno e molti uomini sono disoccupati con percentuali più elevate di bianchi e ispanici. 

Black Lives Matter, Brooklyn
Brooklyn, Park Slope, 5th Avenue e Flatbush Avenue

Durante un comizio locale, organizzato proprio per denunciare l’uccisione di quel piccolo innocente, ha preso la parola ed espresso il suo sdegno anche Eric Adams, il Presidente del borough di Brooklyn. Dopo di lui, al microfono di un improvvisato palco, si sono succeduti attivisti locali e mamme. Almeno una donna ha trovato pure il coraggio, finalmente, di condannare la musica hip-hop e la cultura di violenza esaltata dai rapper. Quegli stessi che glorificano di continuo gli “O.G.”, gli “original gangster” resi noti da Ice T e altri come lui negli ultimi 30 anni. “Non siete uomini perché avete una pistola!”, ha urlato esasperata alla folla, “non siete O.G.!”. Eric Adams è stato più pacato. Ma ha tre caratteristiche che hanno reso le sue parole di condanna ancora più importanti: è un ex poliziotto, è afroamericano, è un politico Democratico che aspira a diventare Sindaco, e per questo già da mesi ha iniziato la sua campagna elettorale. Eric Adams sa quanto sia difficile pattugliare le strade di una città come New York. Nella sua esperienza ha imparato che i pregiudizi e il razzismo di alcuni poliziotti fanno purtroppo però il paio con la quotidiana e cruda realtà di criminali senza scrupoli. È ben consapevole che molti di questi criminali sono anche giovani neri, e agiscono impuniti in quartieri dove le famiglie sono disgregate, dove molti bambini nascono da relazioni extraconiugali — con percentuali impensabili tra i bianchi e tra tutte le diverse etnie presenti in città — e dove il senso di comunità s’è perso da tempo. 

Nelle settimane di giugno e luglio in cui ogni sera, e fino a tarda notte, tanti giovani afroamericani e ispanici si sono riversati in strada a sparare fuochi d’artificio illegali, Eric Adams ha invitato la cittadinanza di Brooklyn ad essere tollerante, a non chiamare immediatamente la polizia per lamentarsi e per invocare l’intervento di pattuglie, ma a cercare invece di parlare e risolvere i piccoli conflitti come farebbero dei buoni vicini di quartiere. Le sue parole erano rivolte soprattutto ai bianchi: a quelli che assistevano agli spettacoli pirotecnici dalle loro finestre — come nel caso di chi vi scrive — o anche solo a coloro che hanno visto nei telegiornali della sera scene di follia pura, come quelle di alcuni giovani che ad Harlem hanno lanciato un razzo all’indirizzo di un senzatetto addormentato su un marciapiede. Purtroppo, almeno in un caso noto alle cronache, l’invito di Adams alla tolleranza ha avuto l’effetto opposto, con risultati tragici. Una sera di metà luglio, durante l’ennesima esplosione di fuochi d’artificio, una donna è scesa in strada con il suo compagno per chiedere ai responsabili di smettere. In tutta risposta, i due malcapitati sono stati feriti con arma da fuoco e poi ricoverati in ospedale. Entrambi afroamericani. La donna è morta dieci giorni dopo. L’episodio è avvenuto nella periferia est di Brooklyn, in un complesso di case popolari che nel 2014 era stato teatro dell’uccisione da parte della polizia di un afroamericano non armato. Quelle case popolari, per lungo tempo, erano state al centro delle proteste di alcuni attivisti per i diritti civili. Secondo le critiche, durante le ronde di pattugliamento, e con la scusa di individuare criminali e ricercati, la polizia avrebbe effettuato fermi discriminatori di persone innocenti. Se mai adesso ce ne fosse ancora bisogno, la morte di questa donna e il ferimento del suo compagno per un motivo tanto futile sono l’ennesima dimostrazione di un degrado sociale profondo, che i politici locali hanno creato e adesso fingono di non vedere. Ripetere che il problema sia la polizia, è puro fumo negli occhi. De Blasio preferisce pitturare un gigantesco “Black Lives Matter” sotto il grattacielo di Trump, come se uno slogan sulla Fifth Avenue, dove prima o poi migliaia di automobili torneranno a scorrere ogni giorno, potesse davvero ridurre il rischio d’essere vittime di crimini violenti per gli oltre due milioni di newyorchesi afroamericani. Non è un presunto razzismo sistemico che uccide i neri d’America e li blocca nella loro crescita sociale. Quanto la sistematica ipocrisia della classe politica, che alimenta paranoiche tensioni razziali da sfruttare sotto elezioni ma non alza mai un dito per promuovere e attuare soluzioni pratiche.

QUESTA CASA È UN ALBERGO

In una grande metropoli dove gli uffici sono sostanzialmente vuoti, si contano almeno 640.000 disoccupati, e non si vedono praticamente più turisti, la crescita continua di sparatorie e omicidi non è l’unico motivo per gridare al declino della città e presumere che sia irreversibile, come fanno soprattutto i media conservatori. Anche l’incremento del numero dei senzatetto è fonte di preoccupazione reale, a prescindere dalle polemiche politiche alimentate dalla perenne campagna elettorale americana. 

Il sindaco democratico e progressista Bill De Blasio — sostenitore appassionato di Bernie Sanders — aveva promesso che, una volta eletto, la sua amministrazione si sarebbe fatta carico del problema. Ma anche prima della pandemia, New York City ha visto le sue strade riempirsi sempre più di persone senza una dimora. Il numero di coloro che trascorrono effettivamente la notte in strada o in metropolitana è relativamente piccolo: parliamo di circa 4.000 persone su una popolazione complessiva di 8 milioni e mezzo di abitanti. Il problema è che il numero reale dei cosiddetti senzatetto è molto più alto, circa 60.000 persone in totale, che dormono ogni notte nelle case d’accoglienza e nei ricoveri sparsi per i cinque borough. Gli individui che più saltano all’occhio, ovviamente, sono coloro che che durante il giorno vagano per la città senza una meta. Ma sono le famiglie a costituire più dei due terzi dell’intera popolazione di senzatetto newyorchesi. Si tratta di oltre 13.500 nuclei familiari, con almeno 20.000 minorenni. Questi bambini e ragazzi frequentano le scuole pubbliche, dove ricevono quotidianamente colazione e pranzo. Per molti di questi giovani la chiusura delle scuole durante la pandemia significa non solo il rischio di rimanere indietro nell’apprendimento ma anche quello di far perdere alle loro famiglie un concreto sostegno al reddito. Secondo dati raccolti dalla Coalition For The Homeless, nel 2019 sono stati oltre 132.000 gli uomini, le donne e i bambini che sono stati ospitati nei ricoveri cittadini per i senzatetto. La cronica carenza di appartamenti accessibili a buon mercato è la principale ragione che spinge così tanti newyorchesi a cercare aiuto e rifugio nelle case d’accoglienza. Sono famiglie sfrattate, persone che hanno perso il lavoro, vittime di violenza domestica o individui che hanno lasciato le loro vecchie abitazioni a causa del sovraffollamento o delle precarie condizioni igieniche.

Manhattan, Midtown, East 34th Street e Fifth Avenue

Sebbene le storie di abusi e violenze nelle case d’accoglienza non siano una rarità, e le sistemazioni siano spesso precarie, un letto in una stanza è sempre meglio di un marciapiede lurido o di un sedile in metropolitana. La pandemia, però, ha reso le condizioni di vita di molti senzatetto ancora più complicate. Il sovraffollamento dei ricoveri notturni ha scatenato focolai d’epidemia, costringendo così l’amministrazione a trovare in tutta fretta alloggi di ripiego. In una città disertata dai turisti, quale miglior soluzione che accogliere questi senzatetto negli alberghi vuoti? Il fatto che alcuni dei proprietari di queste strutture ricettive siano stati anche donatori generosi della campagna elettorale di De Blasio, e che adesso stiano lucrando sulle spalle dei contribuenti, aumenta solo il rumore dello scontro politico ma non cambia la realtà di fatto. Di fronte all’emergenza dei contagi, la città doveva comunque trovare una soluzione alla svelta, almeno per provare a ridurre il rischio di una diffusione incontrollata dei focolai. Nel bel mezzo di una pandemia, le criticità legate alla scelta di ospitare questi senzatetto negli alberghi per turisti rimangono però intatte. Sembra che l’amministrazione non abbia nemmeno pensato che molte di queste persone avessero problemi di salute mentale o tossicodipendenza, e che la trasferta in albergo le abbia lasciate completamente senza supporto. In questo quadro di banale incapacità gestionale, il problema d’avere a spasso per la città individui ad alto rischio di contagio pare oggi essere il male minore.

Ad agosto uno dei più famosi tabloid cittadini, il New York Post, ha cavalcato facilmente una polemica che l’amministrazione di De Blasio ha offerto su un piatto d’argento. Gli alberghi scelti per alloggiare almeno un centinaio di questi senzatetto sono situati nella Upper West Side. Si tratta di una delle zone più famose di New York, immortalata in decine di film, e cuore storico della sinistra più tradizionale. Contraltare della più elitaria e ricchissima Upper East Side, la Upper West Side è spesso considerata la vera e propria anima dell’identità newyorchese. Fino a quando la UWS è rimasta un’enclave abitata da insegnanti o professionisti a passeggio con il New Yorker sotto il braccio, quartiere dove poter comprare tra i miglior bagel della città e dove poter trovare tutte le principali istituzioni culturali, vantare tolleranza per i più disgraziati è stato un esercizio di poca fatica. Quando sono però arrivati nel quartiere uomini ubriachi, e alcuni di questi hanno iniziato a ciondolare per strada, a dormire di giorno sotto i ponteggi o a masturbarsi alla luce del sole, la democratica e progressista UWS ha avuto un sussulto. Molti hanno preso la palla al balzo per lasciare la città e dichiarare al mondo intero che mai e poi mai torneranno a New York, pur essendo loro newyorchesi da generazioni. Altri, invece, hanno, alzato la voce per chiedere all’amministrazione di spostare altrove questi disgraziati. 

Brooklyn, Bedford Stuyvesant: durante le proteste di giugno per “Black Lives Matter” (BLM) i piccoli proprietari afroamericani mostrano solidarietà con i manifestanti ma difendono dalle razzie i loro negozi, sbarrandoli con assi di legno

Come tutti gli integralisti religiosi o i fanatici che seguono pedestremente una qualunque ideologia politica, i progressisti che fanno la morale agli altri, quelli che inneggiano al socialismo e però vogliono i muri nel loro isolato, sono un bersaglio facile dell’ironia a più buon mercato, perché spesso sono solo patetici ben prima che ipocriti. Ma De Blasio e la sua amministrazione, anche in questo come in decine di altri casi, se la sono davvero cercata. Perché ad alcuni giornalisti, con una ricerca veloce, è servito poco tempo per verificare che tra gli uomini ricollocati in questi alberghi vi fossero anche persone con precedenti penali per reati a sfondo sessuale. Alloggiare persone iscritte nei registri pubblici per gli accusati di stupro e pedofilia a due passi da giardini frequentati dai bambini non è stata proprio un’idea brillante. Le madame democratiche della UWS, e qualche giornalista conservatore con decenni di vita nel quartiere, hanno preso la palla al balzo, dichiarando battaglia al Sindaco e ai masturbatori. Criticare adesso questa improbabile alleanza tra condomini di sinistra e opinionisti di destra, magari standosene con le chiappe coperte in uno dei tanti quartieri lontani da tutto quello che non funziona a New York, è veramente da ipocriti (falsi e cortesi, se preferite).

BICCHIERE MEZZO VUOTO O PISCINA PIENA?

Quando scrivo questi ultimi paragrafi è un mercoledì pomeriggio di fine agosto. Sono seduto al tavolo in cucina. Dalla finestra posso ammirare rami e foglie. L’aria è respirabile, fresca, forse l’afa tornerà nei prossimi giorni. Intravedo le case di fronte. Sono piccole palazzine a due piani, come tante in questo tranquillo quartiere di Brooklyn, talvolta occupate da una sola famiglia. Se mi alzo, e vado alla finestra, con un po’ di sforzo posso intravedere un piccolo scorcio della punta di Manhattan. Ancora un paio d’anni, forse meno, e dovrei anche poter ammirare il completamento di quello che sarà il grattacielo più alto di Downtown Brooklyn, che con i suoi 330 metri e 75 piani potrebbe essere per qualche tempo tra i dieci palazzi più alti di tutta New York. Se butto lo sguardo in cortile, oltre le grate arrugginite della scala che non ci salverà in caso di un incendio, vedo una grande piscina. È di quelle che si montano durante l’estate, con struttura rigida, tanto di scaletta e filtri speciali per pulire l’acqua. Un adulto ci può stare in piedi e l’acqua arriverà poco sotto il suo petto. Sembra lunga almeno 8 metri e larga tre o quattro. I nostri nuovi vicini hanno attrezzato questa piscina per i loro strillanti figlioli e gli amici che vengono a trovarli. Vivono in un appartamento su due piani, che è letteralmente grande il doppio rispetto a quello dove abbiamo la fortuna di vivere noi. Hanno anche a disposizione esclusiva un ingresso separato e pure il cortile dove adesso c’è la piscina. Ogni mattina ricevono la busta con la loro copia del New York Times. I nostri vecchi vicini, quelli che li hanno preceduti sino a qualche settimana fa, erano una famiglia di cinque persone e volevano fare le valigie già da qualche anno. Sono certo che leggessero molto di più il Wall Street Journal. La pandemia ha offerto loro la spinta giusta per cercare finalmente una casa indipendente in Connecticut. La stessa scelta compiuta da altre migliaia di persone come loro, i cui redditi da lavoro arrivano da Wall Street e dalle grandi banche d’affari di New York.

Brooklyn, Park Slope, un improvvisato dehor con alcuni tavolini sul marciapiede

Da qualche settimana, a un isolato da casa nostra, ha ripreso a funzionare la grande birreria con i tavoli all’aperto, dove anche prima della pandemia era più facile stare un minimo distanti gli uni dagli altri. Nei quartieri limitrofi, da Gowanus a Park Slope, sono tanti i bar e i ristoranti che hanno riaperto, come un po’ ovunque in città. Il governatore di New York, nonostante il netto calo nel numero dei contagi giornalieri, non ha però ancora dato il via libera per pranzare e cenare al chiuso. Ha imparato la lezione dei contagi nei bar e ristoranti di Florida e Texas, dove gli avventori si sono chiusi in ambienti rinfrescati dall’aria condizionata, ma dentro ai quali circolava ben poca aria sana dall’esterno. Il Covid ha poi regalato a New York una novità: i dehors generalizzati. Invadendo marciapiedi e pure tratti della strada, i locali possono adesso attrezzare spazi dotati di tavoli per cenare e bere all’aperto. Nulla a vedere con l’eleganza o il carattere di certi dehors europei, ma è un inizio e c’è da sperare che l’usanza rimanga anche quando l’epidemia sarà finita. 

I parchi, in queste calde giornate estive, sono ancora più affollati del solito. E si vedono anche più persone in spiaggia. Non tantissime, però. Perché per raggiungere destinazioni popolari come Coney Island la gente dovrebbe viaggiare in metropolitana, e tra la maggior parte dei newyorchesi c’è ancora paura a chiudersi per un’ora dentro un treno. Quartieri che non hanno mai goduto una presenza particolarmente massiccia di turisti, o nei quali non ci sono praticamente uffici, come l’East Village o la Lower East Side a Manhattan, sembrano aver ripreso le loro normali sembianze pre-pandemia. Anche nella Brooklyn dove vive la vostra Guida Inutile, quartieri come Cobble Hill e Boerum Hill stanno vedendo le loro vie commerciali rianimarsi. Dobbiamo ringraziare i piccoli negozi che provano a resistere, e poi i bar e le trattorie con improvvisati tavolini all’aperto.

Prospect Park, Brooklyn, una delle tante oasi verdi in città
Brooklyn, Prospect Park

Da settimane, su giornali, social media e forum, si discute e scommette sul futuro della città. Secondo alcuni pessimisti, New York è spacciata per sempre. Ovunque ci sarebbero i segni di declino ritenuto irreversibile: dalla criminalità ai senzatetto, passando per i grattacieli deserti, i teatri di Broadway che chissà quando mai riapriranno e i musei le cui sale in prossima apertura non si affolleranno comunque per lungo tempo. Altri sono invece molto più ottimisti, perché conoscono la storia di New York, e sanno che questa città è sempre riemersa dalle sue crisi. È stato così con la Grande Depressione, la sostanziale bancarotta degli anni ‘70 e l’attentato alle Torri Gemelle. È assai probabile che quest’ultimi abbiamo ragione, e New York abbia le risorse per rialzarsi. Ma sarebbe folle nascondersi un fatto che è sotto gli occhi di tutti: quella generata dalla pandemia — e poi auto-imposta con il prolungato lockdown e l’adozione di rigide misure di prevenzione — è una crisi diversa da tutte le altre. Il futuro della città dipenderà da alcune scelte che farà la sua classe dirigente, ma anche da scelte che avverranno lontano da questi lidi. A prescindere dall’attuale sospensione dei voli con l’Europa e l’Asia, milioni di turisti e visitatori internazionali torneranno solo quando si sentiranno davvero sicuri. Le aziende, quelle americane e quelle straniere, investiranno a New York se non troveranno condizioni migliori altrove. 

La città è ancora, e rimarrà per lungo tempo, uno dei principali centri finanziari al mondo. Continua ad essere il centro del marketing e dei media americani. Con la sua economia diversificata e 20 milioni di abitanti, la vasta area metropolitana di New York rappresenta quasi un decimo dell’intero prodotto interno lordo americano. Se New York annega, si porta a fondo un pezzo del Paese. Ma già da tempo la Capitale economica d’America avverte la concorrenza. L’Asia ha creato nuovi nodi strategici dell’economia globale, e in America la rivoluzione tecnologica ha ridato vita a decine di città medie. Adesso New York deve guardasi non solo da Shangai e Singapore ma anche da Nashville, Austin, Dallas, Miami, Seattle. Proprio quest’ultima, suo malgrado potrebbe offrire una lezione a New York. Proteste e finte rivoluzioni passano alla svelta. Decrepiti black blocs invecchiano e vengono periodicamente sostituiti da nuovi e più giovani black blocs. Ogni generazione ha i suoi dissidenti, quelli più intellettuali dalle barbe pacifiche e quelli più casinisti, che vorrebbero sovvertire ogni possibile ordine costituito a partire dalla famiglia, abbattere ogni nano da giardino e riscrivere la Storia dando finalmente voce ai miliardi di reietti dimenticati dai tempi delle Piramidi in su. Nulla di male, anzi. Il dissenso e lo spirito rivoluzionario sono utili per mettere in discussione certezze morali e per progredire socialmente, allargando la torta delle opportunità, creando nuove torte. Ma alla fine della giornata, le Piramidi sono ancora lì. Seattle non ha fermato la globalizzazione dopo il G8 del 1999. 

Coney Island, per i newyorchesi che rimangono in città
Brooklyn, la spiaggia di Coney Island

A vent’anni da quelle memorabili proteste non solo Boeing e Microsoft sono ancora lì, adesso è arrivata pure Amazon. E da Seattle s’è allargata a vista d’occhio, al punto che oggi ha qualcosa come almeno 700.000 dipendenti in tutto il mondo. Sono più degli abitanti di Genova, o poco meno di un sesto degli abitanti della Nuova Zelanda — per chi vuole portare avanti l’infatuazione da pandemia. New York avrebbe potuto ospitare uno dei due nuovi centri direzionali di Amazon. Un investimento aziendale di lungo termine dal valore di 2,5 miliardi di dollari, con oltre 25.000 posti di lavoro ultra pagati nel Queens. Ma le poche voci minoritarie contrarie al progetto — perché prevedeva incentivi fiscali indiretti e contributi diretti per un valore totale di poco inferiore ai 3 miliardi di dollari — hanno alzato il volume al punto che a febbraio 2019 Amazon ha deciso di tirarsi indietro e proseguire solo con il piano di costruire l’headquarter previsto nell’area della Capitale Washington. Il veto di un consigliere cittadino — supportato dall’onnipresente paladina Alexandra Ocasio Cortez e dal compagno Bernie Sanders — ha fatto perdere forse per sempre a New York un’opportunità immensa di rinnovare un intero quartiere e di aggiungere migliaia di posti di lavoro a sei cifre, di quelli che costituiscono la base imponibile necessaria per pagare la macchina pubblica. 

De Blasio, ha cercato pateticamente di stare nel mezzo. Allo stesso tempo, ha criticato l’abbandono deciso da Amazon e ha provato a lasciare aperta la porta ad un ripensamento. Con il suo equilibrismo da circo, l’uomo è stato davvero imbarazzante. Dopo la debacle, per settimane il New York Times e alcuni magazine locali hanno pubblicato articoli che invitavano a non essere pessimisti. Ripetevano che New York, anche con un settore bancario in contrazione di dipendenti e spazi, stava pur sempre attirando uffici di grandi aziende, da Google a Facebook, con la prospettiva d’assumere migliaia di impiegati nelle loro attuali sedi cittadine e nelle future espansioni. Fingevano di dimenticare — tutti questi emuli di Pangloss — che molti di quei progetti erano stati pianificati tempo addietro e, soprattutto, che nessuno di questi avrebbe avuto l’impatto numerico e l’importanza strategica di un headquarter come quello immaginato da Amazon. Adesso è arrivata la pandemia, e Google e Facebook stanno consentendo ai loro dipendenti di lavorare senza lasciare il divano di casa. Dalla Silicon Valley a New York, sono già migliaia gli impiegati che hanno optato per il lavoro permanente da casa. Anche per questa ragione molti di loro possono adesso trasferirsi in città più convenienti, meno affollate, con scarsa criminalità e scuole migliori per i loro figli. Partendo si portano appresso quel reddito prezioso le cui tasse tengono in piedi la città dove la vostra Guida Inutile prova a tenere duro. La notizia positiva? Secondo un articolo pubblicato in esclusiva dal Wall Street Journal qualche giorno fa, Amazon starebbe andando contro-corrente, confermando gli investimenti in nuovi uffici a New York e in altre cinque città (Phoenix, San Diego, Denver, Detroit, Dallas). A Manhattan prevede 2.000 posti di lavoro in un palazzo sulla Fifth Avenue che una volta ospitava i grandi magazzini di Lord & Taylor. Sono una goccia, ma si spera possano essere almeno un segnale per altre grandi imprese.

Brooklyn, libri in cerca di nuovi padroni

Alla fine della fiera, dopo tutte le tentate rivoluzioni e i mancati crolli della democrazia, che sarebbe sempre a rischio quando vince il partito avversario, gli unici che rimarranno davvero nella nostra memoria sono solo i Jeff Bezos del mondo. Perché nel bene o nel male, sono loro che incidono concretamente nelle nostre vite quotidiane. Tutti quelli le cui idee, invece, oscillano di continuo come pendoli — e di volta in volta ci propinano proclami di battaglia, arcobaleni energetici, apocalissi planetarie o stelle che splenderanno perenni nell’avvenire — sono solo cialtroni che puntano alla Luna quando non sono nemmeno in grado di risolvere le grane del loro isolato. Spetta a noi aprire gli occhi. Questi venditori di fumo dovrebbero meritare lo stesso tempo che dedichiamo a un palloncino in volo. 

EPILOGO

Città di New York vista dal Bush Terminal Park a Brooklyn
Panorama di Manhattan dal Bush Terminal Park a Brooklyn

La vostra Guida Inutile per ora rimane a New York. Come tanti altri, nel suo orizzonte vede problemi e cerca di capire dove sono le opportunità per rimanere a galla. Tutti aspettiamo di capire se verrà prodotto un vaccino e se ci riporterà alla normalità. I cambiamenti arrivano anche quando non li cerchiamo. E allora tanto vale iniziare a immaginare il futuro. Parlando in prima persona, non lo so per quanto tempo ancora starò a New York. Ho sempre pensato che avrei fatto le valigie appena il mio piccoletto avesse raggiunto la sua maggior età e fosse stato in grado d’uscire di casa per andare a condividere un appartamento con altri cazzari. Adesso il piccoletto è già un cazzaro in potenza, qualche volta esce di casa da solo e va a giocare al parco con un suo coetaneo. Ma nella prospettiva distorta dal coronavirus, quegli ulteriori dieci anni adesso mi sembrano molto più lunghi. Prima o poi, anch’io e la mia famiglia potremmo scegliere di spostarci verso sud, magari spinti dal desiderio di una casa più spaziosa, un giardino e un costo della vita decisamente più ragionevole. Miami, per noi, è già casa. Anche in questo sono diventato un vero newyorchese, di quelli con la mente rivolta alla Florida per la loro pensione o i loro hedge fund. Ogni volta che andiamo laggiù a trascorrere qualche giorno, so che nella mia mente c’è già una “Guida Inutile Miami”, con tutte le amenità che un pigro turista di South Beach non vedrà mai. 

Quando mi trasferirò in South Florida, rimarrò sempre e comunque quel Frankenstein che sono diventato vivendo prima a Torino e adesso a Brooklyn. Riusciranno quel giorno le verdi palme, le assolate spiagge e il caldo tutto l’anno a rendermi meno rozzo, grezzo, nervoso e brusco? No way, get the f**k outta here!

New York ce l’ho sotto pelle. E rimarrà lì per sempre.

La vostra Guida Inutile New York
Times Square
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