Ponte di Brooklyn e Downtown Manhattan al tramonto
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Turisti a New York, vi invidio

(E questa volta non sto nemmeno scherzando)


(Ascolta New York mentre leggi la tua Guida Inutile preferita)

“Torino?? Juventus!”. Il ragazzino avrà dieci anni e gioca a pallacanestro con mio figlio, che di anni ne ha tre in meno. Guarda la mia felpa granata e sorride, continuando a ripetere “Juventus! Juventus!!”. Mesto, ricambio il sorriso. Non me la sento di smontare la sua eccitazione.

E non solo perché per il sottoscritto, all’ennesimo derby perso con i gobbi, si è dileguata pure quella minima speranza che dovrebbe mantenere in vita almeno l’apparenza di una qualche competizione sportiva. Ma perché siamo in una palestra di Brooklyn, non allo Stadio Filadelfia (si, un campo di calcio in “via Philadelphia” non sembrava il caso, a Torino, dove c’è anche una Via Baltimora). Il fatto che un adulto non dovrebbe polemizzare con un bambino non m’ha minimamente sfiorato.

Che un bambino newyorchese, ma anche di altre città americane, conosca la Juventus ci sta. Anche se il campionato italiano si può vedere solo con un abbonamento speciale a ESPN+, e comunque quaggiù non è popolare come quello inglese o spagnolo e pure tedesco, la Champions League è molto seguita. E con la scusa del lucrosissimo contratto di sponsorizzazione tecnica dell’Adidas, le magliette della Juve si vedono e vendono ovunque. 

A New York, per trovare un tifoso del Toro, devi aspettare il giorno della Maratona e sperare che ne arrivi uno a caso dall’Italia (3 novembre 2019, Fourth Avenue, Brooklyn)

Ma che un bambino newyorchese sappia anche che esista la squadra del Torino è decisamente fuori dal comune, soprattutto se non è italoamericano. Spesso, come ovvio quando sono in ballo nomi astrusi di squadre straniere, nemmeno gli americani adulti riescono a identificare la Juventus con la città di Torino (la Fiat è solo “italiana” e ha comprato la Chrysler, con buona pace dei sindacalisti e politici italiani che sono rimasti al palo). E questo bambino, con la maglia dei Nets di Kevin Durant, non mi stava nemmeno prendendo per le chiappe: era solo tutto contento di poter urlare la “sua” Juventus. Figlio della Globalizzazione 4.0, senza bisogno d’esserne cosciente.

Tranquilli, nessuna divagazione su intelligenza artificiale e stampanti a tre dimensioni. Tanto meno filippiche contro Facebook o tirate moraliste contro Amazon. L’economia digitale è meno pallosa di Toni Negri e dei formaggini da latteria. La globalizzazione che fa urlare “Juventus” a un bambino newyorchese il cui italiano si limita alla parola “pizza” è la stessa che, con uno sforzo minimo di fantasia, potrebbe far sentire in Italia chiunque e un po’ dappertutto. Che poi tu abbia voglia o meno di sentirti in Italia, è un altro discorso.

Ferrari, Lavazza, Gucci, Nutella, Parmigiano Reggiano, Bulgari, De Cecco, Illy, per non parlare di Eataly o Grom. Basta già la vista di questi nomi per attivare il riflesso pavloviano che inorgoglisce noi immigrati italiani e rafforza l’amore degli americani per il Paese dell’espresso e del traffico a Palermo. Questa versione elementare della globalizzazione è quella che ci illude di vivere tutti nello stesso posto. Nike, Netflix, Nissan, Nestlé, a Napoli o a New York.

Financial District, New York City, New York
Financial District, Downtown Manhattan

L’illusione dura poco: a New York non ci sono vicoli coi motorini, le colonne di Wall Street non sono sacre come quelle di Piazza Plebiscito e la maestria architettonica del Centro Direzionale di Poggioreale fa impallidire la monotonia  di Midtown. No, le città non sono proprio tutte uguali, nemmeno a scomodare la pizza più verace di Brooklyn.

Le città nordamericane sono venute al Mondo troppo tardi per replicare l’accogliente modello medievale europeo, quello impreziosito da alte mura e fortezze, usate per segnalare con un codice universale il desiderio di pace, unione e armonia tra i popoli. Col tempo, hanno pure scelto di ammassare commerci e uffici in verticale, diluendo invece i pendolari in orizzontale, su territori spesso privi di soluzione di continuità.

Eppure, con tutte le loro peculiarità ossificate dalla Storia e dalla Geografia, è anche vero che le grandi città al di qua e al di là dell’Atalantico, a ben vedere, un po’ si assomigliano. Solo per occhi infatuati l’erba di Central Park è più verde di quella di Parco Sempione. Certo, il primo è dieci volte più grande del secondo. Ma gratta gratta, sempre di un parco si tratta. Il milanese medio, imbruttito o meno, andrà di rado a Parco Sempione. Il suo lontano parente americano, il newyorchese medio, metterà piede a Central Park giusto quando verrano a trovarlo i cugini dal Montana.

Perché alla fin fine, come cerca di ricordare sin dal titolo questa anomala e pur sempre insostituibile e fondamentale guida di New York,  il posto dove vivi è fatto di cose che non finiscono sulle Lonely Planet. La sua magia sarà il sorriso della vecchia signora con il cane, che saluti tutte le volte che torni a casa, o la panetteria che ha il succo di mela a prezzo scontato. Non la biblioteca storica o il palazzo dove si è arrampicato King Kong prima che ci arrivassero Meg Ryan e Tom Hanks.

Quando hai avuto la fortuna di vivere in più di una città, e non solo di averle visitate come turista, non di rado farai associazioni di idee e luoghi che sembreranno strambe ai viaggiatori seriali. Qualche mese fa ho pubblicato sulla pagina Facebook della Guida Inutile una foto notturna di un bar di Porta Palazzo a Torino, e ho usato il suo nome, “Caffè New York”, per dire che se cerchi New York a Torino la puoi trovare a Porta Palazzo (la qual cosa è peraltro vera in tutti sensi). È bastato per ricevere un commento in cui mi si diceva, con tanta gentilezza e altrettanta sostanza, che non avevo capito un cazzo e che New York e Torino proprio non si potevano paragonare.

Quando io e mia moglie ancora vivevamo in Italia, lei così spiegava a sua papà la mia amata città natale: “Torino? È come una piccola New York”. No, non era matta. E non era nemmeno confusa dal fatto di aver trascorso gran parte della sua vita a Miami. La Ragazza Dai Capelli Rossi aveva solo colto l’essenza. 

Park Slope, Brooklyn, New York City, New York
Park Slope, Brooklyn

Abbandonate in disparte le facciate barocche e quelle dei grattacieli, scolpite nell’interminabile Storia europea o nell’angusta geografia di Manhattan, anche se Torino è un decimo di New York le due città hanno luoghi che le rendono più vicine dei seimila chilometri che le separano. E non dovrebbe nemmeno essere così sorprendente: l’America sarà anche bastarda, ma è pur sempre figlia dell’Europa. Le valigie di cartone siciliano sono arrivate in massa prima quaggiù che a Torino. Qualcuno sobbalzerà, ma una grande chiesa tra Corso Giulio e Corso Palermo, sempre a Torino, non sarà così diversa da una grande chiesa di Harlem. Non a caso, entrambe si trovano in quartieri che sono stati plasmati dalle migrazioni interne dei rispettivi Paesi: le grandi migrazioni dal sud.

Ovviamente, anche le somiglianze più impercettibili non sono mai strambe agli occhi di chi voglia vederle. Percorrendo in macchina il Grand Concourse nel Bronx non vedo tutta questa differenza con i viali che collegano Milano alla bretella per l’autostrada del Sole. E se mi ricordo ancora un minimo il Lungo Tevere Flaminio a Roma, capisco perché ho avuto una specie di deja vu quando camminavo in certi tratti di Riverside Drive a Manhattan, che scorre lungo il fiume Hudson. Dal Greenwich Village alla Upper East Side, poi, si sprecano gli esempi di architettura che quaggiù si chiama “Renaissance Revival”. Renaissance come Rinascimento, quello italiano. Sarà un caso?? Io non ci credo!

È poi soprattutto nei quartieri popolari che certe differenze sembrano davvero assottigliarsi. A New York, come anche nelle altre città americane, non esistono i mercati rionali, con tanto di bancarelle dove puoi comprare dalle arance alle mutande. Ma se esistessero, se ci fossero grandi mercati all’aperto come quello di Porta Palazzo, li troveresti nella Sunset Park di Brooklyn, nella Washington Heights di Manhattan o nella Flushing cinese del Queens (quello italiano di Arthur Avenue nel Bronx è invece un mercato coperto). In tutte queste zone si troveranno però grandi negozi per la frutta e la verdura, e poi ancora bancarelle sui marciapiedi, per rifornirsi di caricabatterie, giocattoli, profumi. E mutande.

Frutta e verdura a West Harlem, New York
West Harlem, Manhattan, negozio di frutta e verdura all’angolo con Broadway

Insomma, cos’è che manca in tutto questo girovagare per strade e quartieri newyorchesi che la mia memoria associa a città italiane che ho pur sempre amato anche quando mettevano a dura prova la mia tolleranza? Mancano le cartoline. 

E non sono assenti solo perché ho deciso di lasciarle comunque fuori il più possibile da questa Guida Inutile. Il fatto è che puoi anche vivere nella Greatest City In The World, sentirti sempre di più parte integrante della comunità in cui sei arrivato; e io mi trovo perfettamente a mio agio con la natura presuntuosa, brusca e cagacazzo  di New York. Ma dopo un po’ i tuoi occhi non vedranno quasi più quello per cui amici e conoscenti si affrettano a venire nella “tua” città. Se anche ci fosse una grande bellezza, tu rischieresti di perderla quasi del tutto. Se il Colosseo diventa la rotonda che porta alla Cristoforo Colombo, l’Empire State Building ti segnala la distanza da Midtown.

C’è chi dice che per essere considerato un vero newyorchese devi avere vissuto a New York almeno cinque anni, altri dicono dieci. C’è anche chi sostiene che chiunque arrivi in questa città, e si adatti alla sua natura caotica e aperta alla diversità (che poi significa imparare a non essere permalosi, a farsi gli affari propri e a offendere quando necessario, senza giri di parole), è già un newyorchese. Io so solo che a febbraio 2020 saranno sette i miei anni di vita a New York. E che mi sembra lontanissimo il tempo in cui, dal portone di casa mia, mi emozionavo a intravedere la Statua della Libertà, un puntino luminoso verde all’orizzonte.

Two Bridges, Manhattan, Case Popolari, New York
Two Bridges, Manhattan, Case Popolari viste dal Ponte di Brooklyn

Adesso invidio un po’ i turisti che arrivano a New York. Li invidio un po’ perché hanno riserve inesauribili di stupore per tutto quello che vedono in città. Stupore che i newyorchesi non hanno più e che io non pensavo di perdere così in fretta. 

Ci sono sere che per rientrare a casa percorro il Ponte di Brooklyn. Non sono l’unico che decide di tornare a Brooklyn a piedi. Tanti altri lo fanno in bicicletta. Ma siamo comunque una minoranza sparutissima rispetto alla folla dei turisti. Mentre noi cerchiamo solo di arrivare il prima possibile alle nostre destinazioni,   loro hanno già raggiunto la metà. I ciclisti scampanellano nervosi e urlano ai pedoni in vacanza di togliersi di torno. Loro, i turisti, si fermano incuranti di tutto e tutti. Sono lassù solo per scattare fotografie, immortalarsi nei selfie più improbabili. E quando inizia a tramontare, e il cielo diventa arancione, e i grattacieli di Downtown si illuminano…

Forse, almeno qualche volta, dovrei fermarmi pure io.

New York, New York City
Downtown Manhattan vista dal Brooklyn Bridge Park. La cartolina da New York, finalmente.

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