Bush Terminal Park

Sottozero e dintorni

Quando il gelo cala su New York e tu vuoi giocare a fare l’orso polare.


“È come il tipico inverno italiano”, dice uno dei miei compari di bevute. “Si, si. Niente di che”, gli fa eco l’altro. Il primo è fiorentino, trapiantato qui a New York da più di 15 anni. Il secondo perugino, con trascorsi decennali a Milano prima di trasferirsi pure lui quaggiù da un paio d’anni. Sarà anche niente di che, il freddo, ma di levarci il cappello non se ne parla.

Non parliamo spesso del tempo, stiamo solo apprezzando che la notte non sia polare. Aspetto che i miei due compari finiscano la sigaretta del venerdì sera prima di entrare insieme a loro in birreria. Nel buio possiamo solo intuire il canale di Gowanus che scorre lì a fianco. “Certo però”, si lancia il milanese, “New York è proprio una città che…”. Oltre il filo spinato del muro che costeggia Union Street, l’orizzonte luminoso dei nuovi grattacieli di Downtown Brooklyn.

Parlando del tempo, sembriamo tre genovesi che in ascensore parlano di Bolzano. Tutto è relativo. Il clima di New York è più rigido rispetto a una qualunque grande città italiana. E l’inverno newyorchese è mite quando leggi le temperature di Minneapolis, Chicago e Detroit. Solo che a volte ci si mettono le perturbazioni in picchiata dal circolo polare artico, a mandare all’aria l’idillio.

SON TEMPI DURI

Weather Channel, il terrore (N.B. le temperature sono espresse in gradi fahrenheit. -9°F sono quasi -13 gradi centigradi)

Harper ci ha risparmiati, ma ha gettato nello sconforto gente che da queste parti campa con New York innevata e Instagram. Lui nemmeno lo sa che lo hanno chiamato Harper. Forse manco sa d’essere una tempesta. Da alcuni giorni, e poi in questo lungo fine settimana, Harper il fotogenico ha portato neve in abbondanza, dal profondo Midwest al lontano Maine. Solo che poi, quando è passato sulle nostre teste, in quella che s’annunciava una domenica di gennaio con i fiocchi, s’è limitato a scaricare acqua fresca e basta.

Sarà deprimente a Recanati, la pioggia domenicale dopo l’elettrizante sabato nel villaggio. Forse lo è pure per le donzellette che scendono dal treno a Penn Station. Dopo una settimana a Long Island, ciondolando tra scuola e centro commerciale, la domenica sognano di passeggiare con le amiche per Manhattan. Solo che noi papà newyorchesi abbiamo tifato pioggia per giorni interi, perché era l’ultimo fine settimana di football e divano prima del Super Bowl.

E poi sapevamo che la domenica non avrebbe fermato il fine settimana. Solo Harper, l’incurante, ha continuato a bearsi della sua ignoranza. Lui e la sua ondata di gelo polare.

IL LUNGO FINE SETTIMANA DI MARTIN LUTHER KING

21 gennaio 2019, un lunedì di scuole e uffici chiusi. È il Martin Luther King Jr. Day. Il giorno dedicato a celebrare la vita e l’opera di Dr. King, nato ad Atlanta il 15 gennaio 1929. È una festività nazionale, che cade il terzo lunedì di ogni anno.

Il sogno americano di Martin Luther King è ancora dimezzato, le diseguaglianze sociali e il razzismo sistemico sono reali. Ma non è un sogno rimasto a marcire in un cassetto. 

Mentre il resto del mondo occidentale non perde occasione per ricordarci che il concetto di razza non esiste, l’America prova almeno a fare i conti con le sue complicate questioni razziali. Magari non è così brava di calcolo. Ma non passa il tempo sempre a masturbarsi, compiacendosi che i numeri siano solo delle convenzioni. Quella roba lì, la lascia agli europei.

IL TERMOMETRO NON HA PREGIUDIZI 

Perdindirindina

Il termometro di casa e quello del Servizio Meteorologico nazionale si sono messi a complottare. Dicono all’unisono che là fuori ci sono -15°C. Ormai mi sto americanizzando. Quelli Celsius non sono più impressionanti dei gradi Fahrenheit. Se a fine dicembre, con 80°F, a Miami benedici l’aria condizionata in macchina, vuol dire che a gennaio 4ºF a Brooklyn sono letali. Non serve Einstein.

Sole o non Sole, Harper ha deciso che in questo lunedì di vacanza non è sensato per le famiglie newyorchesi mettere il naso fuori di casa.

In effetti, una volta in strada, rivaluto la consapevolezza e il pragmatismo di Harper. Mentre il resto della famiglia è rimasto nel tepore domestico dei 21ºC, dopo un anno il mio naso si ricorda perché a oltre -15ºC è intelligente rimanere al chiuso: perché il passamontagna non lo copre.

FANTASIE DI BAMBINI E SOGNI DI MAESTRI

Letture per i più piccoli. Perché anche i più grandi sono stati bambini.

Mio figlio, che va in prima elementare, da settimane si è preparato per questa giornata. A scuola, il suo maestro ha dedicato molte ore alla figura di Martin Luther King. Il suo sogno è quello di portare i bambini a Washington in primavera, nei luoghi che hanno fatto la storia delle lotte per i diritti civili degli Afroamericani. 

Con la sua vita straordinaria, e la sua drammatica fine, Martin Luther King ha impressionato l’immaginazione di un bambino di sei anni, che ancora ha la fortuna di non vedere il mondo in bianco e nero. Quando è a casa, mio figlio ascolta il discorso della Marcia su Washington e ripete le parole di Dr. King, a volte imitandone pure la voce. Adesso che ne conosce un po’ di più la storia, capisce pure perché due anni fa lo abbiamo portato ad Atlanta e la scorsa estate a Memphis.

Tra le centinaia di libri per bambini che si sono accumulati negli anni, due sono tra i suoi preferiti del momento. Uno, ovviamente, è dedicato proprio a Martin Luther King. L’altro, a Neil Armstrong. A luglio saranno 50 anni esatti da quando il primo uomo ha messo piede sulla luna.

NEIL ARMSTRONG È ATTERRATO IN GIAPPONE

In questo gelido MLK Day, anche Neil Armstrong è stato nei miei pensieri. 

Perché Armstrong sapeva come attrezzarsi per resistere al freddo estremo. Se Armstrong fosse ancora vivo, pure lui apprezzerebbe Uniqlo.

Non ho la faccia (così) tosta e, soprattutto, nemmeno il “physique du rôle” per trasformarmi un “influencer” a quasi 50 anni. Ma ascoltatemi bene e seguite il mio consiglio.

In Italia non c’è ancora, Uniqlo. Ma arriverà presto. Per me non è solo lo sponsor che mi fa entrare gratis il venerdì pomeriggio al MoMA. È anche il fornitore ufficiale del mio guardaroba, più preoccupato degli sbalzi di temperatura che delle ultimissime tendenze.

PICCOLO SPAZIO PUBBLICITÀ

I giapponesi di Uniqlo mi salvano in estate, quando l’afa rende insopportabile qualunque mutanda, figurarsi una maglietta o una camicia di cotone. Tutto quello che desidero per non sudare è cento per cento ultra-sintetico. Così ultra-leggero, ché ancora un po’ ti sembra faccia pure fresco quando lo indossi. E Uniqlo mi salva in inverno, in giornate come questo lunedì da orsi polari. Con tutta la serie di indumenti “Heattech”, fatti per non disperdere il calore che produciamo mentre sudiamo. Immagino che il bagno di sudore sia un elemento centrale nel marketing dell’abbigliamento giapponese.

Quando il Sole cala, sulla Luna la temperatura scende attorno ai -170ºC. Quando i venti dell’Artico arrivano dalle mie parti, e rimpiangiamo che il Nord America non sia protetto da una catena montuosa che sia alta almeno come l’Himalaya, a Sunset Park il Sole non solletica la colonnina del termometro. Che se ne sta immobile, sugli stessi -15ºC di cui sopra. Scommetto che gli eredi di Neil Armstrong hanno in portafoglio azioni di Uniqlo, acquistate direttamente alla Borsa di Tokyo.

MENS INSANA…

Per sgranchire le gambe, decido che voglio fare due passi verso la baia. Due passi significa che dovrò fare almeno due miglia per arrivare al Bush Terminal Park. E che mi serviranno almeno due paia di calze per piede, a meno di non voler sperimentare il congelamento parziale. Soprattutto, non potrò fare a meno di: mutanda Super Pippo (calzamaglia uomo, rigorosamente Uniqlo), jeans felpati, maglia della salute (ancora Uniqlo), maglia felpa ultra-isolante, giacca a vento (Uniqlo, certo) con tanto di cappuccio, passamontagna da scalatore nepalese, berretto invernale (Uniqlo, ovvio) e guanti per isolamento termico (gentilmente offerti da… 3M, quella dei Post-it). 

Bardato da testa a piedi come un vero astronauta (o cosmonauta, se siete nostalgici dell’Unione Sovietica), e sapendo che Neil Armstrong sarebbe orgoglioso di me, affronto il marciapiede davanti casa. 

Il selfie insofferente. La Guida Inutile New York a -15ºC…

“Puttana Eva se non è una giornata del cazzo per uscireee!!!”. Nessuno mi sente urlare. In compenso, avendo la bocca coperta dal passamontagna, tutto il fiato cerca una via d’uscita lungo il mio naso. Risultato? Dopo dieci secondi e cinque metri da casa, i miei occhiali sono già ricoperti di condensa. Da lì a poco, a forza di insistere con la respirazione, il passamontagna sarà umido. E ghiaccerà all’altezza della bocca.

…IN CORPORE ALGIDO

L’idea che il cappuccio in testa mi faccia sembrare un cretino, la scarto dopo un minuto esatto. Non solo perché in giro non c’è quasi nessuno che possa vedermi, ché stare fuori è davvero da cretini. Ma perché passamontagna e berretto sono appena sufficienti per non farmi urlare di nuovo. Questa volta dal dolore vero. Si, serve anche il ridicolo cappuccio con tanto di pelo sintetico per tenere la testa al caldo. 

Continuo a non capire perché ci sia un pazzo che abbia voluto attraversare l’Antartide senza aiuto, quando poteva tranquillamente venirsi a fare pure lui due passi a South Brooklyn in un lunedì di gennaio. 

Quando decido che è giunto il momento di pulire gli occhiali, perché non distinguo chiaramente una mazza, devo levarmi i guanti. Ma c’è un problema insormontabile. Essendo ateo, non ho idea di quale dannato Santo Dell’Agnosticismo io possa maledire per il blocco della circolazione sanguigna alle dita. E poi c’è un problema secondario. Presente che succede quando azioni il tergicristallo della macchina in una giornata gelida? Stesso effetto: adesso che ho provato ad asciugare la condensa, i miei occhiali sono ricoperti da una patina gelata. 

NATURA CON LA N MINUSCOLA

New York, Brooklyn, Bush Terminal Park
Brooklyn, il Bush Terminal Park nel quartiere Sunset Park, 21 gennaio 2019

Cresciuto in una città circondata da colline e montagne, agli inizi ho patito New York. Qui, a parte i grattacieli, tutto è piatto. Nella mia Torino la forza della natura la vedevi ovunque, anche senza andarla a cercare in un parco: bastava alzare lo sguardo all’orizzonte. Qui devi andare a cercarla, l’immensità di cui è capace Madre Natura. Ed è ugualmente piatta: mare o fiumi, punto.

Quando arrivo al Bush Terminal Park, trovo finalmente il mio contatto con la magia dell’Universo: l’acqua zozza della baia di New York. Per raggiungerla ho dovuto attraversare uno dei quartieri più industriali di Brooklyn. Meglio, ho voluto. Ché la mia fascinazione per le fabbriche e l’archeologia industriale è più forte di qualunque richiamo della natura. E poi ho dovuto fingere che la brezza artica sul naso fosse giusto il mio sogno di giornata.

L’acqua della Upper New York Bay è bastarda come la città da cui prende il nome. Quaggiù, in “The Greatest City In The World”, la purezza annoia. Non solo tolleriamo rifiuti, escrementi, topi di fogna in metropolitana, scarafaggi o insetti che si annidano nei materassi che i nostri vicini abbandonano sui marciapiedi (insieme a preziosi libri che non leggono più). Ma amiamo mischiarci, confonderci, imbastardirci. E così, ben prima di noi che abbiamo la fortuna di vivere in questa città minestrone, è corrotta e impura l’acqua di questa grande baia. Un misto di acqua dolce e salata. Più merda varia.

CIRCOLO POLARE KARMICO

I moli abbandonati, le onde che sgretolano il cemento e arrugginiscono il ferro dove possono. Sono nel mio ambiente, mi sono connesso con l’armonia della Seconda Rivoluzione Industriale.

Dura poco.

L’ennesima folata di vento che da mezz’ora sta torturando la mia faccia, fa letteralmente svanire al volo la poesia, la nostalgia e pure la mia idiozia di venire in questa landa ragionevolmente dimenticata dagli uomini.

Difficile anche solo camminare, all’ingresso del Bush Terminal Park. Il piccolo viale d’ingresso costeggia la baia. Il vento brutale solleva l’acqua e, come fosse un vaporizzatore, la soffia sull’asfalto. A quel punto, l’acqua ghiaccia all’istante, trasformando il viale in una pista da slittino. Pattinare è un’opzione da scartare, così come quella di provare a sedersi su una panchina.

Torno sui miei passi. Ma ho bisogno di fare una pausa. Se fossi un turista a Manhattan, saprei pure dove andare in una fredda giornata (perché prima d’arrivare in città mi sarei letto tutto il blog della Guida Inutile New York). Ma la Guida sono io, e sto solo cercando d’evitare un principio di congelamento a due passi da casa. Industry City è la mia sosta di salvezza. 

LA CITTÀ CHE S’INDUSTRIA

Mi piace venire in questo immenso ex complesso industriale, soprattutto nei mesi in cui non c’è una prova di glaciazione. Mi ricorda immancabilmente il Lingotto di Torino. Perché anche questi sono lunghi edifici che per decenni hanno ospitato migliaia di operai. Qui a Sunset Park, almeno in parte, questa tradizione produttiva è sopravvissuta, adattandosi alle trasformazioni dell’economia contemporanea.

I diversi uffici che da Manhattan sono venuti a insediarsi quaggiù, cosi come le tante attività artigianali o di design, oggi sono chiusi. Nonostante qualche bar o taqueria o pizzeria siano aperti, nei corridoi della “food hall” c’è molta meno gente di un qualunque giorno feriale. Eppure qualcuno lavora. Lo spazio condiviso di lavoro, Camp David, è aperto. E così Li-lac, il piccolo laboratorio che produce cioccolata.

Anche il fotografo ha freddo

C’è pure un fotografo che ha allestito un set molto minimale. Osservo a lungo la sua modella. Sorride in continuazione e indossa un vestito che mi ricorda quegli abiti tradizionali giapponesi. Non solo quanto di più lontano dal gusto globalizzato di Uniqlo (che a questo punto, come minimo, dovrebbe darmi delle royalty quando arriverà nella Milano trendy). Sembra anche orchestrato come se fosse uno spot pubblicitario.

Solo in quell’istante mi viene in mente che in un altro edificio, sempre qui a Industry City, ha aperto da qualche settimana un grande supermercato giapponese, con tanto di caffè e ristorante. Una sorta di Eataly nipponica. Forse il fotografo e la modella stanno lavorando per Japan Village. 

MADE IN JAPAN

La fascinazione dei giapponesi per gli Stati Uniti ha portato negli anni all’adozione e al perfezionamento dei modelli di consumo dell’America. Ma di recente, è emersa una nuova tendenza. I giapponesi copiano e realizzano, secondo canoni di alta qualità, prodotti tradizionali U.S.A. che poi trovano mercato tra gli stessi americani: dal bourbon alla musica jazz, passando per l’abbigliamento da lavoro. 

Fascinazione simile è quella degli americani per il Giappone. Un paese con radici culturali lontanissime nel tempo, eppure devoto alla tecnologia negli ambiti più disparati della vita sociale. Da decenni, agli occhi dell’America, il Sol Levante è considerato la materializzazione del futuro che attenderebbe tutti noi occidentali. 

Brooklyn, Industry City, il supermercato del “Japan Village”

A New York non è difficile acquistare prodotti alimentari giapponesi. Ma i 2000 mq di Japan Village sono un unicum nel panorama della città. Si può trovare davvero di tutto e fare la spesa come in un qualunque supermercato. Che tu stia cercando per i tuoi bambini dei cotton fioc fatti in Giappone, o che tu voglia mettere sulla griglia delle bistecche di Kobe, il Japan Village di Brooklyn è la tua destinazione. La prossima volta ci porto la famiglia. E ci torno con la macchina.

AMARSI UN PO’ 

Mi rimetto in movimento verso casa. La lunga pausa mi ha rigenerato. Ma adesso che sono in strada, ho di nuovo un freddo maledetto. E sono costretto a forzare il passo. Mutandone e maglia della salute ultra-tecnologici trattengono, si, il calore. Ma prima sei tu che lo devi generare.

Il traffico lungo l’infernale Gowanus Expressway sembra caotico come sempre. Ma i marciapiedi della sottostante 3rd Avenue sono popolati come i sentieri di una tundra. Alcune videoteche porno sono aperte per le feste. E le loro vetrine ti ricordano, senza troppe sofisticazioni, che per scaldarsi basta davvero poco. Soprattutto se si la fortuna di essere almeno in due. 

Con i video porno le bollette non si pagano più

Questi negozi dovrebbero essere studiati come esempio della vera resilienza newyorchese. Youporn e tutta la pornografia a cui possiamo accedere gratuitamente non sono bastati a mandarli in fallimento. A fatica, ma resistono. Perché si sono adattati. Non so nel resto della città, ma in questo angolo di Brooklyn si sono trasformati piano piano in porno-shop. Magari non lussuosi, ma con lo stretto necessario per le coppie che non si accontentano di fantasticare sotto la doccia o in cucina.

Una di queste coppie mi passa giusto davanti mentre esce dal negozio che aveva suscitato la mia curiosità (eufemismo ipocrita). Ai miei occhi sembrano due hipster. Lui alto, giubbotto attillato, capelli lunghi, gambe affusolate e pantaloni strettissimi alle caviglie. Lei un po’ più bassa, capelli corti, forse un caschetto, e cappotto nero che la avvolge oltre le ginocchia. Lui con una mano tiene un piccolo sacchetto nero, tipo quelli della spazzatura in ufficio, e con l’altra afferra la mano della sua compagna d’acquisti. Pochi passi e girano l’angolo. Il tempo di salire in macchina e ripartono veloci.

Aveva sogni nobili di libertà ed eguaglianza reale, Martin Luther King. Ma in questo gelido lunedì di gennaio, a quei due ragazzi, basta anche solo che non ci sia traffico.

New York, Brooklyn, Martin Luther King, Martin Luther King jr. Day
New York, Brooklyn, Martin Luther King Jr. Day


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