Times Square in time of coronavirus
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Come vuoi che stiamo qui a New York con il coronavirus…

La pandemia non vedeva l’ora d’allargarsi in città.


Un lato positivo delle cose c’è sempre, anche nei momenti più difficili. Quella che in inglese si chiama metaforicamente “silver lining”, come la linea di luce che s’intravede ai bordi di una nube minacciosa. Non fa eccezione l’epidemia di un coronavirus che potrebbe ammazzare pure te, soprattutto se gli semplifichi la vita con ipertensione o diabete.

(Già che siamo in isolamento, mettiamoci pure le cuffie)

Tra bar chiusi, ristoranti dove puoi entrare solo per ritirare la tua cena da asporto, e l’ordinaria assenza di latrine pubbliche, pisciare all’aperto a New York non è mai stato così facile. Quand’anche le strade secondarie dei quartieri non fossero pressoché deserte, perché per la maggior parte del tempo ce ne stiamo buoni buoni a casa, chi mai si sognerebbe di guardarti storto mentre ti scrolli l’uccello soddisfatto davanti all’auto del fortunato di turno?

Certo non io. Storta m’è venuta solo la fotografia. Non ho resistito all’istinto voyeuristico. Giusto per mandare a futura memoria un giorno qualunque della pandemia del secolo, in quella che ostina a credersi “The Greatest City In The World”.

Ci sono cose che vorresti cancellare dalla memoria di queste settimane, e non è detto che mai ci riuscirai. I giorni più angoscianti, quelli dove il silenzio è rotto senza sosta dalle sirene delle ambulanze. Altre cose, invece, le memorizzi senza una ragione e ritornano alla mente quasi d’istinto. Ogni sera, alle sette in punto, apri le finestre e inizi ad applaudire per un paio di minuti. Lo devi a tutti quelli che stanno lavorando in ospedale e provano a fare miracoli. Muoiono pure loro, invece, e il massimo che riusciamo a fare non basta comunque a salvare chi deve sacrificarsi per noi. 

Brooklyn, South Slope. Effetti del coronavirus sui freni inibitori.

Crediamo di piegare le curve del contagio, crediamo. La verità è che siamo impotenti. Se anche non ce lo avessero ordinato, alla vista dei monatti ci saremmo rintanati in casa da soli. Perché quando metti la testa fuori, dove ti giri giri, pesti comunque una merda.

Acqua, sapone, non c’è pomello di porta che non sia stato disinfettato, e poi di nuovo altro sapone sulle mani, il cartone della consegna, cazzo ho toccato la busta, ma il postino avrà avuto i guanti, la suola delle scarpe, peggio, la tizia che ha tossito nella mia corsia al supermercato, ché di tanto in tanto devo pur sempre fare la spesa, che poi chiamare corsia uno spazio dove non puoi neanche allargare le braccia e poi per toccare roba che altre decine di mani e tu non hai i guanti, che se anche li avessi, una volta tornato a casa, dovresti svestirti come a Chernobyl, almeno questo è quello che mezza dozzina di medici e infermieri alle prese con i malati veri ci ha fatto vedere su ABC, che magari fosse solo la filastrocca per imparare l’alfabeto a Sesame Street… Non c’è speranza. 

Almeno, con il coronavirus, possiamo andarcene in giro conciati come banditi.

È un virus subdolo, questo novello coronavirus. Se ne fotte dei progressi della medicina, di quelli che ti farebbero sopravvivere anche se hai problemi cardiaci o sei asmatico. Se hai fumato a lungo, il coronavirus può farti rimpiangere l’empatia degli avvisi sui pacchetti di Marlboro. Quando hai la fortuna d’essere sano come una divinità, hai poco da compiacerti. Potresti aver fatto il tampone, con risultato negativo. Ma due giorni dopo, qualcuno potrebbe contagiarti. A quel punto, ancora senza sintomi, potresti poi essere tu ad infettare altri disgraziati. 

Più che appiattire curve, con la speranza di vedere un po’ di luce sulla strada davanti a noi, in realtà siamo impietriti davanti al precipizio. Aspettiamo solo che si fermi qualche cura miracolosa o un vaccino provvidenziale a portarci via dall’incubo.

Per salvarci, poi, pare non serva a granché nemmeno maledire chi continua a ripetere che COVID-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus, non sia diversa da un’influenza stagionale particolarmente letale. Questi incurabili bastian-contrari, però, ci hanno levato una volta per tutte l’ultimo dubbio residuo: per la mamma degli scarrafoni non c’è partita contro quella dei fessi. 

A New York, dopo un paio di mesi di contagio lento e poi cresciuto esponenzialmente come da previsione, abbiamo numeri che fanno impallidire le morti stagionali da influenza. Ogni inverno, per l’influenza, in questa città muoiono circa 2000 persone. COVID-19, in appena due mesi, ha già cancellato 11.000 vite. Più di cinque volte tanto, per una malattia il cui nome fa schifo come un modulo delle tasse.

E tutto questo mentre ce ne stiamo al riparo nelle nostre dimore. E abbiamo abbandonato la metropolitana per lasciarla ai disgraziati costretti a lavorare per noi, che possiamo nasconderci davanti a un computer a casa e continuare a pagare le bollette (fino a quando?). E non possiamo più portare i bambini a scassarsi sull’altalena, perché finalmente hanno chiuso i giardinetti, ché quei disgraziati dei figlioli mettono le mani ovunque e poi vengono ad abbracciarti dopo averti messo le dita negli occhi. E quando ci concediamo il lusso di un’ora d’aria, facciamo di tutto per evitarci lungo i marciapiedi, manco avessimo davvero la peste, e ci guardiamo pure con sospetto perché non ci sono a spasso tutte queste anime vive.

Pensa che cazzo sarebbe successo senza la supplica di stare agli arresti domiciliari, senza queste misure di alienazione e confino che abbiamo soprannominato “distanziamento sociale”. Che almeno qualcuno regali un pallottoliere ai contabili che dal divano di casa pontificano sui tassi di mortalità.

New York City, Brooklynites in time of coronavirus
Brooklyn, Greenwood Heights. A noi, il coronavirus, ci fa le…

Il Governatore dello Stato di New York, con tanto di decreto in vigore da oggi, ci ha appena ordinato d’indossare una mascherina, o anche solo una bandana, tutte le volte che andiamo in metro o a far la spesa e nelle più svariate situazioni in cui è impossibile mantenere le distanze dagli altri in pubblico. L’obbligo di mascherina vale solo per coloro che abbiano più di due anni d’età. Meglio tardi che mai, dopo settimane in cui abbiamo sputacchiato ovunque a 360 gradi credendoci innocenti e pure furbi (“la mascherina non ti protegge, serve solo a medici e infermieri”. Ahem… ti sei ascoltato??).

Adesso, però, oltre a dotare la polizia di manganelli per spaccarci i denti se ancora osiamo starnutire impunemente senza coprire la bocca col braccio, servirebbe pure una bolla imperiale intergalattica per ordinare di mantenere le distanze dai fessi.

Io ci credo che il coronavirus non vedesse l’ora d’arrivare in una landa come New York. Siamo pur sempre la città dove i topi, quando si annoiano a correre lungo i binari della metro, salgano dritti sulla banchina, e i più famosi si fanno riprendere mentre mangiano la pizza. Vieni avanti, SARS-CoV-2, mettiti comodo. Non credere alle dicerie sui newyorchesi insensibili e maleducati. Sapremo offrirti l’ambiente ideale per prosperare. Come diceva un famoso cantante del New Jersey, tal Frank Sinatra da Hoboken, se ce la fai a New York puoi farcela ovunque. E lui nemmeno conosceva Bergamo.

Manhattan, Midtown East. Il tratto dell’FDR Drive sotto il Palazzo delle Nazioni Unite è deserto come non mai.

Essere una città cosmopolita, e affollata ogni giorno da almeno 100.000 alieni che arrivano dai quattro angoli del globo terraqueo, non ci bastava. Viviamo in appartamenti fatti apposta per generare la claustrofobia. Se qualcuno al supermercato si attarda una frazione di secondo, così rischiando di creare anche solo l’apparenza di un ingorgo, prima ancora di sgomitare lo fulminiamo con un “Xcuse mee!” dritto alla giugulare. E poi ci pressiamo per entrare in metropolitana, fingendo di non sentire l’altoparlante che ci implora d’aspettare il treno successivo. Quale condizione migliorare per farci prendere a randellate da un virus? 

Non avevamo bisogno che arrivasse un professore del MIT a dimostrarci il ruolo cruciale svolto dalla metropolitana cittadina nella diffusione del coronavirus. Anche in una banale giornata qualunque, quando non stiamo sempre lì a domandarci se un pipistrello abbia scagazzato su qualche malcapitato ricercatore cinese in una grotta a cento chilometri da Wuhan, la metropolitana di New York è il veicolo principale per trasmettere batteri d’ogni tipo. Per creare un ambiente secco, e meno favorevole ai microorganismi che vorrebbero accasarsi nei nostri polmoni, quaggiù le carrozze hanno l’aria condizionata pure in inverno.

Insomma, a New York le meraviglie della globalizzazione aerea degli ultimi vent’anni, quelle che hanno collegato direttamente la città con almeno 150 destinazioni in tutti i continenti, si sono sposate con la storica urbanizzazione che da sempre soffoca la città. Non serviva una squadra di epidemiologi per capire che quaggiù, nell’impossibilità d’evitare il sovraffollamento, avremmo respirato solo coronavirus. Ben più che nelle grandi metropoli di California, Texas e Florida, dove la densità della popolazione è diluita su aree urbane di cui non si vede la fine, e dove spesso pure i più poveri hanno una macchina per spostarsi.

NYC, Manhattan. Fifth Avenue in the time of coronavirus.
Manhattan, Fifth Avenue ai tempi del coronavirus.

Come usciremo da questa situazione, qui a New York? Quando avremo davvero un’immunità di gregge? In attesa del vaccino, riusciremo almeno a ridurre il rischio di contagio letale per i più deboli tra noi, a partire da chi ha scarse difese immunitarie? Se le relazioni sociali e le attività economiche saranno costrette per lungo tempo ad adattarsi alla necessità di mantenere una distanza di sicurezza, la vita tornerà mai più quella di prima? 

E che diamine ne so, io. Se lo sapessi, a quest’ora sul mio conto in banca ci sarebbero cifre a sei zeri. E starei scrivendo guardando l’Oceano dalla terrazza della mia villa negli Hamptons. Come tanti newyorchesi ricchi, che già da un mese hanno lasciato la città per rifugiarsi nelle loro seconde case da favola. E quando non le possedevano, hanno offerto l’impossibile agli agenti immobiliari per trovare magioni di lusso in affitto.

Non mollare la presa!

Io, invece, sono qui a Brooklyn, e non me ne vado. Non proprio un “bogia nen”, uno di quegli eroici soldati sabaudi che pare non lasciassero le loro posizioni nemmeno quando le circostanze avrebbero suggerito almeno un ripiegamento. Diciamo che, coronavirus permettendo, mi muovo quel tanto per campare contento e restare uno schianto (piccolo omaggio alla buonanima di Roberto “Freak” Antoni, che ieri avrebbe compiuto gli anni).

Dalle finestre di casa mia posso intravedere, in lontananza, le punte dei nuovi grattacieli che stanno trasformando Downtown Brooklyn. E posso anche vedere  gli alberi sulla vasta altura occupata dal cimitero di Greenwood. In certi giorni fa ancora un po’ freddo, come da tradizione qui a New York ad aprile. Ma la primavera e le fogli verdi arriveranno anche lassù.

Ovunque voi siate, tenete duro. Servirà tanto tempo, ma ne verrete fuori.

Quanto a noi quaggiù, dove sembra che il coronavirus si stia accanendo proprio con la città che ha la presunzione di ritenersi il centro del Mondo: hang in there, New Yorkers. Passerà pure questa, tutti insieme ce la faremo. Alla fine New York sarà ancora più tosta e resistente di prima. E i topi ci ringrazieranno.


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