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Natale a New York, tra Hanukkah, Kwanzaa e luci italiane

La Storia newyorchese di Babbo Natale, il miracolo dei Maccabei vittoriosi e l’eredità culturale africana.

 

 

Ci siamo scambiati messaggi per giorni interi, per definire i dettagli del progetto. Ha condiviso con me l’agenda dei suoi impegni di dicembre, per tentare in ogni modo d’incastrare il nostro incontro. Io l’ho corteggiato a lungo, come quei giornalisti seri quando cercano l’intervista della vita. Sono anche andato ad un evento in cui lui era l’ospite d’onore. Lo conoscevo già, ma volevo di nuovo vederlo all’opera. Non per lusingarlo, ma perché sinceramente ammirato dalla sua dedizione, soprattutto con i più piccoli. La mia idea sembrava entusiasmarlo. Avremmo trascorso alcune ore insieme, compatibilmente con il suo secondo lavoro, quello che gli serve da copertura durante il resto dell’anno. Lo avrei seguito nell’arco di una giornata, dalla colazione al rientro a casa. Ma c’erano paletti invalicabili. Le fotografie non avrebbero potuto mostrare il suo volto e avrei dovuto evitare di scrivere qualunque particolare che potesse renderlo riconoscibile e rintracciabile. La privacy è davvero tutto, per Babbo Natale.

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New York, Natale al Rockefeller Center

Ogni anno, la stessa litania. Tutti a ripetere la storia dell’Uomo Vestito Di Rosso E Con La Barba Bianca E Il Sacco Pieno Di Doni. Tutti a descrivere il suo villaggio in Lapponia, dove gli Elfi lo aiutano nella preparazione dei giocattoli da distribuire ai bambini. I pacchi di lettere, la neve, la slitta con le renne. Adesso pagano pure reporter e fotografi per andare laggiù. A raccontare balle.

“Lo sapevo! Lo sapevo già! La storia della Coca-Cola!!”.

Fermi. Non vorrei essere scortese proprio a Natale. Ma… sapete ben poco. Alla Coca ci arriviamo.

E non mi riferisco solo alla Storia più lontana, quella con la S Maiuscola. Ché quella nemmeno è così chiara. Siamo sicuri che Gesù Cristo sia nato proprio il 25 dicembre? Chi l’ha stabilito? E le celebrazioni della rinascita del Sole? Il solstizio d’inverno? C’entrano qualcosa? Tranquilli, questa è la vostra “Guida Inutile NEW YORK” non una guida utile sulla Storia del Cristianesimo. Non è qui che vi leverete tutte le vostre curiosità sul Sole invitto e Papa Giulio. Per non parlare della manna di San Nicola, che dalla Turchia è finita a Bari.

 

DA SAN NICOLA A SANTA CLAUS, PASSANDO PER SINTERKLAAS (FORSE)

Washington Irving, Knickerbocker's History of New York
Washington Irving, Knickerbocker’s History of New York

Gli olandesi sono arrivati sull’isola di Manhattan nel 1614. Giovanni da Verrazzano era arrivato da questa parti quasi cent’anni prima ma non s’era fermato. Nel 1626 la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali fonda New Amsterdam. Un anno dopo, la tribù indiana dei Lenape vende agli olandesi l’intera isola di Manhattan. Da lì in poi inizierà la storia della New York che conosciamo noi. E Babbo Natale, meglio conosciuto quaggiù come Santa Claus? Con tutto questo, che c’entra?

Sinterklaas è il nostro Santa Claus in olandese. Il San Nicola festeggiato il 6 dicembre e che, secondo leggende varie, aiutava i bisognosi e portava regali. I coloni olandesi, arrivando a Manhattan, si sarebbero portati dietro usi e costumi della madrepatria, a quanto pare. Queste tradizioni sono state narrate, tra gli altri, da Washington Irving nella sua “History of New York“, o “Storia di New York dagli Inizi del Mondo alla Fine della Dinastia Olandese” (1809). Diplomatico, saggista e noto soprattutto per aver scritto racconti brevi come “La leggenda di Sleepy Hollow“, Irving ha utilizzato lo pseudonimo di Diedrich Knickerbocker per scrivere una storia satirica della città dai tempi dei primi coloni olandesi (chiamati talvolta proprio knickerbockers per via dei particolari pantaloni che indossavano, i “knickers”). Nella Storia newyorchese di Irving si legge di St. Nicholas, delle sue cavalcate su New Amsterdam e dei “doni magnifici” che lasciava. Storia satirica. Insomma: davvero gli olandesi della nuova colonia avevano la tradizione di San Nicola? Poco probabile.

Nel 1954, dopo aver rovistato tra vecchi quotidiani newyorchesi, libri e documenti d’archivio vari, lo storico Charles W. Jones è arrivato alla conclusione che fino alla Guerra di Rivoluzione Americana non c’era stata traccia di San Nicola e prima ancora di Sinterklaas. In un articolo pubblicato nell’ottobre di quello stesso anno sul “New York Historical Society Quarterly” Jones attribuiva in pratica l’invenzione di Santa Claus a Washington Irving. Ma perché mai un mancato avvocato con la passione per i racconti brevi avrebbe dovuto raccontare balle? (C’è qualcosa che mi suona familiare…).

Washington Irving, figlio di immigrati irlandesi, non era solo una penna brillante che aveva deciso di abbandonare l’avvocatura per fondare una rivista satirica, “Salmangundi“, e sfottere i potenti newyorchesi della sua epoca. Era anche un membro della New York Historical Society, fondata nel 1804 da un ricco mercante, John Pintard. Antiquario e filantropo, Pintard era l’uomo che aveva introdotto qui a New York la festività di San Nicola, il 6 dicembre. Per capire cosa ci fosse davvero nella testa di Irving e dei suoi contemporanei possiamo rivolgerci ad un altro storico, Stephen Nissenbaum, e al suo “The Battle for Christmas” del 1997.

Nissenbaum è uno studioso che concentra le sue attenzioni sulla Storia americana che va dalle colonie alla fine del 1800. Osservando i dati demografici, possiamo vedere che agli inizi dell’800, poco più di 100mila persone vivevano a Manhattan, quello che era il nucleo originario di New York. Nel 1860 erano quasi 1 milione e 200mila. La crescita esponenziale era dovuta esclusivamente agli immigrati, arrivati soprattutto da Germania, Irlanda e Inghilterra. Non dobbiamo mai dimenticare che questa “working class”, fatta di poveri e poverissimi, viveva in bassifondi dalle condizioni igieniche squallide. Insomma, avevano ben poco di cui rallegrarsi. Per questa ragione, come spiegato da Nissenbaum, lungo tutto il mese di dicembre, tra il giorno di San Nicola e la notte dell’ultimo dell’anno, questa nuova plebe newyorchese aveva l’abitudine di scendere per strada. Ubriachi, disgraziati d’ogni genere, gente che festeggiava vagando sotto le abitazioni dei ricchi, chiedendo cibo e alcool a quei privilegiati le cui fortune erano frutto proprio delle fatiche di questi nuovi immigrati. Le elite cittadine, quelle che per esempio si raccoglievano attorno ad organizzazioni come la New York Historical Society, iniziavano a preoccuparsi: questi disordini potevano sfuggire di mano e magari portare a rivolte incontrollabili. Bisognava fare qualcosa, che durasse nel tempo. E così che venne l’idea di riportare le celebrazioni dicembrine in ambito domestico. Dalle strade bisognava rinchiudersi in casa, a festeggiare con la famiglia, possibilmente senza importunare quelle benestanti. Washington Irving, benestante pure lui e membro di questi nuovi ricchi “knickerbockers”, con la sua penna era l’uomo giusto per inventare la tradizione di Santa Claus.

Ma Irving ha messo in piedi solo il primo, importantissimo pezzo dell’invenzione di Santa Claus, il nostro newyorchese Babbo Natale. Qualche anno dopo, nel 1822, è arrivato il necessario anello di congiunzione con la notte di Natale. “Twas night before Christmas”, scrive Clement C. Moore, nel poema che ha per sempre legato Santa Claus al Natale. Con “A Visit From St. Nicholas“, Moore ha chiuso il cerchio della leggenda aperto da Irving. Uno dei protagonisti della Storia newyorchese di Irving, l’olandese Olaff Van Cortlandt (che non è solo un bellissimo parco nel Bronx), sogna St. Nicholas con la sua pipa fumante. E il St. Nicholas di Clement C. Moore, guarda caso newyorchese pure lui? Ha la pipa, e non solo. Se fino ad Irving il nostro Santa Claus non aveva caratteristiche fisiche particolari, è con Moore che il nostro Babbo Natale si presenta come un vecchio elfo “paffuto e grassottello”, con tanto di slitta e renne. Ma non ancora vestito di rosso.

 

BABBO NATALE BEVE LA COCA-COLA (SIGH)

Santa Claus, Thomas Nast
Il “Santa Claus” disegnato da Thomas Nast, Harper’s Weekly, 1 Gennaio 1881

Santa Claus è stato per anni, già a partire dalla seconda metà dell’800, rappresentato con i colori più disparati: rosso, certo, ma anche blu e giallo. Se con il ‘900 il rosso diventa predominante, abbiamo però anche un Babbo Natale con la divisa verde militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Perché alla faccia di chi in America oggi lamenta una presunta Guerra al Natale (quando per esempio Starbucks propone bicchieri rossi senza altri simboli della cristianità), c’è stato comunque un momento in cui di sicuro “Babbo Natale è andato in guerra“. L’immagine che si ritiene abbia fissato per sempre i canoni fisici di Santa Claus è, però, attribuita a Thomas Nast, con un disegno pubblicato il primo gennaio 1881 da Harper’s Weekly. Nast già dal 1866 aveva disegnato Babbo Natale per Harper’s. Probabilmente, dopo 15 anni aveva ormai acquisito una certa intimità col vecchio Santa.

A questo punto, come arriviamo dal Santa Claus di Irving, Moore e Nast a quello della Coca-Cola?

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Il Santa Claus/Babbo Natale disegnato da Haddon Sundblom per Coca-Cola, The Saturday Evening Post, 1931

Secondo quanto raccontato dalla stessa azienda, la Coca-Cola già dalla fine degli anni ’20 aveva iniziato a pubblicizzare la sua bevanda con Babbo Natale. Nel 1930, per esempio, sulle pagine del “Saturday Evening Post” vediamo un Santa Claus bere Coca-Cola circondato dalla folla ai grandi magazzini. Ma è nel 1931 che arriva il salto di qualità. Ricevuto il mandato, la D’Arcy Advertising Agency si rivolge ad un disegnatore del Michigan per ridisegnare completamente le pubblicità natalizie dell’azienda di Atlanta. Haddon Sundblom è l’uomo che ha reso celebre il nuovo Santa Claus della Coca-Cola e il suo primo disegno con la versione rinnovata di Babbo Natale è apparso nel 1931, sempre sulle pagine del “Saturday Evening Post”. Per gli esperti di marchi e brevetti, ovviamente la Coca-Cola non può definirsi in alcun modo inventrice della figura di Babbo Natale, e l’azienda mai si è dichiarata tale. C’è però un diritto d’autore sulle immagini di Sundblom e, dopo 30 anni di uso prolungato, l’azienda avrebbe pur sempre maturato la protezione tipica dei marchi d’impresa secondo la common law. Per evitare qualunque tipo di dubbio, nel 2002 la Coca-Cola ha comunque registrato le sembianze del Babbo Natale disegnato da Sundblom, per poterle utilizzare su merchandising vario.

Ora che avete chiare le origini newyorchesi di Babbo Natale, prendete qualche nota veloce (si fa per dire). Perché Natale a New York è molto di più che l’albero del Rockefeller Center o le vetrine illuminate di Sacks.

 

LE LUCI DI HANUKKAH

Innanzitutto, se siete in città a dicembre o nel periodo che va da Natale a Capodanno, ricordatevi di dare un’occhiata al calendario. In questa enorme e popolosa città, fatta da immigrati che per secoli sono arrivati da tutto il Mondo, sono praticate le più svariate religioni. I cristiani sono tanti, ovvio. Ma nella sola area di New York City, e delle più vicine contee di Long Island, si contano almeno un milione e mezzo di ebrei: la seconda comunità ebraica urbana più popolosa al Mondo dopo Tel Aviv. E il numero degli ebrei nella metropoli newyorchese cresce seguendo soprattutto gli intensi ritmi riproduttivi degli ebrei hassidici di Brooklyn. Per gli ebrei questo è tempo di Hanukkah.

Menorah
Festa di Hanukkah, menorah decorativa da finestra

La festa delle luci, come è anche conosciuta Hanukkah, non ha origini bibliche, diversamente da altre festività ebraiche. E celebra un evento storico, raccontato nel primo e secondo libro dei Maccabei, libri apocrifi della Bibbia. Siamo nel II secolo a.C., gli anni del Regno Seleucide che, dopo la disgregazione dell’Impero di Alessandro il Grande, si estende tra Mesopotamia, Siria, Persia e Asia Minore. Antioco Epifane, poi ricordato come Antioco IV, nel 175 a.C. sale al trono e, da ammiratore della Grecia, prova ad ellenizzare il regno. Ma la Giudea, dove Antioco voleva imporre pratiche pagane, nel 167 a.C. si oppone. Di ritorno da una spedizione in Egitto rivelatasi fallimentare per colpa dei romani, Antioco si ferma a Gerusalemme. Le sue truppe saccheggiano la città e il Tempio di Gerusalemme viene consacrato a Giove Olimpio. È in quel momento che inizia la rivolta dei Maccabei per preservare la religione ebraica. Guidati prima dal sacerdote Mattatia e poi, alla sua morte, dal figlio Giuda Maccabeo, i ribelli Maccabei nel 164 a.C. liberano Gerusalemme e il Tempio della città dalla dominazione straniera. Se questo è l’evento storico celebrato da Hanukkah, la tradizione va oltre. La leggenda dice che durante la purificazione e la nuova consacrazione del Tempio a Dio, i Maccabei cercarono dell’olio per accendere il candelabro. Trovarono solo un piccolo fiasco che, miracolosamente, non era andato distrutto nella guerra. Quest’olio sarebbe stato sufficiente per illuminare il Tempio al massimo un solo giorno. Ma il vero miracolo fu un altro: il candelabro rimase acceso per 8 giorni. La festa di Hanukkah (o Chanukah) celebra questa vittoria dei Maccabei e la forza della luce contro le tenebre.

Pur non avendo ovviamente nulla a che fare con le festività cristiane natalizie, talvolta le date di Hanukkah cadono tra dicembre e gennaio, proprio in concomitanza del Natale. Usando un particolare candelabro a nove braccia, la menorah, per otto sere si accendono le candele simboliche. Usando la luce della candela centrale, chiamata shamash, ogni sera si aggiunge e si accende una singola nuova candela, fino all’ultima dell’ottava sera. Partendo da destra e andando verso la sinistra della menorah. Per i bambini è una grande festa. Non solo ricevono doni per tutta la durata di Hanukkah, ma giocano continuamente con i dreidel, piccole trottole a quattro facce. Chi vince porta a casa, in premio, monete di cioccolata. Nelle famiglie come la mia, dove pur avendo una visione laica, uniamo sotto lo stesso tetto tradizioni cristiane ed ebraiche, i bambini sono doppiamente fortunati.

A Manhattan, nella Grand Army Plaza che si affaccia davanti a Central Park e al Plaza Hotel, è possibile assistere alla cerimonia dell’accensione della menorah. Ma il mio consiglio, per una volta, è quello di affittare una macchina e lasciare Manhattan alle vostre spalle, diretti a Brooklyn. Potreste anche usare la metro, a dire il vero. Volete mettere il piacere di un po’ di traffico?

Brooklyn, Hanukkah, Grand Plaza, Menorah
Brooklyn, Grand Plaza, la (più) grande menorah (al Mondo)

Anche senza un navigatore, prendete il Manhattan Bridge e andate sempre, sempre dritto per cinque chilometri. Il contachilometri è in miglia. Percorretene almeno tre. Ma proprio tirando dritto, nessuna piega. Dopo aver percorso prima Flatsbush Avenue Extension e poi Flatbush Avenue, passando davanti al Barclays Center (la meravigliosa arena dove giocano i miei ancora desolanti Brooklyn Nets) arriverete nella Grand Army Plaza di Brooklyn. La riconoscerete perché, sbirciando oltre gli alberi che affollano questa enorme rotonda ellittica vedrete un grande arco di Trionfo. Non grande come quello di Parigi, ovvio. Trattasi di un memoriale della guerra civile americana, eretto per celebrare i soldati e i marinai che hanno combattuto per difendere l’Unione. Qui in Grand Army Plaza, davanti a Prospect Park, gemello un po’ più piccolo di Central Park e disegnato dagli stessi architetti, ogni anno viene illuminata quella che per lungo tempo è stata considerata la menorah più grande al Mondo. Gli ebrei di Manhattan non hanno mai gradito questa definizione e l’hanno più volte contestata. In un modo o nell’altro, le due congregazioni ebraiche di Brooklyn e Manhattan, organizzatrici delle cerimonie di illuminazione delle rispettive menorah, sono anche arrivare a scontrarsi davanti ad un tribunale rabbinico. Il tribunale ha deciso che la menorah di Manhattan, sebbene di 6 inch più bassa (cioè circa 15 centimetri) può fregiarsi dell’appellativo di “più alta” (“tallest”) al Mondo. Perché? Perché gli ebrei di Manhattan sono stati i primi a usare quell’aggettivo, mentre gli ebrei di Brooklyn hanno sempre e solo parlato di menorah “più grande” (“largest”). Braccia, e non del candelabro, rubate all’agricoltura (senza offesa per i contadini che si spaccano la schiena).

 

TAPPA NELLA CHINATOWN DI BROOKLYN (PER UN VERO NATALE “EBRAICO”)…

A questo punto è meglio che vi armiate di una piantina o, meglio ancora, di un navigatore. Il mio consiglio è di usare Google Maps, anche se dovrete spendere qualcosa per i dati internet. Ho visto connazionali spendere centinaia di dollari in puttanate ma testardi come muli all’idea di spendere 20 euro in più sulla bolletta del cellulare in vacanza. Vi supplico, non fate come loro.

Brooklyn, Sunset Park, Chinatown
Brooklyn, la Chinatown nel quartiere Sunset Park

Puntate verso la Chinatown di Sunset Park. Lungo L’8th Avenue, soprattutto tra la 54th e la 59th Street, troverete di che sfamarvi. Fermatevi a comprare dell’anatra alla pechinese, che potrete gustare in macchina, rigorosamente parcheggiata in doppia fila. Se volete invece rispettare la più canonica delle tradizioni ebraiche americane, puntate ad un ristorante, sempre cinese, per la vigilia o il giorno di Natale. Lunghe code di abitanti del quartiere per i dim-sum da Pacificana, all’angolo con 55th Street. Guidate fino all’angolo della 66th Street, dove troverete ancora più autoctoni e men che zero turisti da Park Asia. Ottimo.

Guardando la mappa di Brooklyn vi starete chiedendo: ma perché la macchina? Avete ragione. In Grand Army Plaza ci potete arrivare con la metro (2 o 3) e a Sunset Park pure (N, fermata 59th Street). Sicuri di voler fare avanti indietro, su e giù, cambiando più e più treni in un giorno solo? Lo dico per voi, è il mio regalo di Natale: non voglio farvi stancare. Hai visto mai, un colpo d’aria.

 

…E POI NELL’ITALIANISSIMA BENSONHURST

Siete ancora su 8th Avenue. Adesso tornate sulla 60th Street e andate in direzione Est (cioè girate a destra se avete mangiato da Park Asia a sinistra se vi siete fatti l’anatra alla pechinese). Proseguite fino alla 12th Avenue e superatela appena. Sulla vostra destra apparirà un’insegna abbastanza anonima, con caratteri rossi e verdi su sfondo bianco: “D. Coluccio & Sons, Quality Italian Foods“. Siete nel quartiere di Bensonhurst, storica roccaforte dei nostri connazionali a New York. Nulla a che vedere con le pacchianate acchiappa-turisti di Little Italy. Parcheggiate la vostra vettura ed entrate da Coluccio. È un piccolo supermercato, come quelli che si possono trovare in molte cittadine del nostro meridione. Ma siete nella Brooklyn più tradizionale di sempre, quella che nemmeno sa cosa siano i (finti) hipster di Williamsburg. Per le feste di Natale, Coluccio prepara i pacchi regalo con le lenticchie e il panettone, come quelli che ancora si trovano in Italia. Ora, voi siete in visita, non avete un frigorifero e volete tirarvela perché starete spendendo una follia per un modestissimo albergo a Manhattan quando avreste potuto affittarvi una chicca qui a Brooklyn, tipo a Carroll Gardens. Capisco che, a differenza del sottoscritto, non siate attratti dall’idea di comprare quintali di pasta De Cecco, ricotta salata e caciocavallo. Ci sta. Ma levatevi quell’aria da snob, se ancora non ve l’ha tolta la macchia di anatra alla pechinese che si è fissata sulla vostra camicia mentre tentavate di mangiare con le bacchette in macchina. Comprate un pandoro e della frutta secca. Non ve ne pentirete.

Con questo ben di Dio, sempre lui, siete pronti per la vostra ultima tappa festiva a Brooklyn. Proseguite lungo 60th Street e svoltate a destra su 13th Avenue. Giù per alcuni isolati. Siete diretti a Dyker Heights. Enclave di connazionali immigrati pure quella, dove si dice che quasi il 70% dei residenti del quartiere abbia origini italiane. Dovete andarci, però, nel tardo pomeriggio, quindi fatevi bene tutti i calcoli e non lasciateli al sottoscritto.

 

LE LUCI NATALIZIE (E ITALIANISSIME PURE LORO) DI DYKER HEIGHTS

All’angolo con la 84th Street, girate a destra. Già da un po’ avrete visto abitazioni addobbate con sfavillanti luci natalizie. Dall’angolo con la 12th Avenue inizierà l’apoteosi. Non solo luci ma giganteschi burattini, pupazzi gonfiabili, l’onnipresente Schiaccianoci che straccia Babbo Natale. Luci ovunque, anche pacchiane. In vere e proprie ville, dove i proprietari fanno a gara ogni anno, assumendo aziende specializzate in questo genere di lavori. Orgasmo luminoso.

Dyker Heights, Christmas, Natale
Brooklyn, decorazioni e luci di Natale a Dyker Heights

Se arriverete in un fine settimana, probabile che una macchina della polizia fermerà il vostro passaggio lungo l’84esima. In caso contrario, e se proprio non volete o non potete parcheggiare, fate su e giù per tutte le vie limitrofe. Difficile che avrete visto in vita vostra un ammasso tale di illuminazione natalizia. I bambini andranno pazzi. I bambini vanno pazzi. A meno che non siano newyorchesi. In quel caso, quando avrai noleggiato la macchina per portarli laggiù ti diranno, a quattro anni: “ah, uhm, Dada, I’m hungry”. E tu penserai di aver perso da qualche parte la loro innocenza. Per annegare il dolore, Joe’s of Avenue U. Non c’è miglior rimedio delle sarde a beccafico. Non sarà come a Palermo, ma già che siete qui? Dritti verso sud sulla 12th Avenue, all’angolo con la 86th Street non potrete che svoltare. Ma voi dovrete svoltare a sinistra, come già Totò ben sapeva. Sempre dritto per poco più di 2 miglia. Passerete sotto la sopraelevata della metropolitana D, nella vivace Chinatown di Bensonhurst. Al termine della sopraelevata, occhi aperti, perché di lì a poco, sulla sinistra, troverete Avenue U. Al numero civico 287 troverete pani ca meusa per i vostri denti (vastedda, sul menù). Benvenuti a Gravesend, altro quartiere dove gli italiani sono di casa.

Se proprio non vi ho convinti con la storia della macchina, sappiate che per arrivare a Dyker Heights dovete almeno prendere la D, scendere alla fermata di 71st Street e scarpinare poi per un po’ verso ovest. Da Coluccio si arriva invece con la N a Fort Hamilton Parkway, e poi un paio di isolati a piedi, davvero poca roba. Da Joe’s si arriva con la F, fermata Avenue U. Evitate gli autobus.

Le vacanze di Natale stanno già finendo. Voi siete ancora in città giusto perché volete fare quella cosa che NESSUN newyorchese vorrebbe mai, se non costretto da parenti e amici: andare a Times Square per San Silvestro e festeggiare il Capodanno schiacciati in mezzo a migliaia di perfetti sconosciuti. Contenti voi.

Il giorno prima, il 30 dicembre, in questa fine 2016 avete un’alternativa migliore. Almeno per il vostro pomeriggio. Andate all’American Museum of Natural History. Ma non per gli scheletri di dinosauro o gli animali imbalsamati. Bensì per assistere alle celebrazioni di Kwanzaa 2016.

 

KWANZAA, DALLE PANTERE NERE AL MUSEO DI SCIENZE NATURALI

Kwanzaa è una festa che nel 2016 compie i suoi primi 50 anni, essendo stata celebrata per la prima volta nel 1966-67. Creata dal nulla da Maulana Karenga, si ripete ogni anno, dal 26 gennaio al primo gennaio. E la scelta del giorno successivo al Natale non è stata un caso.

Il nome deriva da una frase, “matunda ya kwanza”, che nella lingua Swahili significa “i primi frutti”. Kwanzaa celebra l’eredità africana nella cultura afroamericana ed è nata con l’obiettivo di offrire un’alternativa radicale al Natale. Gli anni della sua creazione erano quelli dei movimenti per i diritti civili e Kwanzaa trova le sue radici nel culmine del nazionalismo nero. L’influenza è quella di Malcolm X, del Black Power, del Black Liberation Movement, delle Pantere Nere e del Panafricanismo. Sebbene sia nata come rifiuto della religione dominante dei bianchi e delle loro festività, Kwanzaa si è negli anni consolidata come festa culturale e non religiosa, perdendo gran parte della sua connotazione di contrasto politico. Negli anni ’80 e ’90, secondo le cronache, era quasi diventata una festa mainstream, al pari del Natale e di Hanukkah. Per gli studenti universitari neri, soprattutto negli anni ’80 dei campus quasi prevalentemente bianchi, Kwanzaa era una scelta pressoché ovvia di resistenza. Negli anni ’90 la festa riceve attenzioni dai media e dalle grandi catene commerciali.

Kwanzaa, Teddy Pendergrass
Teddy Pendergrass, “Happy Kwanzaa”

Arriva anche Teddy Pendergrass, che nel suo album del 1998 “This Christmas I’d Rather Have Love” inserisce il brano “Happy Kwanzaa“. Nel 1997 il fondatore di Kwanzaa, Maulana Karenga, ha espressamente dichiarato che si tratta di una festa aperta agli afroamericani (“Africans”) di qualunque religione. L’intento principale, infatti, è quello di ritrovare le radici africane e consolidare il senso di identità. Non si sa quanti siano gli afroamericani che osservano Kwanzaa. E anche se sembra siano sempre meno coloro che la considerano una festa da onorare in famiglia, si stima che siano almeno una decina di milioni gli afroamericani che la celebrano, anche solo in eventi pubblici come quello di New York.

Il simbolo di Kwanzaa è un candelabro con sette candele. Nei setti giorni della festa si celebrano i sette principi della “filosofia comunitaria africana”, come definiti da Karenga: Umoja (unità), Kujichagulia (auto-determinazione), Ujima (lavoro collettivo e responsabilità), Ujamaa (economia di cooperazione), Nia (scopo), Kuumba (creatività), Imani (fede). Tutto ruota attorno all’idea di costruire unità nella famiglia, nella comunità, nella nazione e nella razza.

 

PACCO DI NATALE

Siamo arrivati alla fine.
E, alla fine, Babbo Natale mi ha dato buca.

Non so, se come dicono da questi parti, gli siano venuti i “piedi freddi”. Non so, cioè, se abbia cambiato idea all’ultimo minuto, preso da qualche insicurezza. Mi ha promesso che ci riproveremo l’anno prossimo. Già segnato in agenda.

Quanto a voi che siete in Italia, o ci ritornerete dopo la vostra visita dicembrina a New York, ricordatevi una cosa. Magari il benessere degli ultimi 60 anni non è stata tutta opera del Piano Marshall. Ma se anche quest’anno avete trovato dei regali sotto l’albero, e pensate che Babbo Natale c’entri qualcosa, ricordatevi che già un paio di secoli fa gli yankee stavano lavorando per voi, proprio qui a New York…

Buone Feste!

Santa Claus, Greenwood Park
H. è l’unico vero Santa Claus. Lo puoi trovare in birreria e gioca pure a football.

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