MoMA e le vacanze intelligenti a New York

Giubbotti di pelle o quadri astratti? Per me, pari sono.


MoMA, venerdì pomeriggio a ingresso gratuito. Come da tradizione per i fine settimana in cui riesco a liberarmi, accantono snobismo e dollari per accodarmi pure io al gregge dei visitatori sensibili alle tematiche dell’economia domestica. Tra scale mobili e cantieri, arrivo da Costantin Brancusi. Stretta nel suo cappotto, anche se la sala è decisamente calda, una signora passa davanti ad un lungo stelo dorato e lancia un’occhiata disgustata. Bofonchia qualche parola, forse pure in italiano, a quella che immagino sia la figlia. Tirano dritto, senza fermarsi a guardare le altre statue del famoso artista rumeno. Guardo l’intera scena, e me ne viene in mente un’altra.

«Professore, io è la prima volta che vengo alla Biennale», dice Remo al cicerone. «E non avevo l’idea di quello che po’ esse’ la pecora vivente. Avevo detto alla mia signora: “son sculture”. Non son sculture, so’ pecore. Altro che cazzi. So’ pecore, so’».

MICA PIZZA E FICHI

Remo e Augusta sono a Venezia, alla Biennale Arte del 1978. Ascoltano smarriti la visita guidata tra le opere esposte nei padiglioni delle diverse nazioni. Adesso sono davanti ad un gregge di pecore. Non sculture, ma pecore vive, con tanto di pennellata blu sul dorso. Nemmeno la cosa più incomprensibile vista sino a quel momento. Che dire dell’immensa parete completamente bianca salva la presenza di un piccolissimo quadrifoglio al centro? E la colonna composta da una serie di grandi imbuti metallici, uno sopra l’altro? 

“Le Vacanze Intelligenti”

“Dalla natura all’arte, dall’arte alla natura”, recita il titolo d’ingresso alla Biennale. Per una strana associazione d’idee, che c’entra nulla con arte e natura, penso al Bernardo Arbusti (Carlo Verdone) di “Maledetto Il Giorno Che Ti Ho Incontrato”. «Ma, guarda Richard», esordisce Arbusti nell’intervista tivù col chitarrista Richard Benson. «Io ho cercato soprattutto di analizzare il rapporto Hendrix-chitarra, chitarra-Hendrix». E poi va avanti, con «questa chitarra stuprata, questa chitarra violentata, questa chitarra posseduta». Quando Benson gli fa eco con «questa chitarra sodomizzata», accetto il rischio di morire singhiozzando tra le risate.

Vabbè, torniamo a Remo e Augusta. Il primo era Alberto Sordi, la seconda era Anna Longhi. Buonanime e protagonisti de “Le Vacanze Intelligenti”, terzo dei tre episodi del film “Dove Vai In Vacanza?”, uscito nello stesso 1978 di quella Biennale. Due genitori i cui figli hanno organizzato una vacanza tutta cultura e cibo salutista. Insomma, la materializzazione di un incubo prima che esistessero vegani e hipster.

L’UOMO-MASSA VA A NEW YORK

Le pecore alla Biennale di Venezia erano quelle di Menashe Kadishman, artista israeliano che prima di diventare pittore e scultore aveva fatto il pastore di pecore in un kibbutz. Le pecore odierne al MoMA sono il sottoscritto col portafoglio corto e poi tutti quei turisti che giungono in città con la lista della spesa delle cose che non possono assolutamente mancare. «Siete stati a New York e non siete andati al MoMA?!?», vi fustigherebbero amici e parenti, la cui ultima visita in un museo della loro città risale ai tempi della quinta elementare.

L’Ortega y Gasset del 2019, come l’originale spagnolo degli Anni Trenta, sa che l’uomo-massa non lo fermi, ha una lista di “desideri vitali” in continua espansione. Nella sua versione di turista-massa a New York, desidera fare in cinque giorni tutto quello che un newyorchese non fa in una dozzina di vite: la propria e quella dei cognati e cugini più lontani in grado. 

“La ribellione delle masse”, José Ortega y Gasset, 1929 (clicca la foto per la versione inglese su Archive.org)

E così non s’accontenta di fare alcune passeggiate in città, tipo Greenwich Village o Soho o quello slargo con tutti i palazzi coperti da pubblicità luminose. No. No, no, no. Il turista-massa deve, a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e, entrare a Grand Central Terminal, e alla cattedrale di San Patrick, e deve vedere uno show a Broadway, e prendere il battello per la Statua della Libertà ed Ellis Island, e poi salire almeno sull’Empire State Building se non anche sul Top of The Rock. Tirare il fiato? Non se ne parla.

“I musei! Amò… i musei…”, dice lui prima di partire, quando sono in tinello a far la lista della spesa. Lei smette per un attimo d’analizzare il volantino dell’Ipercoop. Sospira. Si, c’ha ragione pure lui, i musei. Chi li sente poi, a Enzo e Virginia, se gli diciamo che non siamo stati al MoMA e al Metropolitan Museum? E lo saprebbero già, ancor prima del nostro rientro in Italia. Dove sarebbe il selfie di prova con Van Gogh al MoMA?

Così, nella lista dei “desideri vitali”, il turista-massa a New York deve come minimo infilare: MET, Guggenheim, American Museum of Natural History (ché se i bambini non vedono i dinosauri, poi se tu a rischiare l’estinzione) e l’immancabile MoMA. Il quale MoMA, a dirla tutta, è forse il più facile di tutti.

L’UOMO-MASSA DI NEW YORK

L’Ortega y Gasset del 2019, sempre come l’originale iberico degli Anni Trenta, sa anche che l’uomo-massa è pure ingrato. Mai un minimo di riconoscenza per tutto quello che rende facile la sua vita moderna.

MoMA
MoMA, New York City

L’uomo-massa newyorchese (anche donna, ovvio) potrebbe essere l’esempio supremo dell’ingratitudine. “The Greatest City In The World”, vuoi che non abbia il primato degli abitanti più ingrati del pianeta? Parliamo di élite ingrate e lamentose. Non certo dei disgraziati che lavorano la notte o vendono cianfrusaglie ai turisti o ti consegnano la spesa a casa o lavano in nero la tua macchina, che sputerebbero volentieri in faccia a te, al tuo benessere o al tuo pietismo se non fosse che poi perderebbero il privilegio di vivere clandestinamente nelle periferie di questa città. Che è un santuario solo per ricchissimi, intellettuali e professionisti vari. Quaggiù anche le élite sono una massa.

I matematici di Wall Street, i pubblicitari di Madison Avenue, gli albergatori di Midtown o i galleristi di Chelsea, hanno tutti bisogno di masse malleabili. Pronte a comprare quote di fondi d’investimento o creme antirughe, e pronte a mettersi su un aereo, venire a dormire tre notti a New York e fare la coda per l’ultima mostra al MoMA della nipote di qualche Jeff Koons. 

Ma quando questi consumatori si materializzano davvero davanti alle fermate della metropolitana, indecisi sulla direzione da prendere. O quando stazionano con il loro inglese precario negli stessi bar e caffè dove scrittori, dirigenti vari, creativi e bancari vorrebbero farsi invidiare, l’ingratitudine dell’uomo-massa newyorchese è lì, in tutta la sua gloria. E lui dimentica che gli stessi consumatori-massa gli pagano lo stipendio e l’affitto, comprando cose di cui non han bisogno o finanziando cause perse. E pure visitando musei dei quali non gliene fregherebbe meno.

RICORDATI: UN GIORNO POTRESTI ESSERE TURISTA PURE TU

Sono venuto a vivere a New York sei anni fa. Prima di quel momento, ci ero venuto in visita una sola volta. Era il dicembre 1992 ed ero di passaggio con un amico. Eravamo stati in Florida, perché mia sorella lavorava per un anno ad Orlando, nei parchi divertimento della Disney. A vent’anni e rotti, non me ne poteva fregare di meno di entrare in un museo come il MoMA. E poi, tra me e me, mi ero detto: «ho appena tre giorni, non ha senso chiudermi al MoMA solo perché poi qualcuno me lo chiederà. Voglio comprarmi un “chiodo” e andare a vedere i Knicks. Tanto prima o poi, in una città come questa, ci torno».

Love, Robert Indiana
“Sesso e Amore”, Denis Spedalieri, New York 2019 (perché anche la Guida Inutile ha una sensibilità artistica, mica solo Robert Indiana)

In quei tre giorni ho girato Manhattan in un lungo e in largo. Ho fatto il turista. 

Ero ossessionato dalla Statua della Libertà. Da qualche parte ho ancora dozzine di foto scattate laggiù: alla statua e dentro la statua. Ho visto la mia prima partita della NBA, i New York Knicks contro i Denver Nuggets. Ho dormito in un ostello modesto (non lurido) vicino Times Square. Sono stato all’Empire State Building, e ho più fotografie lassù di quelle che avranno Tom Hanks e Meg Ryan . E ho comprato il giubbotto di pelle che volevo, il “chiodo”.

Non lo avevo trovato in nessuno dei negozi in cui mi ero fermato. Non esisteva Google. Così ho preso le pagine gialle e ho cercato la sede della Schott. Sono andato direttamente nei loro uffici, a chiedere dove diamine potessi trovare un negozio che vendesse il loro giubbotto per motociclisti. Ancora mi ricordo l’impiegata che mi disse: “ma voi… con Armani e le belle giacche che avete in Italia… venite a comprarvi una giacchia di pelle nera in America?».

In quei tre giorni, non ho messo piede al MoMA. E ho speso un capitale per il mio “chiodo”, che ancora oggi indosso.

“LA KULTURA POI TI CURA, E TI FA ANCHE LA FATTURA”

L’uomo che è arrivato a JFK in un pomeriggio innevato del febbraio 2013 era ben diverso dal ragazzo del ‘92. Padre di famiglia, immigrato, con un discreto amore per l’arte moderna e, ancor di più, per quella contemporanea più incomprensibile. Ma tollerante.

Per me l’arte è come il cibo, il vino o il sesso che fai: ti piace o non ti piace. Punto.

Vuoi andare a Roma e vuoi saltare gli imperdibili Musei Vaticani o il MAXXI con le forme di Zaha Hadid? Ti capisco. Vuoi venire a New York e stare un intero pomeriggio di fronte ad una sedia attorno a cui scorre il nastro di un vecchio registratore? Capisco pure a te. 

E allora, da dove nasce l’ingratitudine della Guida-massa-Inutile? Non dovrebbe gioire all’idea di vivere in un paradiso artistico come New York? E non dovrebbe fare salti di gioia all’idea che tra gli oltre 60 milioni di turisti annui in città, ve ne sono pure alcuni che sono entusiasti quando scelgono di visitare New York con la Guida più inutile e interessante che ci sia? Si, certo che son grato pure io. Grato davvero, a tutti loro (soprattutto a chi paga). Ma…

Ma…

Mlle Pogany, MoMA
Costantin Brancusi, “Mlle Pogany”, 1913 (MoMA, New York)

Sto diventando un newyorchese-massa pure io. E quand’anche non ho la fortuna d’essere nella élite-massa, faccio comunque la mia bella figura nella massa-media fortunata. Che deve navigare nella città fra estremi e contraddizioni. Problemi da Primo Mondo, babe. Voglio andare per musei, ma non posso e non voglio spendere ogni volta 25 dollari, anche solo per una visita veloce. E voglio la mia dose di Brancusi, ma voglio godermelo al MoMA senza essere circondato da masse di turisti che sono lì solo perché è gratis. Snob dal braccio corto.

È IL POPOLO CHE VUOLE LE BRIOCHE

Ingratitudine a parte, bisogna ammettere che l’accesso alla cultura dei musei, qui a New York, è un fatto abbastanza democratico. 

Ci sono orari e giornate in cui l’ingresso ai musei è gratuito o lasciato alla generosità dei visitatori (pay what you wish, paga quel che vuoi). Spesso si tratta di orari comodi per chi abbia finito la propria giornata lavorativa, o comunque non disegnati per il turista dalla rigida pianificazione quinquennale. Sicuri d’aver voglia di mettervi in coda, in un tardo venerdì pomeriggio, per potere entrare ad offerta al Whitney Museum dalle 19.00 in poi? Stesso orario, e sempre ingresso ad offerta, per l’arte contemporanea del New Museum, ma al giovedì. Un po’ meglio per il Guggenheim, che richiede lunghe file al sabato pomeriggio e si accontenta di offerte dalle 17.00 in poi.

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Jasper Johns, “Flag”, 1954 (MoMA, New York)

Il MoMA è il più generoso. Grazie agli sponsor, ogni venerdì pomeriggio apre le sue porte a tutti, a partire dalle 16.00. Per entrare a quell’ora, occorre mettersi in coda almeno dalle 15.00. I newyorchesi più accorti sanno che la cosa più intelligente è arrivare alle 17.00. Certo, evitano il grosso della coda, ma non possono evitare la massa che sta già dentro.

MoMA MIO

La ragazza impugna il suo telefono e cerca di capire cosa ci sia di sbagliato in questo muro del MoMA di fronte al quale s’è bloccata con due amici. Cerca su Google. Dovrebbe esserci Andy Warhol, con le sue famose lattine bianche e rosse di zuppa Campbell. E invece c’è un gigantesco Picasso. Sono delusi, i tre turisti. Tutta quell’attesa, e per cosa? Per un bel niente da fotografare. Quando ti lamenti di un Picasso perché volevi trovare un Warhol, vuol dire che la Fine del Mondo è vicina.

Nell’attesa che la “Campbell’s Soup” di Warhol torni dalla sua trasferta al Whitney Museum (dove sino a fine marzo 2019 c’è una retrospettiva proprio su Warhol), il MoMA ospita comunque alcune delle opere d’arte più riconoscibili al mondo. Tra tutte, la “Notte Stellata” di Vincent Van Gogh.

Quando mio figlio era ancora piccino, ne approfittavo. Venivamo al MoMA nelle giornate più miti. E se volevo godermi in santa pace il mio Van Gogh, a forza di «scusate, scusate» mi facevo largo con il suo passeggino. Vuoi forse impedire ad un bimbo, che non può ancora camminare, il suo diritto alla prima fila di fronte ad un capolavoro dell’arte mondiale??

Questo giochino è andato avanti per un paio d’anni. Poi, quando già correva come un feroce Visigoto, e pesava quanto una porchetta intera, lo prendevo in braccio. «Scusate, scusate»…

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La “Notte Stellata” di Van Gogh al MoMA di New York (per chi riesce ad avvicinarsi)

Quei tempi felici son finiti. Se vengo al MoMA da solo, non ho più illusioni. Van Gogh e Matisse sono calamite per visitatori dall’Instagram facile. Con tutta la mia mal riposta ingratitudine per queste orde di turisti globali che portano denari alla mia nuova città d’adozione, evito le sale dei capolavori e mi butto sulle mostre. A volte, non c’è trippa nemmeno con quelle.

LASCIATE OGNI SPERANZA, O VOI CHE DOVETE ANDARE AL MoMA

Sbrigatevi a venire a New York, se il MoMA è tra le mete che non volete a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e perdere (e chi sono io per dirvi che dovete o non dovete perdere…?). Fino a Pasqua o durante i ponti tra 25 Aprile e Primo Maggio ve la caverete ancora. Dopo, nisba. Perché da metà giugno 2019, e per quattro interi mesi, il MoMA sarà chiuso. Incomincerà, infatti, l’ultima fase della sua titanica ristrutturazione ad opera di Diller Scofidio + Renfro. Un allargamento che nel 2014 ha compreso pure la controversa distruzione del vicino palazzo che ospitava l’American Folk Art Museum.

Tra sale chiuse per lavori, e sale chiuse per mostre in allestimento, la mia ultima visita settimana scorsa non è stata delle più entusiasmanti. E Josè Ortega y Gasset si può pure rivoltare nella sua tomba, con la mia ingratitudine verso la città e i suoi ricchi finanziatori che rendono la mia vita meno disagiata.

Bruce Nauman, “One Hundred Live and Die” (MoMA, New York)

Il MoMA ha bisogno di voi, certo. Di tutti noi. Ma può permettersi il lusso di rimanere chiuso per 4 mesi in estate, la stagione in cui si muovono soprattutto i turisti italiani che non possono fare a meno d’afa e cemento. Perché il prestigioso MoMA siede su qualcosa come 400 milioni di dollari arrivati da recenti donazioni. Avete letto bene. Donazioni e 400 milioni di dollari. Non fatevi fottere dal cambio euro-dollaro. Perché comunque, con quella cifra lì, la metà dei medio-grandi comuni italiani potrebbe fare follie, dagli autobus per disabili agli asili, e in su.

ITALIAni AL MoMA

E a proposito d’Italia, dice che la nuova mostra “The Value of Good Design” ci farà sentire tutti orgogliosi. Perché noi italiani, tsé, ne sappiamo qualcosa, di design. Se non vi basterà la vecchia 500 di vostro nonno, venite al MoMA e ne troverete una in esposizione. Vi ci fate insieme un bell’autoscatto, e il vostro Instagram farà un balzo da gigante. Non provate nemmeno a pensare di fare la stessa cosa ad Ascoli, ché Ascoli non è New York.

Al MoMA sono davvero interessati al design, da sempre. Ma questa mostra sembra un po’ assemblata alla buona, giusto per prendere un po’ di tempo e non lasciare i visitatori dei prossimi mesi a bocca asciutta. Il visitatore del MoMA è bulimico. Mica si può accontentare di un intero piano con Jackson Pollock o Magritte. Vuole anche la Olivetti Lexicon, e come dargli torto.

MoMA, Mario Merz, Luoghi senza strada, Places with no street
Mario Merz, “Luoghi senza strada”, 1987 (MoMA, New York). Perché noi torinesi siamo ovunque.

Tornerò al MoMA quanto prima, appena potrò. E andrò comunque a vedere di persona la 500, le poltrone, le caffettiere e pure le macchine da scrivere, perché nemmeno i miei pregiudizi riescono a fermarmi di fronte all’ingresso gratuito di un museo.

Adesso, mi godo in quasi santa pace la retrospettiva dedicata a Bruce Nauman. Perché io, di un registratore che emette suoni ripetitivi, mentre il nastro si snoda sullo schienale di una sedia, non posso fare a meno.

La scelta musicale della “Guida Inutile New York” (mai più senza)

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