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Barcellona per noi, che siamo turisti di natura

48 ore o poco più nella Capitale catalana, con i suggerimenti della Guida Inutile New York.


Perché aspettare dicembre? Per la Guida Inutile New York è già tempo di bilanci a settembre. 

Il 2019 passerà alla sua personale storia come l’anno della Spagna. E non tanto perché nella nostra amata cittadina sull’Hudson, e nell’omonimo e ultra-segregato e iper-nuovo e stralussuoso quartiere di Hudson Yards ha aperto Mercado Little Spain. La Guida Inutile, peraltro, ignominiosamente non ha ancora visitato la nuova creatura dello chef José Andrés: troppa coda nelle prime settimane d’apertura, e orari limitati, hanno ucciso i migliori propositi. No, il 2019 se ne va già a settembre negli annali perché  in questo glorioso anno la vostra Guida ha avuto la fortuna di fare due puntate in Spagna: a Madrid e Barcellona.

Dopo il primo paragrafo, come di consueto, la prima persona si impone sovrana e la Guida diventa il Sottoscritto. 

LA TERRA DI MEZZO È LA SPAGNA

Entrambe molto brevi, le gite spagnole, eppure intense. Quella di Madrid è diventata una guida inconcludente per visitare la capitale di Spagna. In poco meno di tre giorni, con due amici, ho camminato in lungo e in largo, ho mangiato l’impensabile e sono pure stato scarrozzato con auto a nolo. Insomma, ne è venuta fuori una guida forse inconcludente ma zeppa di suggerimenti ultra-personali (sono in vena di gigantismo).

“La Cara de Barcelona” (la Testa di Barcellona) dell’artista pop americano Roy Lichtenstein

Barcellona è stata invece solo una tappa voluta per spezzare un viaggio Miami-Torino, e fare quasi due giorni di vacanza reale con moglie e figlio. Se il tempo trascorso a Madrid sembrava decisamente poco, quantomeno per giustificare la stesura di una presuntuosa Guida della città, figurarsi Barcellona. Tra fuso orario, check-in ritardato in albergo ed esigenze di un gagno (bimbo, per i non torinesi) di sette anni, un giorno e mezzo per una città come Barcellona sono l’equivalente di qualche tapas quando vorresti farti tre porzioni di paella.  

Ma qui siamo sempre super grati di tutto quel che arriva. E ce ne fottiamo allegramente delle convenzioni, e pure del buon senso. 

Per cui, venite a Barcellona con le sole indicazioni della Guida Inutile! (Dovrei forse scrivere “andate”, visto che sono già rientrato a New York). Mettete da parte la vostra Lonely Planet. Io ho messo da parte la mia preziosa “Barcelona City Guide” della serie Insight Guides (che suggerisce una visita così approfondita della città che mi chiedo: quante pagine e settimane servirebbero per Roma o Parigi??). La cartina di Barcellona vi servirà solo come cartina, appunto. E cioè per inalare via combustione tutto quello che può essere carbonizzato e che troverete facilmente in offerta sul mercato catalano dell’intrattenimento personale. Aprite le narici, ne sentirete delle belle.

VISIGOTI CON LA LONELY PLANET: LA CALATA DEI TURISTI SU BARCELLONA

Avete presente New York, vero? Ma si, che ce l’avete presente. Ne leggete qui sopra, sulla Guida di New York più indispensabile che ci sia. E se seguite i miei post intermittenti, sarete pure un bel po’ confusi. Ma New York è davvero il posto più figo della Terra o solo l’ennesima città infernale che frulla modernità e miseria umana? In questa schizofrenia troverete conferma a qualunque vostro pregiudizio. “Oh, amò! Ma te l’avessi detto pure io!  Ma che c’andiamo a fare in quel gabinetto di New Yorke??1!”. “Oh, amò! Lo sai che c’avevi raggione tu?? New Yorke, dobbiamo andare a New Yorke!!1!”. Amico, ti voglio bene per davvero. Però se continui a dire New Yorke non mi aiuti con Google.

New York, dicevamo. Secondo le ultime stime, pubblicate ad agosto 2019, ci arrivano qualcosa come 67 milioni di turisti all’anno. Una media di oltre  milione e 280mila turisti visita la città ogni settimana. Stiamo parlando di un numero di turisti equivalente agli abitanti di una città come Praga, che ogni settimana si aggiungono agli otto milioni e mezzo di newyorchesi che ci abitano. E non contiamo i pendolari che ogni giorno arrivano da New Jersey, Connecticut, Long Island, dal resto dello Stato di New York e pure dalla Pennsylvania (Philadelphia è a volte chiamata “il sesto borough”). Ok, messo giù così il numero è enorme. E magari, per gli esperti di statistica, questo numero genera l’impressione sbagliata, anche se chiunque vi può garantire che davvero quaggiù ci sono turisti che si fermano dai quattro ai sette giorni. Diciamo che, anche solo volendo limitarci alle medie dei polli di Trilussa, a New York arrivano ogni giorno quasi 183.000 turisti, che sono pari al 2.15% della popolazione cittadina.

Bagni pubblici tra la Rambla dels Caputxins e la Rambla de Santa Monica

A Barcellona? Peggio, molto peggio. 30 milioni di turisti all’anno, pari a oltre 82.000 turisti di media al giorno. Che si aggiungono, però, ad una popolazione di un milione e seicentomila abitanti. Parliamo di un numero di turisti pari al 5.7% dei residenti di Barcellona. I quali residenti, dal 2015, sono in calo dell’11% per cento. Perché se l’area metropolitana nel suo complesso è pur sempre la casa di cinque milioni e mezzo di catalani, per molti di questi è sempre più difficile trovare una casa in affitto a prezzi decenti a Barcellona città. Laggiù, chi ha un immobile, sa che ad affittarlo con Airbnb guadagna molto di più che a mettersi in casa un inquilino rompipalle.

E allora, miei cari turisti come il sottoscritto (quando sveste i panni di Guida Inutile), benvenuti a Barcellona! Dove siete, in realtà, meno benvenuti di quel che credete. Certo, i commercianti di paccottiglia sulla Rambla e di tapas plastificate al Mercado de la Boqueria, vi faranno ponti d’oro. Ma l’amministrazione comunale, alle prese con entrate fiscali in calo e costi da sostenere per la pressione dei turisti sulle infrastrutture cittadine, sarebbe più contenta se ve ne rimaneste a casa vostra.

TURISTA TI AMO E SE TE NE RIMANI A CASA TUA, E NON VIENI A BARCELLONA, TI AMO ANCHE DI PIU!!

Ronda Litoral (sullo sfondo la statua dell’aragosta, “La Gamba” di Javier Mariscal)

A metà luglio di quest’anno un articolo di Forbes ha raccontato lo sforzo che Ada Colau, Sindaca di Barcellona, sta affrontando per contenere il numero di turisti e mantenere, così dice lei, l’identità della sua città. Chi è interessato, può scavare in rete, alla ricerca dei vecchi scritti della Sindaca. Ada Colau è affascinata dall’idea dei “super-isolati”, dove i residenti riprendono possesso di vaste porzioni dei loro quartieri, con piste ciclabili e spazi per la socializzazione di tutti i giorni. Messa giù così, sembra condivisibile.

La cosa più impressionante contenuta nell’articolo di Forbes, però, erano i numeri relativi alle navi da crociera. Nel 2017 le navi da crociera in arrivo a Barcellona hanno rilasciato nell’aria una quantità di ossido di zolfo pari a cinque volte quella prodotta da tutte le auto circolanti in città. Questi dati arrivano da un rapporto dell’ong Transport & Environment. Il rapporto dice che, dopo la Spagna, l’Italia è il Paese europeo più inquinato dalle grandi navi da crociera e che Venezia è la città più in sofferenza. Avete amici veneziani su Facebook? Allora lo sapevate già.

Se pensate che questa cosa dei turisti indesiderati a Barcellona sia un’esagerazione, pensateci due volte. 

Turisti a passeggio lungo il Palau de Mar

A inizio agosto un articolo del quotidiano inglese Express ha riportato la notizia di una campagna singolare. La Federazione delle Associazioni di Quartiere di Barcellona (FAVB) ha lanciato un appello provocatorio ai turisti che hanno visitato la città: quando tornate a casa, non dite d’essere stati a Barcellona e non raccontate i tesori che avete trovato. “Un po’ come quando si va nel bosco a cercar funghi e non lo si racconta a nessuno”, ha detto al quotidiano inglese la Presidentessa della FAVB.

Ora, cerchiamo d’essere chiari. La fesseria dei turisti che dovrebbero farsi gli affari loro una volta tornati a casa dal bosco pieno di porcini catalani è solo un’evidente trovata di qualche brillante agenzia di pubbliche relazioni. Ed è altamente probabile che, con il pretesto di cercare visibilità internazionale, questa agenzia stesse solo tentando di posizionarsi tra i diversi attori politici cittadini. Già dopo la mia gita di marzo a Madrid, e dopo aver visto migliaia di catalani in corteo per reclamare la loro indipendenza via carte bollate (oltre al rilascio di quelli che considerano prigionieri politici detenuti solo per aver organizzato un referendum, che a loro non importa fosse illegale), avevo maturato un discreto fastidio per la politica di queste latitudini. Figurati quanto è radicato il mio interesse nei confronti di un gruppo di p.r. che sgomita per accreditarsi al palazzo civico di Barcellona.

Il punto, però, è che davvero a Barcellona noi turisti non siamo sempre benvenuti. Se anche voi sarete accecati, come il sottoscritto, dal vostro sacrosanto desiderio di godervi questa grande città, e riempire Instagram con fotografie originalissssime e mai viste della Sagrada Familia, non vi accorgerete di quanto stiamo sui coglioni a tanti. Quanti? E chi lo sa, bellezze mie. Su una cosa posso però scommettere, forte di tutta la presunzione di cui sono orgoglioso: con tutta l’aura mediatica che circonda la presunta caratura internazionale e globale di Barcellona, la città ha più bisogno di voi di quanto voi non abbiate bisogno di lei.

LA BARCELLONA GLOBALE È SICURAMENTE QUELLA DELLE COPERTINE

Questa era una città che prima delle famose Olimpiadi del 1992 attirava un milione e mezzo di turisti all’anno. Città importante, Barcellona, nella rete dei traffici commerciali del Mediterraneo. Il quale Mediterraneo, ahimè, è però diventato ben piccino per colpa di quel genocida patentato di Cristoforo Colombo. 

Ora, seguitemi nel ragionamento, anche se non siete camalli e non avete grandi esperienze portuali.

Il porto di Barcellona visto da Montjuïc

Barcellona ha un gran bel porto, da cui passano quasi tre milioni e mezzo di container all’anno. Che sono meno dei quasi cinque milioni che vedono Algeciras (sempre in Spagna!) e il Pireo ad Atene. I 3.5 milioni di container di Barcellona, oh voi turisti alla ricerca di informazioni inutili per il vostro soggiorno nella capitale catalana, sono poi meno della metà di quelli che fanno insieme New Jersey e New York. I quali, a loro volta, sono la metà dei quattordici che fa Rotterdam. E in Olanda devono mettersi il cuore in pace. Perché ad Amburgo ne transitano poco meno di nove milioni e nella grande area di Los Angeles oltre 17 milioni e mezzo. Lasciamo poi stare i 42 milioni di Shangai. Tradotto: nel grande quadro della navigazione commerciale planetaria, il porto di Barcellona non è così rilevante.

E che dire di Barcellona come centro finanziario? Importante, certo. Eppure ben al di sotto già solo di una città come Milano. Alla quale Milano, diversamente dalla metropoli catalana e unica tra le città italiane, è riconosciuto si un peso tra le metropoli globali, ma è considerata debole già solo nel contesto europeo con Londra e Parigi. Se Milano deve guardare dal basso le principali capitali europee, e poi l’America e l’Asia, Barcellona guarda dal basso la stessa Milano.

L’eredita della Olimpiadi del 1992 a Barcellona: il Pesce d’Oro di Frank Gehry

Insomma, a leggere Monocle (rivista che continuo comunque ad apprezzare, soprattutto quando cerco le auto sportive che mio figlio vorrebbe farmi comprare), insieme a Lisbona, Helsinki, Ginevra e Copenaghen, Barcellona è una di quelle città dove tutti noi amanti della qualità della vita dovremmo prendere residenza. E non dobbiamo nemmeno sorprenderci che una patinata rivista britannica basata a Londra schifi il Resto del Mondo, soprattutto quella che considera la cafona America, e abbia questa infatuazione per l’Europa delle metropoli non troppo grandi. Meglio ancora quando queste progressiste aree urbane provano a tenere i poveracci al largo.

SCHERZA COI FANTI, BARCELLONA, MA I TURISTI SONO I TUOI SANTI

Per essere una città che si crede internazionale, una metropoli di traffici e denaro, più il prezzemolo innovazione che tutti vantano anche senza creare letteralmente un centesimo di quel che genera la Silicon Valley, Barcellona dovrebbe fare attenzione a sputare nel piatto che serve ai turisti globalizzati. Bello e nobile (=ruffiano) parlare di sostenibilità ambientale e autenticità. Il riscaldamento globale è sicuramente difficile da negare. I cambiamenti climatici sono lì in bella vista, anche a non esser d’accordo sulle loro cause. Per le città affollate di turisti il problema ambientale non è solo l’inquinamento generato da migliaia di voli Ryanair carichi di ragazzi che adorano i venerdì di Greta. O i fumi tossici dei condomini da crociera, popolati da famiglia intolleranti alle passeggiate a meno che non siano quelle sui ponti di una nave luna park. 

Le tantissime Barcellona del Mondo devono ogni giorno fare i conti soprattutto con i limiti dei loro acquedotti e con la saturazione delle loro discariche. Le cannucce che ammazzano i pesci sono l’ultima delle pagliuzze che preferiamo vedere mentre siamo accecati da travi. Contenti noi! 

Quartiere Gotico

Nel frattempo, tutti questi insopportabili e insostenibili turisti in calata a Barcellona pagano migliaia di stipendi. A gente che vive nella Catalunya. Si, quella che vuole l’indipendenza per firmare qualche protocollo ambientale stiracchiato tra Kyoto e Parigi. Che succede se l’amministrazione comunale di Barcellona riesce davvero nel suo intento di farne arrivare qualche milione in meno, di turisti? Avrà dei piani nascosti per competere con Rotterdam e Milano? Non mi riguarda. Se penso alla mia natia, decadente e impoverita Torino, Barcellona è ancora l’opulenta Roma che non si aspetta il sacco dei Visigoti. Ma Barcellona non dica poi che io non l’avevo avvertita. Tse!

La Guida Inutile (oddio, la terza persona è tornata!) adesso vi darà i migliori consigli per far finta d’essere turisti alla ricerca dell’autentica Barcellona. Se invece volete fare i turisti responsabili, quelli che tifano per lo sbarco di Greta a Coney Island, state a casa vostra. Che vadano a farsi benedire i pupazzi di Times Square, i cammellieri del deserto marocchino e pure i gondolieri, con le loro assurde pretese di guadagnare da vivere sulla pelle dei turisti. Amen.

COME ARRIVARE A BARCELLONA

Via Mare. A Barcellona tutti dovrebbero arrivare in nave. Ma mica quelle criminali e inquinanti navi da crociera dei turisti globalizzati rompipalle. Nuuuuuu. Traghetto. 

“L’Estel Ferit” (la stella ferita), più comunemente conosciuta come “i cubi”, dell’artista tedesca Rebecca Horn, sulla spiaggia di Barceloneta

Presente quei traghetti che si prendevano per andare in Grecia con rotte che da Milano ad Atene, via Brindisi, richiedevano quasi due giorni di viaggio, a meno di non prendere un taxi da Patrasso al Pireo? Si, quelli dove compravi il passaggio ponte e dormivi sotto le stelle e il vento siderale. Si, quelli che al mattino, dopo aver apprezzato la notte stellata dal sacco a pelo, ti ritrovavi con la faccia piena di fuliggine. Esatto, nei tuoi polmoni di ragazzo o ragazza dell’Interrail di fine Anni ‘80 e primi Anni ‘90, c’è più pece nera che nei bronchi di una dozzina di hipster di Barcellona pronti a usare i loro ironici moschetti contro i crocieristi. 

Bene. Partite da Genova, Civitavecchia, Livorno, Tunisi e qualunque altro disgraziatissimo porto del Mediterraneo che faccia capo su Barcellona. Solo per far un dispetto ad Ada Colau.

La verità è che per apprezzare Barcellona in pochi giorni dovreste partire dall’Europa (e la maggior parte di voi fedelissimi lettori risiede nello stivale del Vecchio Continente). Ancora meglio, senza avere figli al seguito: così potreste far finta di trascorrere le serate a zonzo. Se invece partite dall’America (perché siete italiani trapiantati laggiù, e vi fidate solo della Guida Inutile New York), dovete mettere in conto un fuso di almeno sei ore di differenza e una notte passata insonne in aereo. Se avete figli, non è raccomandabile poi imbottirli di cocaina per farli rimanere svegli. Tutto questo si traduce, per l’allegra famigliola di turisti, in un collasso collettivo pomeridiano. 

Negozio del Real Madrid sulla Rambla (perché vogliamo fare gli originali a casa del Barcellona)

Mentre gli altri 30 milioni di barbari si godranno i 4927 negozi del Barcellona calcio, voi perderete coscienza in albergo. Dopo ore a russare, i vostri figli si sveglieranno giusto in tempo per l’apertura dei night club. Sotto i dieci anni, sconsigliando loro d’avventurarsi per una città piena di tentazioni, passerete le prime ore della notte in uno stato di catalessi, leggendo libri per bambini e giocando con bambole e macchinine varie. A notte fonda, cioè quando per il vostro corpo saranno appena le otto di sera, vi addormenterete. Alle dieci del mattino, svegli e vispi come bradipi, dopo un quarto d’ora realizzerete che la prima colazione in albergo ve la siete fottuta. Ma già sapete.

Comunque, per arrivare a Barcellona, l’aereo è ancora il mezzo migliore dall’Italia. Viaggiando però con Ryanair, ricordatevi di un dettaglio minore. Per raggiungere il terminal, una volta che il vostro velivolo avrà toccato la pista d’atterraggio, servirà almeno mezza giornata. Portatevi qualcosa da leggere.

COME MUOVERSI A BARCELLONA

Se non facessi decine e decine di miglia a piedi ogni settimana (ché ai chilometri sto perdendo l’abitudine), sarei ancora più in carne di quanto già non sono. Fortunato, perché amo camminare. Ma Barcellona ad agosto, mese della mia vista, ha un clima infame. Solo essere arrivati dal forno di Miami ha reso sopportabili le passeggiate afose attorno alle mete turistiche immancabili. Solo l’idea che questo luglio New York s’è sorbita una “heat wave” a settimana ha trasformato Barcellona nella metà ideale per deambulare. 

Metropolitana di Barcellona

La verità? Se ci andate d’estate, con famiglia al seguito, usate la vasta ed efficiente metropolitana anche per spostamenti sotto il chilometro. Se lo dice uno che ama muoversi sulle sue gambe, fidatevi. Non mi ricordo quante siano le linee (nove, dieci, boh, son la famosa “Guida Inutile New York” io, tse!). So solo che arrivano ovunque, seguendo la tortuosità delle vie della città. Ricordate, però, che nonostante tutta le meraviglie che vi raccontano di Barcellona e delle sue bellezze, a mezzanotte dei giorni feriali la metro chiude. Ottima per arrivare in centro città dall’aeroporto spendendo poco e viaggiando su vagoni puliti dove riuscirete con un po’ di fortuna a trovare anche posto a sedere. Se sperate di vedere i topi che mangiano fette di pizza, come nella metropolitana di New York, rimarrete profondamente delusi. Inesistenti i barboni che occupano mezzo vagone e non pervenuto il puzzo di piscio. Spiacente.

LA COLAZIONE A BARCELLONA

Il caffè migliore si può trovare da Starbucks, come quasi ovunque nel mondo, a parte per gli italiani che amano il loro espresso bruciato (ché quello buono è una cosa che va contro il sacrosanto dovere nazionale di inchiappettarci tra noi, al bar come altrove) e per i cubani che chiamano “cafecito” sei dita di zucchero. Tenete duro, Starbucks sta arrivando in tutta Italia, non solo nella iper-cool Milano, e vi sgonfierà il portafoglio. Non disperate. Vi basterà chiedere il reddito di cittadinanza per fare i gargarismi di cura delle tonsille col frappuccino. Probabile che un caffè discreto si possa bere anche da Dunkin Donuts. Ma io lì volevo solo provare il bombolone progettato per il mercato catalano, chiamato “Avellana”. Crema di nocciole, glassa di zucchero, guarniture di cioccolato. Con una birretta, il ruttino è garantito. 

I dolci di Escribà (la fotografia è di mia moglie, perché io ero troppo distratto)

Possibile che a Barcellona un caffè decente si beva un po’ dappertutto, un po’ come negli Autogrill. Dopo lunghe ricerche noi abbiamo deciso d’andare allo storico Escribà. Non per il caffè. Era il locale più vicino all’albergo, ci siamo svegliati tardissimo per colpa del fuso orario e abbiamo perso la colazione. Meglio così. Con poco più di trenta euro abbiamo fatto una colazione come Dio comanda (sono ateo, fidatevi). 

E se lo Dio comanda che lo Maschio debba avere precedenza sopra la Femmina, io sono stato uno servitore piccino e umile de la parola de lo Signore. Pensando che la quiche arrivata insieme al panino con prosciutto crudo fosse mia, l’ho divorata con lo sacrificio necessario tutto. Peccato che fosse per mia moglie, anche se lei aveva chiesto a lo cameriere sordo et rincoglionito una colazione dolce. Non sopportando la vista delle lacrime imminenti della mia Signora, abbiamo ordinato a lo stesso emerito minchione una briosciazza tipica di Barcellona di cui non ricordo nemmeno lontanamente il nome. Comunque, tutto ottimo, pure le spremute d’arancia e i francesissimi macaroons.

DOVE ANDARE A MANGIARE A BARCELLONA: MERCATO vs SUPERMERCATO

Per pranzare, vivamente consigliato il Carrefour sulla Rambla. Se cercate quei tramezzini che si attaccano al palato ancor prima di scartarli, rimarrete incantati. Ottimo lo spuntino a base di grissino spagnolo sbriciolato e jamon serrano. Con una mossa di marchetín che ti aspetteresti solo dalle migliori drogherie di paesini dimenticati nelle nebbie invernali della Pianura Padana, la confezione di prosciutto crudo era tenuta insieme a quella dei grissini con del nastro adesivo trasparente, altrimenti conosciuto in Italia come scotch. Braccia rubate all’agricoltura. Buonissima anche la spremuta di arance e kiwi. Spettacolo da replicare.

Per mangiare in generale, non c’è guida autorevole che non suggerisca una tappa al famosissimo Mercato della Boqueria. Andateci, se ci riuscite. All’ora di pranzo capisci perché vogliano mettere il numero chiuso ai turisti (pare che davvero già ci sia un limite per l’ingresso dei gruppi proprio alla Boqueria). La folla è impenetrabile. Meglio il tardo pomeriggio, che significa anche solo dalle quattro in poi. 

Mercato della Boqueria

Banchi con ogni ben di Dio (ricordate che sono ateo? E allora, fidatevi). Almeno per la vostra vista. E per il palato? Detto che il mercato è frequentato anche dai residenti, che vanno lì per il pesce e la carne. Come simili mercati a Madrid, non sono i turisti che lo hanno snaturato. Sono i commercianti dei banchi che propongono qualunque roba ultra-elaborata e colorata che chiamano “tapas” per la gioia dei turisti. Io non le ho provate e magari sono buonissime (togliamo pure il magari). Ma ‘sta storia che sia il turista a richiedere i McDonald’s, e quasi a sdegnare l’anima autentica della città, come dice la Sindaca Colau, è una fesseria galattica. Se volete argomentare o anche solo scendere a male parole con la Guida Inutile per questa iperbolica affermazione, fatevi avanti, siete miei ospiti.

Per questo, io, che prima d’essere una Guida Inutile sono un bastian contrario per il puro personale piacere, suggerisco Starbucks, Dunkin Donuts e pure Carrefour, alla faccia di una città che vuole i nostri soldi di turisti da Instagram, però adesso ci dice che sarebbe preferibile se le facessimo un bonifico rimanendo sul divano di casa nostra. 

Almeno a tarda sera la Boqueria trova pace

Capisco Venezia, con la sua geografia davvero delicatissima. E non è che non abbia un minimo d’empatia per Barcellona, anzi. Il problema è che arrivo da una città, New York, dove arrivano molti più turisti e visitatori di qualunque genere ad ogni ora del giorno. Concentrandosi dove la maggior parte dei newyorchesi lavora e cerca poi di prendere la metro per tornare a casa.

Non è solo il fatto che io sia un beneficiario dei tanti turisti che arrivano a New York, e hanno bisogno di consigli sulla città o apprezzano una visita guidata per liberarsi dallo stress (grazie, everybody). È che vedo i newyorchesi ogni santo giorno, e li vedo quando si relazionano ai turisti. Tranquilli, non c’è amore. Ma c’è, nei newyorchesi, la consapevolezza che il turismo sia un business come tutti gli altri, e quindi non v’è ragione di sputarci sopra. A maggior ragione, se ti paga profitti e bollette. L’idea che i newyorchesi siano scortesi con i turisti è un mito creato dagli altri americani. La verità è che chi abita a New York tratta chiunque a pesci in faccia, dai vicini di pianerottolo a quelli di metropolitana.

Un consiglio per la Boqueria? Seguite il vostro istinto. Quello della guida è stato pessimo. Volevo pesce fritto. Il cartoccio era attraente. Poi è stato infilato nel microonde. Meglio il tramezzino del Carrefour.

DOVE ANDARE A MANGIARE A BARCELLONA, SE PROPRIO VOLETE SEDERVI DA QUALCHE PARTE

Vi sto facendo passare la voglia d’andare a Barcellona, eh? In fondo, perché mai dovrei fare pubblicità alla concorrenza. Venite a New York, piuttosto.

Figuratevi se a Barcellona non sanno mangiare! I fratelli Adrià sanno il fatto loro. Siete voi che non avete i soldi per sedervi da “Tickets”. Con quello che spendereste dal fratello piccolo di Ferran, potete invece andare ad Orio al Serio, puntare il dito a caso su una mappa dell’Europa e imbarcare una famiglia di cinque persone (non dimenticandovi mai di mostrare eterna gratitudine per quei contribuenti generosi, e pure un po’ babbioni, che con le loro tasse aiutano a sussidiare i vostri voli a 39.90 €. Se doveste pagare il vero prezzo di mercato, cioè almeno sei volte tanto, col piffero che ve andreste in vacanza a Wroclaw).

Barcellona, Barceloneta, La Bombeta
Il ristorante dove la Guida Inutile avrebbe voluto cenare…

A naso, il Quartiere Gotico e poi El Born e la Barceloneta (in ordine di semplice attraversamento arrivando dalla Rambla), mi sono sembrati i posti migliori dove fermarsi a cercare un locale per mangiare senza lasciare un patrimonio. Sicuro che Eater o anche solo Time Out possano darvi suggerimenti decenti per non dover per forza mangiare da Burger King, anche se non dovreste escluderlo di fronte a certe trappole per turisti che ti farebbero rimpiangere pure i panini degli Intercity. 

Controllate giorni e orari d’apertura. Non fidatevi ciecamente delle indicazioni riportate su Google Maps. Se in America sono affidabili quasi al cento per cento, nella Vecchia Europa ci deve essere ancora un problema di alfabetizzazione digitale elementare tra proprietari dei locali e i loro clienti. Quando poi, a inizio settimana, decidete che volete andare a mangiare in un posto, perché sapete che è aperto, non rinviate al giorno dopo. “La Bombeta” a Barceloneta sarebbe stata la scelta perfetta per mangiare tapas come se le Olimpiadi non fossero mai atterrate a Barcellona. Ci sono passato davanti il martedì sera, e ho pensato: “domani ci porto il Piccoletto e la Ragazza dai Capelli Rossi”. Giorno di chiusura? Mercoledì.

DOVE DORMIRE A BARCELLONA (PERCHÉ TANTO NON C’AVETE PIÙ L’ETÀ PER LA MOVIDA)

Stazione, porto, spiaggia o i pochi portici della Rambla sono tutte soluzioni ottimali per trascorrere la notte a Barcellona. La città, infatti, è senza pioggia per almeno 300 giorni all’anno. 

Se questa esperienza vi sembrasse troppo autentica e, come il sottoscritto, vi foste messi di buzzo buono per rompere le scatole ad Ada Colau (ma poverella!), non dimenticate che Barcellona offre autentiche perle delle ricettività globale. Il consiglio spassionato della vostra Guida? Hotel Moderno in Carrer de l’Hospital 11. E perché mai, vi chiederete voi. Perché è quello dove ho soggiornato io. A 20 metri dalla Rambla, all’altezza della Stazione Liceu della metro L3. Posizione comoda e strategica per visitare tutto quello che un turista deve assolutamente vedere, tipo il mosaico di mattonelle dipinte da Mirò nel 1976 per accogliere chi arrivava dal mare. Lo calpesterete senza notarlo, così come difficilmente cercherete il Teatro Liceu: per l’Opera potevate rimanere a Milano. 

Hotel Tryp Aeropuerto Barcelona

Altri alberghi dove varrebbe soggiornare? Non ne vale asssssoooolutamente la pena, a partire dal Westin che si affaccia come una vela su quello stesso mare dove arrivano le crociere. Ma vogliamo scherzare?!? Con tutto il veleno cancerogeno che vi si ferma nei polmoni manco fosse lo spolverino di Piombino.

Guardate che la Guida Inutile ama Piombino. Tutta, anche le fabbriche, si. Per anni ci ha passato giornate incantevoli, in qualunque stagione. Schiaccia e cecina come se piovesse. Nella foto, la meravigliosa spiaggia di Calamoresca.

Se però Barcellona è solo una tappa di un viaggio più lungo, magari verso il Sudamerica, allora potreste soggiornare pure voi al Tryp Aeropuerto. Come lascia intuire il suo nome, si trova nella zona dell’aeroporto, al quale è connesso con un servizio navetta a disposizione dei clienti. Camere essenziali, aspetto moderno e ristorante interno dove potrete gustare un delizioso filetto di maiale. La metro è a dieci minuti di camminata.

COSA VEDERE A BARCELLONA: FUORI DAI LUOGHI COMUNI

Lo Stadio RCDE dell’Espanyol, almeno per i tifosi di calcio con fidanzate e moglie annoiate al seguito, dovrebbe essere una tappa di qualunque visita nella capitale catalana, e non perché sia quasi nuovo di zecca. 

Se pensate che in Italia una squadra gloriosa con il mio Toro sia messa un po’ in ombra dallo strapotere economico e sportivo della Juventus, sappiate una cosa: è probabile che in Spagna nemmeno gli spagnoli sappiano che nel campionato di massima serie, la Liga, esiste una seconda squadra con base a Barcellona che non si chiami FC Barcelona. Lo stadio RCDE dove gioca l’Espanyol ha una capienza di soli 40000 posti a sedere, contro i 99000 del più famoso Camp Nou dove giocano Messi e soci. E sono pure troppi, perché meno di ventimila tifosi seguono in media l’Espanyol ogni settimana. Ad inizio campionato 2019-2020, con due sconfitte e un pareggio, la squadra è già in zona retrocessione. I più famosi cugini sono invece a metà classifica.

Purtroppo, nemmeno nella mia seconda tappa in città a fine agosto, in una generosa mezza giornata sulla lentissima rotta che via Miami mi ha riportato a Brooklyn, ho avuto tempo per andare in pellegrinaggio alla casa dell’Espanyol. Lasciate perdere gli inflazionati tour al Camp Nou del Barcelona. A meno che non tifiate Toro, prima o poi la vostra squadra del cuore ci andrà a giocare e voi potrete spendere una fortuna per seguire il vostro sogno.

Il mio sogno, invece, era quello d’andare a vedere l’unico grattacielo di Barcellona, la Torre Agbar. Adesso pare sia nota come Torre Glories. 

La Torre Agbar (ora Torre Glories) a Barcellona, altrimenti nota come “la supposta”

Agbar è la contrazione di Aguas de Barcelona, la compagnia che gestisce la rete idrica cittadina e che voleva un quartier generale prestigioso. Venduto di recente ad un gruppo che vorrebbe invece trasformarlo in albergo, il grattacielo è stato progettato da un francese che orgogliosamente rifiutava i canoni architettonici dei grattacieli americani. Pare che il suo obiettivo fosse quello di rappresentare un geyser in uscita dalla terra, con la facciata in vetro a cambiare colore seguendo i riflessi della luce solare. Il fatto che, più che richiamare l’acqua di un geyser, la Torre o grattacielo Agbar ricordi a tutti una supposta (come peraltro è spesso chiamata anche dagli autoctoni) dovrebbe suggerire più miti consigli agli europei, soprattutto nel loro costante sguardo borioso sull’America. 

La moderna Avinguda Meridiana

È stata solo la mancanza di spazio nelle grandi città dall’impronta europea, e la necessità di aggregare uffici, che ha fatto costruire in altezza in posti come Chicago e New York. Nonostante molti architetti creativi sognino di lavorare per monarchie arabe dal portafoglio largo, e incuranti delle perdite finanziarie generate dalle loro inutili cattedrali nel deserto, i grattacieli americani si costruiscono per essere venduti e fare profitti, non solo per pagare le parcelle multimilionari dei loro fantasiosi designer. Come il terziario avanzato possa svilupparsi nella Vecchia Europa delle città intolleranti alle espansioni urbanistiche verticali in stile americano (e spesso pure a quelle orizzontali), rimane un mistero. 

La supposta francese di Barcellona, che perde uffici per diventare un albergo in una città che vuole ridurre turisti, è una metafora spettacolare della crisi d’identità del Continente. Già solo per questo meriterebbe una visita. Medica.

LA BARCELLONA CHE I BARCELLONESI EVITANO

Quanto a voi, se davvero volete visitare una Barcellona che nessuno vede mai, vi consiglio una gita al Colle di Montjuïc, con il suo omonimo forte. Per essere più chiari con chi non si nutre di sarcasmo: nessun abitante di Barcellona andrà mai lassù, se non in età scolastica e non oltre le scuole medie. Sulla cabinovia, e ancor prima sulla funicolare, sarà praticamente impossibile incontrare degli autoctoni, se non gli addetti alla biglietteria. Nella nostra salita verso il colle con la cabinovia abbiamo condiviso il viaggio di cinque minuti, forse anche meno, con una coppia di Boston.

Montjuïc, Barcelona, Barcellona
Barcellona e la cabinovia del Montjuïc

In realtà, una volta raggiunta la cima del colle, con un po’ di fortuna, potreste imbattervi in barcellonesi autentici. Il forte, infatti, è la sede del locale circolo del tiro con l’arco. Quando dico “imbattervi”, significa proprio che è sconsigliabile (a prescindere dall’espresso divieto) raggiungere il fossato che circonda il forte per renderlo ancora più inaccessibile ai trenta milioni di barbari che arrivano in città coi loro dollari, yen, rubli ed euro convertibili un giorno nel catalogno d’argento. Ivi potreste, infatti, rimanere accisi da le frecce scagliate da li giovani virgulti catalani ne lo esercizio de la maschia arcéría (ah! Se solo Nuova York avesse conosciuto lo Medio Evo!). Tradotto: state alla larga.

Ora, miei cari turisti, ricordatevi sempre una cosa. Quando pure voi, come il sottoscritto, visitate una città, siete al tempo stesso una risorsa economica ed un costo. Dove sia l’equilibrio tra le due, a meno che non siate gli amministratori di quella città, non è affar vostro. Ma non potete stupirvi che musei, opere d’arte e luoghi storici siano a pagamento. 

Castell de Montjuïc, occhio alle frecce

Con tutta la scarsa simpatia che provo per la Sindaca di Barcellona, questa è davvero una città che sta facendo i conti con i limiti della sua rete fognaria. Tradotto: se in milioni andiamo a far la cacca a Barcellona, ma poi non paghiamo per entrare al forte di Montjuïc, alla lunga la città soffrirà. Dovrà aumentare le tasse ai suoi abitanti per tenere aperto il forte per voi che siete più ragni di un ragno. E i suoi abitanti inizieranno a odiarvi, non senza ragione. Per questo, una volta saliti al forte, vi supplico di non fare come i due tamarri italici che all’idea di spendere sette euro se ne sono usciti con: “Ahò, ma a me manco me ne frega di veder ‘sta cosa”.

Molti salgono al forte, che poi si chiama Castell, per la vista su Barcellona. Con un po’ di fortuna, troverete una spettacolare giornata d’afa che renderà la città sfocata, giusto per non andare a compromettere i vostri ricordi altrettanto confusi. Io ho amato molto di più la vista sul mare che non quella sui quartieri del centro. Perché ho una passione insana per i porti, quelli commerciali, con tanti bei container colorati. Una decina d’anni fa, arrivando a Venezia con la macchina (diretto ad un campeggio a Punta Sabbioni), mi sono fermato a visitare l’area industriale di Marghera. Per la vostra Guida Inutile, vedere un porto merci dall’alto è come godere della vista di Roma da Trinità dei Monti.

Barcellona, angolo di Rambla dove è possibile camminare come Re e Regine

Dopo Montjuïc arriva la Rambla. Il posto più dimenticabile di Barcellona. Forse affascinante se hai trascorso tutta la tua esistenza sulla piana del Gran Sasso (peraltro, gita altamente consigliabile, quella abruzzese). Ma se vieni da una qualunque città europea, quelle fatte con lo stampino più o meno grande delle tre piazze chiesa-comune-mercato, la Rambla è una via commerciale di passeggio senza scatti di personalità. Certo, molto più grande e pure alberata di una qualunque Via Roma. Ma è un luogo inevitabile solo perché poi non puoi raccontare agli amici di non esserci stato.

LA BARCELLONA CHE I BARCELLONESI NON VEDONO (PIÙ)

Quanto a inevitabilità, senza le architetture dell’eccentrico Antoni Gaudí la meta catalana perderebbe gran parte della sua aura. Immagina Pisa senza la Torre Pendente, Torino senza la Mole Antonelliana o Milano senza il Duomo. Questa sarebbe Barcellona senza la sua maestosa Sagrada Familia, i cui interminabili lavori rendono la costruzione della Salerno – Reggio Calabria un esempio di speditezza di cui andare orgogliosi. 

Purtroppo i leggendari ponteggi della chiesa più famosa della città sono andati forse per sempre (mai dire mai, però). I lavori di una delle cattedrali più famose al mondo sono iniziati solo 137 anni fa. Voci dei soliti ben informati dicono che potrebbero essere completati nel 2026. Noi torinesi invidiosi speriamo lo siano in concomitanza dell’apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina, cosicché il Mondo possa parlare di Barcellona e non di Porta Ticinese. 

Una volta finita, la Sagrada Familia sarà la cattedrale con la cima più alta al Mondo. Parliamo di una croce che svetterà a 172 metri d’altezza, quattro metri in più della mia Mole Antonelliana (che per ironia della sorte doveva essere un tempio ebraico, anche se dalle dimensioni più ridotte perché ovviamente senza guglia). Se volete sapere ogni particolare su quelle che saranno le 18 guglie della Sagrada Familia, sull’acciaio e sul granito utilizzati per non farle crollare in una zona a discreto rischio sismico, cambiate guida. Qui interessa solo ricordare che essere impazienti (come sanno bene gli amanti che sotto le lenzuola son più veloci di Usain Bolt), non sempre paga. Quando chiedevano a Gaudí della lentezza dei lavori, pare che lui, pensando a Gesù Cristo, rispondesse: “il mio cliente non ha fretta”.

Casa Battló, uno dei tanti lavori dell’arcinoto e onnipresente architetto catalano Antoni Gaudí

Antoni Gaudí sembra essere stato l’unico architetto in grado di lavorare a Barcellona. Le sue opere sono ovunque. Spero, un giorno, d’avere tempo per prenotare in tempo una visita al famoso Parc Güell. Per il turista da Instagram sarà invece sufficiente prendere la metro L3 o L4 e scendere a Passeig de Gràcia. Sull’omonimo grande viale si trovano infatti due tra i palazzi più famosi disegnati da Gaudí. Casa Battló e La Pedrera

Questi due condomini di lusso vi dovrebbero aiutare a comprendere, una volta per tutte, perché molti barcellonesi benestanti e progressisti (n.b. non è un ossimoro) abbiano dei turisti la stessa idea che riservano ad una zecca sulle palle. Provateci voi, dopo esservi comprati un appartamento multimilionario a Casa Battlò o alla Pedrera, a non essere convinti fautori del turismo consapevole e responsabile! Milioni di persone che ogni anno lasciano la bava dentro e fuori al vostro condominio, magari mentre voi siete giusto in assemblea a discutere la ripartizione dei millesimi per il mantenimento della facciata. E avete pure messo in affitto su Airbnb il vostro pied-à-terre per le fughe a Capalbio e siete costretti ogni sera a farvi largo tra gente col naso all’insù che cerca di capire se stendete i panni sui balconi ondulati. Cristo si sarà pure fermato a Eboli, ma voi lo invochereste in continuazione.

La Pedrera (il cui vero nome è Casa Milà)

Se i palazzi di Gaudí non sono il vostro pane, la bava potete comunque lasciarla sulle vetrine delle boutique che si susseguono lungo lo stesso Passeig de Gràcia. Se come sulla Fifth Avenue di Manhattan quei negozi sono solo dei giganteschi flagship, cioè della pubblicità in carne e metri quadri indirizzata a chi arriva da fuori, allora l’insofferenza dei condòmini di Gaudí non vi seguirà da Gucci. Se invece quei poveri meschini multimilionari non hanno una reale valvola di sfogo, e cioè una Madison Avenue dove fare acquisti di lusso senza inciampare nella plebe da zainetto e acqua della fontanella, allora i giorni del turismo di massa a Barcellona sono davvero contati. 

Sbrigatevi, ché i catalani non alzeranno un Mose. Alle navi da crociera tireranno palle di cannone direttamente da Montjuïc. E se pensate che stia esagerando ancora più del solito, solo per strappare un cenno d’intesa ai più cinici  tra voi, vuol dire che non avete capito quanta cacca stia davvero intasando le fogne di Barcellona. Andateci, e poi fatevi suggerire la risposta dal vostro naso.

BARCELLONA È UNA CITTÀ DA MARE

Anche le “vecchie” glorie della NBA vengono a Barcellona per le sue spiagge e il suo mare

Prendi una città che si affaccia sul mare. Ma perché mai dovresti dedicare tutte le tue migliori energie di turista delle 48 ore per visitare musei di cui non ricorderai un quadro (scusa, Pablo) o per sbirciare palazzi che la focale del tuo telefonino non sarà mai in grado di contenere a meno che non sia un drone dei servizi segreti russi? Vai in spiaggia, invece. 

E guardate che questa regola vale anche a New York, mica solo a Barcellona. Chi non va a Coney Island non capirà mai New York, quella della maggioranza dei newyorchesi, che non ha certo i soldi per andare ad appoggiare le terga negli Hamptons. Gli hipster snob, e chi non tollera l’hip-hop o la salsa a tutto volume in spiaggia (razzisti? Nooooooooooooooo), prende il ferry ultra-sussidiato dal comune per Rockaway Beach, che non è più quella scrausa cantata dai Ramones. Gli altri vanno nelle spiagge locali, dal Bronx a Staten Island. Moltissimi, e non solo a Brooklyn, vanno a Coney Island, dove oltre alla spiaggia ci sono le giostre.

Così, una volta a Barcellona, dovete almeno puntare alle spiagge di Barceloneta, senza dimenticarvi il resto dell’omonimo quartiere.

PICCOLO PROMEMORIA: I BARCELLONESI NON VIVONO ALLA SAGRADA FAMILIA

Sagrada Familia, il simbolo per eccellenza di Barcellona

Come qualunque altra città, anche Barcellona è fatta soprattutto di quartieri. Quando andiamo in giro a fare i turisti, dovrebbero essere proprio i quartieri i principali destinatari della nostra visita, ben prima di monumenti e musei. 

Così come troverete a fatica un newyorchese che alzi lo sguardo verso l’Empire State Building, perché è passato là davanti migliaia di volte; allo stesso modo a Barcellona vedrete solo i turisti a fissare La Pedrera. E ciononostante, ancor peggio che nel passato pre-social, noi turisti sentiamo l’ansia da prestazione, manco dovessimo poi confrontarci, una volta tornati a casa, con i Rocco Siffredi della diapositiva da vacanza. Invece di rilassarci, evitare le attrazioni imperdibili per le Lonely Planet planetarie e dedicare tempo a passeggiate senza scopo, se non quello di seguire il nostro istinto, ci incaprettiamo con le nostre mani. Dobbiamo fotografare ogni angolo che case editrici e agenzie di marketing territoriale hanno deciso debba valere la nostra fatica. 

Oh, sia chiara una cosa: mica vi sto dicendo che io sono immune da tutto questo. Anzi. Io sono doppiamente malato: da “Guida Inutile” vi invito a liberarvi da catene che sono solo nella vostra testa, vi offro i miei consigli più confusi (e vi suggerisco di non accettare quelli altrui); da turista mi faccio condizionare da qualunque consiglio che vorrei evitare, perché chi lo sente poi a Rocco Siffredi quando mi chiede se mi sono eretto sino al Tibidabo?

LA BARCELLONA VECCHIA: QUARTIERE GOTICO E BORN

Barri Gòtic (Quartiere Gotico)

Appurato che andare in estate a Barcellona è quanto di più sconsigliabile, perché nonostante il caldo insopportabile vi sentirete obbligati a scarpinare più di quanto fareste a casa vostra, e tutto solo per segnare le tacche delle attrazioni assaggiate, il miglior momento per andare a Barceloneta è comunque nel tardo pomeriggio, quando il sole cala e il termometro con lui.

Dal vostro albergo a due passi dalla Rambla (perché anche voi tutti andrete sempre e solo all’Hotel Moderno come il sottoscritto), vi addentrerete nella Barcellona vecchia del Barri Gòtic o Quartiere Gotico. Qualora passeggiando per i vicoli la nostalgia per Genova o Napoli vi prendesse all’improvviso, non disperate. Troverete sempre delle tavole calde dai nomi esotici, come “Made in Sicily” o “Puglia in tavola”. Prendete un po’ di coraggio e lasciate le zone più battute della città medievale. Anche nel Quartiere Gotico ci sono vicoli ancora più piccoli e privi di qualunque presenza commerciale. Con un po’ di fortuna, potreste essere gli unici a passare di lì. Il che non è proprio un inconveniente quando si visita una città insieme ad altre centinaia di migliaia di disgraziati come noi.

Centro Culturale nel quartiere El Born

Se tanti locali e ristoranti del Barri Gòtic sembrano proprio delle trappole per turisti, qualche isolato più a nord l’impressione cambia. Arrivati a El Born si vedono molti più barcellonesi, soprattutto giovani, a godersi la vita in bar e locali vari. Personalmente, mi rimarrà la curiosità di visitare il Centro Culturale, ricavato in un vecchio mercato e dove ci sono scavi relativi alla città del 1700. Avete letto bene. Non 700, ma mille anni dopo. Una di quelle cose che puoi tranquillamente comprendere in una nazione supergiovane come l’America. Ma a Barcellona? La città che vorrebbe i soldi dei turisti senza la loro ingombrante presenza, a questi turisti non vende scavi dell’epoca romana ma gli propina le fondamenta di case di 300 anni fa. 

Estació de França

Chi ama le stazioni ferroviarie storiche dovrebbe fare un salto alla vicina Estació de França, la seconda della città. Non fosse altro perché attaccata a El Born. Nulla a che vedere con la maestosità di Milano Centrale. Ma a queste latitudini tutto fa brodo.

Parc de la Ciutadella

Prima di dirigervi finalmente a Barceloneta, lunga deviazione al Parc de la Ciutadella. Bello, il Central Park di Barcellona. Se nel Quartiere Gotico non vi fosse bastata la vista del Palau de la Generalitat de Catalunya, cioè la sede del governo catalano, qui nel parco potrete apprezzare il Parlament de Catalunya. Anche lo zoo, nel caso aveste bambini e foste disperati. Molto meglio il laghetto con le barche che non l’Arco di Trionfo.

Adesso torniamo sui nostri passi e andiamo finalmente a Barceloneta.

LA BARCELLONA CHE LA “GUIDA INUTILE NEW YORK” NON POTEVA NON AMARE: BARCELONETA

Plaça del Poeta Boscà, il centro del quartiere Barceloneta

Se ancora non fosse chiaro, prima delle famose Olimpiadi del 1992 Barcellona era una città che interessava solo pochi intimi. Ma le Olimpiadi non l’hanno solo messa una volta per tutte sulle mappe del turismo globale. Per la città sono state soprattutto l’occasione per risanare le zone più trascurate, cioè quelle lungo il mare. Come dicono laggiù, Barcellona dava letteralmente le spalle al mare.

Il recupero del lungomare, a dire il vero, è iniziato già negli anni 80, con le giunte socialiste cittadine. Ma chi arriva oggi a Barcellona, e si dirige verso le sue spiagge, vede i risultati della rivoluzione olimpica. Dalle statue lungo il rinnovato Passeig Maritim e su fino a El Peix, l’immensa struttura dorata a forma di pesce ideata da Frank Gehry come simbolo della cittadella olimpica.

Prima di arrivare alla spiaggia di Barceloneta, fatevi una passeggiata per le strade del quartiere omonimo. Nella piazza dove si affaccia il mercato del quartiere, Plaça del Poeta Boscà, nel tardo pomeriggio, sarà facile trovare ragazzini giocare a pallone. Sulla stessa piazza c’è anche un piccolo parco, frequentato dalle famiglie e dagli anziani del quartiere. Il senso di comunità è reale. Ad attraversare il parco si ha, finalmente, l’impressione d’andare a rompere i coglioni a casa altrui, anche se nessuno lo farà notare. Le strade del quartiere sono strette e la struttura è formata da lunghi isolati rettangolari. Questo facilitava il controllo militare.

Xiringuito sulla spiaggia di Barceloneta

La vostra gita a Barcellona sta per arrivare al termine. È arrivato il momento di ricongiungervi con l’elemento più importante della città, l’acqua. Ma anche la birra e la sangria. Prendete il lungomare e fermatevi al xiringuito che più vi ispira. I xiringuitos sono piccoli ristoranti sulla spiaggia. Nonostante l’afflusso di molti turisti come noi e voi, troverete anche tantissimi barcellonesi seduti a questi locali. Gli altri saranno ancora in spiaggia, a giocare a pallavolo o in qualche slargo sul lungomare, a ritmo di swing, con altre decine di appassionati della locale associazione di ballo (giuro, li abbiamo visti: Associazione Swing di Barcellona).

BARCELLONA È UNA GRAN BELLA CITTÀ, ANCHE SENZA ESSERE DAVVERO INTERNAZIONALE (BARCELLONESI, NON VI OFFENDETE)

Le giornate che ho avuto la fortuna di trascorrere a Barcellona, pur brevi, mi hanno lasciato ottimi ricordi. La città mi è piaciuta, spero di tornare a visitarla. Capisco chi, tra tanti nostri connazionali, soprattutto giovani, abbia preso al balzo la possibilità d’andarci a vivere. Avrei fatto anch’io la stessa cosa e oggi sarei al Camp Nou. Messa al confronto di molte grandi città italiane, Barcellona può vincere alla grande per qualità della vita e servizi. 

I servizi che saltano agli occhi sono quelli che consentono alle persone di muoversi: aeroporto e metropolitana su tutti. L’aeroporto è moderno, grande, ben organizzato. La metro è estesa, sembra arrivare pressoché ovunque in città. La qualità della vita, invece, è un concetto decisamente più soggettivo. Diciamo che il turista in arrivo in città vedrà strade relativamente pulite e gente del luogo godersi anche le zone più centrali della città. Due cose, quest’ultime, che sembrano fantascienza pensando a Roma. Uscendo dal perimetro centralissimo di Barcellona, non posso esprimermi. Ma non è difficile notare che è anche lei una città come tante altre, con immense contraddizione. E buona pace della redazione di Monocle.

Tra la Barcellona moderna e quella dei turisti c’è anche chi vive ancora nelle baracche, come quelle ai margini della Avinguda Meridiana

La mia lunga esperienza di vita è europea, e per lungo tempo ancora rimarrà tale. Ma quasi sette anni di vita americana, divisa spesso tra New York e Miami, e con la fortuna di poter girare alcuni Stati di questo gigantesco paese, stanno inevitabilmente modificando i miei punti di vista e le mie priorità. 

L’esperimento sociale americano è faticoso. Le diseguaglianze sono ovunque, ben visibili. I problemi delle città americane sono grandi quanto le loro estensioni che sembrano senza fine. Ricchezza sfacciata e povertà angosciante possono trovarsi a distanza di qualche isolato. La segregazione per razze e classi sociali non andrà via in un istante. Ma nelle grandi città americane, anche solo quelle delle dimensioni di una qualunque Barcellona, c’è qualcosa che manca in qualunque città europea che non si chiami Londra o Parigi. E cioè la dimensione multiculturale internazionale, o globale, o chiamatela come vi pare.

Dormire sulla Rambla

Il passato colonialista francese e inglese si traduce nella diversità culturale delle loro metropoli capitali, e rende esplosive le loro periferie ben prima delle diseguaglianze di reddito. Il colonialismo americano, invece, ha nulla a che vedere con la diversità sociale delle città americane. Se gli schiavi arrivati dall’Africa non hanno certo scelto di venire quaggiù, e i nativi americani sono stati ridotti in numero dalle guerre dei coloni, milioni di immigrati da tutto il mondo ci sono arrivati di lore sponte. Prima dall’Europa, come noi italiani o gli irlandesi o i polacchi e i tanti ebrei dalla Russia e dalle nazioni limitrofe, che si sono andati ad unire a inglesi, scozzesi, tedeschi, scandinavi e francesi. Poi è stata la volta degli asiatici, soprattutto cinesi (senza i quali molte ferrovie del “west” non esisterebbero) e poi giapponesi, coreani, vietnamiti. Per finire con gli immigrati dai paesi più vicini, quelli del meridione del continente americano: messicani, cubani, portoricani, argentini e via di questo passo.

Anche viaggiando per le medie e talvolta pure per le piccole città americane si vedrà come l’immigrazione, pur complicata, ha reso queste comunità molto diversificate. Viaggiando un po’ per l’Europa si vedono più muri di quanti non ce ne siano realmente nell’America degli anni di Trump. L’immigrazione, nella storia americana, è sempre stata un argomento di divisioni politiche. Quelle attuali non hanno nulla d’originale. Ma fuori dalla retorica populista e nazionalista, che fa presa con le fasce di popolazione che più hanno sofferto la globalizzazione economica, su un autobus di una qualunque grande città americana si vedranno facce dei colori più disparati. Se i vecchi parleranno cinese o spagnolo, molti giovani parleranno semplicemente inglese. E in Europa?

L’ILLUSIONE EUROPEA NON È SOLO QUELLA CATALANA

Madrid, Barcellona, ma anche Varsavia o Roma, mi hanno lasciato sempre la stessa impressione: sono campioni nazionali. In queste città l’integrazione non è semplicemente difficile. Confrontate con una qualunque simile realtà americana, l’integrazione nemmeno avviene. Gli immigrati non sono corpi ai margini della città ricca. Sono corpi estranei. Dieci viaggi nella metropolitana di Barcellona e le uniche voci straniere udite erano quelle dei turisti. Posso anche fingere di credere che le altre voci fossero catalane perché a Barcellona l’integrazione degli immigrati è totale. Ma i volti raccontavano una storia di omogeneità. E io, vivendo a New York, una storia così non la vedo più.

Da Pittsburgh a Cincinnati, da Washington a Memphis, da Nashville a Philadelphia, da Miami a Seattle. Magari non è una storia sempre a lieto fine, spesso è fatta di rancori e pregiudizi. Ma i colori e i suoni sono davvero i più disparati. 

La piazza del quartiere Barceloneta, dove non tutti sono catalani

Nelle Barcellona d’Europa, anche quelle non stravolte dal turismo di massa, si possono raccontare le più belle favole sulle città che diventano grandi metropoli internazionali. Ma la realtà attuale riflette quella storica. Le città europee contengono mura medievali. Sono costruite attorno a centri storici che escludono ancora prima di far valere la loro forza economica. Sono città orgogliose della loro dimensione culturale nazionale e quando non lo sono, come nel caso di Barcellona, vogliono una nazione tutta per se. 

Pensare che in questa Europa dei muri culturali (che Trump se li sogna!) i problemi di integrazione tra Stati diversi, e quelli di un’immigrazione che arriva in primo luogo da Medio Oriente ed Africa, siano questioni passeggere, magari solo legate alle espressioni politiche del momento, è davvero un’illusione. 

E forse, sotto sotto, lo sa anche Ada Colau.

Adeu, Barcelona, arrivederci

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